Capo d'anno (coro di voci sparse)

29.12.2025

di Edmondo De Amicis

L'arrivo di un nuovo secolo, quel 1900 forse secolo breve, ma tanto denso di eventi e scoperte, di speranze e dolori, inimmaginabili per coloro che, in quella lontana notte di San Silvestro ne attendevano l'esordio: un secolo che sarà tanto diverso dai precedenti. Ma le persone che qui parlano non hanno in mente le magnifiche sorti e progressive, i destini futuri dell'umanità, ciascuno di essi è al proprio che pensa, con diverso accento, a partire dalla propria condizione presente. Ingenue speranze, sogni, desideri, disincanti, delusioni, di uomini e donne comuni di fronte a un nuovo secolo di cui ciascuno di essi non vedrà che una porzione. Noi che, per testimonianza in parte documentale, e in parte diretta, lo abbiamo visto quel XX secolo,  siamo presi da tristezza al pensiero di ciò che potrebbe essere accaduto dopo, con lo scorrere del calendario, a questi personaggi che recitano le loro aspettative sul palcoscenico dell'attesa, guardando verso la platea buia del futuro inutilmente: alcuni cercando con lo sguardo qualcuno da amare e che li amerà; altri gli auspici della loro buona sorte; altri ancora con la consapevolezza che per loro la platea non è solo buia, ma vuota.
Non possiamo non pensare che le nostre trepidazioni e attese non sono state poi così diverse quando, dopo cent'anni, ci siamo trovati nella stessa situazione: aspettare ad un tempo un nuovo anno e un nuovo secolo, con la differenza che noi di questone abbiamo già visto e vissuto un quarto, e possiamo fare un confronto fra le  aspettative di allora e ciò che realmente ci è accaduto.
Le "voci" qui riportate sono tratte dal libro di Edmondo De Amicis Capo d'anno. Voci parlate, si tratta di una selezione, contenuta  nel volume Notti di dicembre edito da Sellerio. 


Edmondo De Amicis

Un giovanetto

Benvenuto, millenovecento! Per noi ogni nuovo anno è un amico, che ci porta una bracciata di doni e di speranze d'oro. Tu m'allungherai i baffi, m'aggiungerai due dita di statura e mi libererai dal greco e dal latino. E tu aprirai le porte del secolo nuovo, del secolo nostro , del mio ; poiché quello che muore con te è il secolo della generazione vecchia, che ci tiene a cavezza: sarà nostro il venturo, che ci si apre davanti come un continente misterioso, dove ciascun di noi correrà la posta d'un regno. Sino a mezzo del venturo io vivrò, spero, e regnerò, forse. O poveri vecchi, che non vedrete! Noi rinnoveremo le lettere e trasformeremo le arti, daremo a ogni scienza uno spintone che la caccerà tanto innanzi in trent'anni quanto in trecento non corse, e troveremo sieri infallibili per tutte le infermità, e viaggieremo sopra le nuvole e in fondo all'oceano, e udiremo la musica nova e converseremo con gli amici da un capo all'altro d'Europa, e voleremo in carrozza in un giro di quadrante da Torino a Reggio. Noi compiremo tali miracoli che il secolo presente parrà appetto al nostro l'età delle talpe e delle tartarughe. Scrivi il tuo testamento, o vecchio secolo; preparatevi all'opera e al trionfo, o giovani eredi; e tu, anno nuovo, passa rapido come una meteora sopra l'onda giovanile che freme e urta gli argini, smaniosa d'irrompere sulla terra promessa.

Un vecchio

Un anno nuovo. La gioventù, in questo giorno, guarda sorridendo all'avvenire, come il pellegrino a un orizzonte sereno giungendo al sommo di un'altura; e già saluta il nuovo secolo. Io col pensiero rifuggo dal secolo in cui so che m'aspetta alla soglia la morte. Che m'importa di lui poiché son certo che tutte le scoperte e tutte le opere belle dell'ingegno umano, che lo faranno glorioso, e tutti i fatti mirabili che muteranno durante il suo corso la faccia del mondo, saranno per me come se non fossero? Dell'anno che nasce io so soltanto che oscurerà ancora la mia vista e la mia memoria, che fiaccherà un altro po' le mie ginocchia e curverà più basso la mia fronte, e farà cadere anche l'ultime foglie secche dall'albero stroncato delle mie illusioni. Per i giovani esso ha l'aspetto d'un re mago; per me ha la grinta d'un aguzzino. Non ne aspetto alcun bene; ne temo il colpo mortale. E se questo egli m'ha da portare, una sola grazia gli chiedo: di allungarmi un colpo solo, secco e ben assestato, che m'atterri come un soldato in battaglia. Se m'hai da spacciar così, vieni pure, o millenovecento, che anch'io ti festeggio. E morirò se non altro col mio secolo, senz'aver la noia di veder la faccia sinistra del nuovo.

 

Una signorina di quindici anni

Evviva, o millenovecento! Io sento che per me tu sarai quel tempo in cui nell'animo delle ragazze, come è detto nei Promessi Sposi (il solo romanzo che mi sia permesso di leggere), «entra una potenza misteriosa, che solleva, adorna, invigorisce tutte le inclinazioni e tutte le idee». Sei tu che mi darai il bacio magico che m'aprirà tutta l'anima alla vita, che farà sbocciare la mia bellezza come una rosa sotto il raggio del sole e volgersi a me per la prima volta gli sguardi intenti, i sorrisi gentili e i dolci pensieri. Vieni a finir l'opera della natura. Io ti aspetto, trepidando, come aspetterebbe una statua abbozzata, che avesse coscienza, l'artista che le deve dar pienezza di forme e perfezione d'armonia. Ogni tuo giorno mi renderà più gradevole lo specchio e farà scintillare di più viva alterezza lo sguardo di mio padre e di mia madre. Tu mi trovi ancor bambina, tu mi lascerai giovinetta. E forse sotto il mantello, che i pittori ti metton sulle spalle, tu nascondi un anellino d'oro, che m'infilerai nel dito prima di morire. E se questo è vero, benché tu sia l'ultimo del secolo, per me il secolo nuovo comincerà con te, e di tutti i tuoi fratelli che vedrò passare sulla terra, tu resterai nella mia memoria il più splendido e nel mio cuore il più caro.

 

Una ragazza trentenne

Un altr'anno è passato, un altro fiore caduto dallo stelo della mia gioventù, un'altra farfalla verde fuggita dal nido delle mie speranze. Che vale un'anima piena d'amore se non manda dei raggi d'oro? L'uomo passa e non la vede. Egli non indovina dagli occhi le virtù celate che lo renderebbero felice: non vede se non la bellezza splendente che gli promette qualche anno d'ebbrezza e d'orgoglio, e la ricchezza che lo affrancherà dalla lotta per la esistenza e spianerà la via alle sue ambizioni. E la mia gioventù sfiorisce senz'amore e senza gioia in una aspettazione umile e affannosa, che rattrista chi m'ama e fa sanguinar segretamente la mia alterezza. E anche tu passerai, millenovecento, senza che una mano cerchi la mia, senza che una voce d'amore, tra le infinite che suonan nell'aria, pronunci il mio nome, per dirmi che non sono nata invano, che Dio lasciò cader sulla terