2025 candeline?

25.12.2025

25 dicembre: 2025 candeline sulla torta di compleanno di Gesù; se per noi festeggiare la nostra nascita è così importante, figuriamoci quanto lo è la ricorrenza del Redentore. Al solito le cose sono un po' più complicate di così, e diverse da quello che ci hanno fatto credere.

Qualche osservazione su questa immagine. Sul web ce ne sono innumerevoli che, in gran parte, rappresentano in modo satirico e umoristico, spesso blasfemo, il compleanno di Gesù. Alcune, con lo stile tipico delle illustrazioni per l'infanzia, sono in buona fede, dedicate ai bambini.
Che la satira non sempre sia di buon gusto non deve essere comunque ragione di censura. C'è chi irride all'idea del compleanno di Gesù, e lo sbeffegggia, e chi crede che davvero ricorra il 25 dicembre; sicuramente a questo gruppo di persone appartiene chi ha realizzato questa immagine, destinata agli auguri da diffondere tramite messaggistica: ispirata a buone intenzioni, ma di dubbio valore artistico.

Innnazi tutto va detto che gli Ebrei il compleanno lo aborrivano - come fanno oggi i Testimoni di Geova - e che i primi cristiani lo consideravano un'empia idolatria. La ricorrenza del giorno natale era festeggiata dai faraoni, dai re, dagli imperatori, e non era sempre gioiosa; ricordiamo l'infausta celebrazione del genetliaco di Erode Antipa, durante la quale Salomè eseguì la celebre danza ottenendo in premio la testa del Battista.

Caravaggio, Salomé con la testa del Battista, 1606

Non tutti sanno che i festeggiamenti del compleanno, così usuali per noi, hanno un'origine piuttosto recente. Scrive Errico Bonanno in Falso Natale:

[...] solo nel XIX secolo ci fu "l'invenzione del compleanno" come lo conosciamo noi: il 28 agosto 1802, Johann Wolfgang Goethe volle celebrare a dovere i suoi cinquantatré anni.

Fino ad allora, per i comuni mortali, il compleanno non aveva senso, e per gli abitanti dell'antica Giudea si trattava molto semplicemente di idolatria e culto della personalità.
Gli evangelisti Luca e Matteo, si è visto, non fanno cenno alla data di nascita di Gesù, e allora da dove salta fuori, il festeggiamento del presunto 2025° anniversario che abbiamo appena compiuto? E perché diciamo di essere nell'anno 2025?  E ancora: siamo abituati a collocare gli eventi storici a.C. e d.C, ma perché?
Fra il V e il VI secolo, secondo il nostro computo attuale, a Roma, Il monaco Dionigi il Piccolo pensò bene che non era accettabile calcolare gli anni come i Romani, dalla ipotetica fondazione di Roma, ab urbe condita, o dall'inizio del regno di Diocleziano, noto persecutore di cristiani, avvenuto nel 284 d.C. secondo l'attuale conteggio.

Dionigi il Piccolo Autore sconosciuto VI secolo

È cosa nota che le grandi rivoluzioni si preoccupano di marcare l'evento rinnovatore con il cambio del calendario: l'Islam cominciò a contare gli anni dall'Egira, fuga di Maometto dalla Mecca; la Rivoluzione Francese cambiò il nome dei mesi, solo per fare gli esempi più noti.
Dionigi pensò che i cristiani avrebbero dovuto contare gli anni dal concepimento di Cristo o dalla sua nascita, avvenuta nello stesso anno.

Noi non abbiamo voluto collegare i nostri calcoli alla memoria di un uomo empio e persecutore [Diocleziano]. Abbiamo scelto invece di contrassegnare la successione degli anni a partire dall'incarnazione di Gesù Cristo nostro Signore, affinché fosse a noi più evidente l'esordio della nostra speranza e affinché risplendesse la sorgente dell'umano riscatto, e cioè la passione del Redentore.

Quindi si doveva cominciare dall'anno 1, ma si badi non dallo zero! Lo zero fu introdotto in aritmetica diversi secoli dopo, da Fibonacci nel 1202 d.C., fino ad allora non esisteva proprio, né la cifra, né il concetto.
Il compito di Dionigi non era facile, i dati erano pochi, le tavole lunari e le cronologie consultate inesatte; testimonianze dirette della nascita di Gesù non ne esistevano, non negli annali romani, né in quelli degli Ebrei; nulla negli scritti degli evangelisti, che non erano apostoli e neppure presenti alla nascita del Cristo. Conta e riconta, Dionigi dedusse che la divina nascita doveva essere avvenuta nel 753 dalla fondazione di Roma, ma sbagliò di almeno 4 anni. Partì dalla Pasqua cristiana e dagli anni della morte di Gesù, trentatré, e da un dato tratto dai Vangeli secondo i quali Gesù nacque sotto il regno di Erode Ascalonita, detto il Grande, però nel calcolato anno 1 il malvagio mandante della strage degli innocenti era già morto, da tre anni, in quanto nato nel 73 a.C. e morto nel 4 a.C. Dionigi si fondò su un altro dato proveniente dal Vangelo di Luca, il censimento.

Avvenne poi in quei giorni che uscì un editto da parte di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo primo censimento fu fatto mentre Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dunque, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì verso la Giudea, alla città di Davide che si chiamava Bethlemme, perché egli apparteneva alla casa e famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, la quale era incinta.

Come sappiamo, o crediamo di sapere, in quel tempo e in quel luogo Maria partorì.
Il governatore Publio Suplicio Quirino, due volte governatore della Siria, promosse due censimenti, il secondo tra il 6 e il 7 d.C.: il precedente nell'anno 8 a.C. Nell'anno 1 invece non ci fu alcun censimento. 

Maria e Giuseppe davanti a Quirino, governatore della Giudea, in un mosaico bizantino del XIV secolo. 

Ma non perdiamoci in calcoli astrusi. Dionigi, facciamocene una ragione, aveva sparato una data a vanvera, che non fu subito accettata, ma si affermò molto lentamente in Europa: duecento anni dopo nelle isole britanniche, nell'VIII secolo in Francia, nel IX in Germania; l'approvazione papale avvenne nell'anno 1100, nonostante il particolare, non trascurabile, che accettando quella data si ammetteva implicitamente che Gesù era nato sotto il regno di un morto, a Betlemme, dove i suoi genitori si erano recati per un censimento inesistente. 
Anche l'uso di festeggiare la nascita di Gesù si fece strada molto lentamente fra le comunità cristiane; il Natale si celebrò a Costantinopoli per la prima volta nel 380, ad Antiochia nel 386; fu stabilito come festa civile nel VI secolo da Giustiniano; a Gerusalemme fu istituito nel VII secolo. Restava il problema, non da poco, di fissare mese e giorno, e come al solito i Vangeli non erano d'aiuto; unica certezza non era inverno, i pastori conducevano le greggi ai pascoli in primavera e tornavano ad inizio autunno approfittando del caldo quindi, secondo quanto scritto da Luca, la nascita doveva collocarsi fra marzo e settembre.  

Annuncio ai pastori Jacopo Bassano XVI secolo

Ma le diverse comunità andavano a casaccio, ciascuna con data diversa secondo le indicazioni dei vari Padri della Chiesa: aprile, maggio, novembre, gennaio. Solo a Roma nel IV secolo si festeggiava il 25 dicembre, secondo quanto attestato da alcuni documenti. L'uso divenne comune a tutta la cristianità nel V secolo grazie al papa Leone Magno e a sant'Agostino convito che quella fosse la data autentica. In Oriente venne scelto invece il 6 gennaio. Ma perché il 25 dicembre? Tralasciamo tutte le cervellotiche ipotesi successive per spiegarlo, calcoli che tenevano conto dell'annunciazione a Maria, del concepimento del Battista; le ragioni erano molto più pratiche e realistiche. C'era la necessità di instaurare un nuovo culto in una società che già possedeva un complesso di tradizioni religiose e rituali consolidate, non sarebbe stato né opportuno né conveniente stravolgerle; molto meglio affiancare il nuovo credo all'antico. Scrive Bonanno:

Per farla breve: i romani, i pagani, già festeggiavano a dicembre. Senza ovviamente commemorare Gesù. Anzi, proprio a dicembre avevano il più importante, allegro, smodato e amato ciclo di feste del calendario. Si cominciava dal 17, quando, per i successivi sei giorni, si svolgevano i Saturnali. Ufficialmente si trattava delle celebrazioni in onore di Saturno, padre di Giove, re della mitica età dell'oro. Nella pratica, quello che avveniva a Roma e in tutte le province era un sovvertimento radicale delle regole sociali. Gli schiavi prendevano il posto dei padroni ed erano autorizzati a schernirli; si organizzavano banchetti pubblici e privati che spesso degeneravano in orge e si eleggeva tra le classi più basse un principe della festa, che sfilava vestito di rosso e che veniva simbolicamente sacrificato al termine delle celebrazioni. E non era un rituale vuoto. C'era la rappresentazione della fecondità e della gioia del regno di Saturno ma, come ha ben spiegato Frazer ne Il ramo d'oro , i Saturnali erano anche un periodo in cui si metteva in scena lo scontro e la riconciliazione tra i vivi e i morti, le anime che ritornavano in terra e che bisognava placare attraverso lo scambio di piccoli doni: rami di pino, candele e statuette di pasta o terracotta, sigillaria, da regalare anche ai bambini.

Mosaico romano del V secolo

Ancora oggi tracce dei Saturnali si ritrovano nel nostro Carnevale, nell'abbondanza sfrenata dei pranzi natalizi, nello scambio di doni, nella decorazione del pino.
Finiti i Saturnali, il 25 dicembre (eccolo!), si festeggiava una importante divinità:

[..] il popolo salutava qualcuno che era risorto dalle tenebre; qualcuno raffigurato come un uomo il cui capo era contornato di raggi luminosi; qualcuno che ritornava sul mondo ogni anno per battere l'oscurità e salvare la terra. Era il signore dei cieli. Era un dio. Era il sole.
Natale, insomma, per gli antichi romani, significava Sol Invictus. O, per dir meglio, Natalis Solis Invicti, il Natale del Sole Invitto.

Una divinità, per così dire, di importazione, prassi abituale nel politeismo. La sua prima diffusione si ebbe con Eliogabalo, ma fu l'imperatore Aureliano ad istituire ufficialmente il culto a Roma con la costruzione nel 274 di un grande tempio sul Quirinale. Al culto del sole, Helios, si mescolava quello più misterioso del dio Mitra, del quale non si conosce molto, forse nato da una vergine, legato al moto delle costellazioni e all'alternarsi delle stagioni. Due cose si sanno per certe: il 25 dicembre era per i Romani il solstizio d'inverno, e molti templi cristiani vennero edificati su preesistenti dedicati al dio Mitra.

Il messaggio cristiano, rivoluzionario per la mentalità romana, si avvalse dei simboli religiosi preesistenti; Io sono la luce del mondo e Chi crede in me non camminerà nelle tenebre sta scritto nel Vangelo di Giovanni: Gesù era il Sole che nasceva nel solstizio d'inverno, a partire dal quale le giornate portavano sempre più a lungo la luce, fino al pieno fulgore primaverile. Il giorno del sole, Solis dies, chiamato ancora così in alcune lingue (sunday, sonntag, zondag) divenne dies dominica, il giorno del Signore. Gli altri pianeti conservarono i loro giorni: Lunae dies, Martis dies, Mercurii dies, Iovis dies, Veneris dies, Saturni dies. Per noi il giorno di Saturno è diventato Sabato, il giorno di riposo ebraico, ma in altre lingue è rimasto, nell'inglese per esempio, Saturday. La sostituzione, indolore, si potrebbe dire, avvenne anche a livello iconografico, Gesù veniva raffigurato con un'aureola radiante. Quale il giorno della sua nascita? Il 25 dicembre, naturalmente.

Difficile distinguere il Cristo risorto del Mausoleo dei Giulii nella necropoli vaticana (a sinistra), dal dio Helios ritratto sulla metopa di un tempio greco, ritrovata a Troia da Heinrich Schliemann (a destra).
(da Falso Natale di Enrico Bonanno)


Sembra arte cristiana, e invece è il dio greco Apollo, con il nimbo da cui si dipartono i raggi caratteristico di una divinità solare (mosaico romano a El Jem, Tunisia, II secolo d.C.). Per far mettere radici al nuovo culto nella Roma pagana, i cristiani adottarono anche forme e iconografie della tradizione preesistente. E così Cristo e i santi guadagnarono l'aureola. (ibidem)

Con buona pace dei difensori ad oltranza delle "originarie tradizioni", quella del Natale fu, sia detto sine ira et studio, costruita a tavolino, a partire da un laconico testo evangelico che stabiliva solo il luogo di nascita, Betlemme. Dopo svariati secoli si arrivò ad indicare l'anno, sbagliato; si scelse il giorno, copiato da una ricorrenza pagana, e si stabilì la celebrazione della festa; questa volta con buona pace di Gesù, che da ebreo osservante, non dimentichiamolo, non avrebbe approvato il compleanno. Così conclude Bonanno:

[...] il Natale fu pronto ad accogliere via via sempre nuovi elementi. Divenne con il tempo un bacino di storie, di icone, di miti, nel quale ogni aggiunta era concessa, e sempre meno contava quel che in effetti stava scritto in ciò che i cristiani considerano ancora Parola di Dio.                                                        

E in ogni caso: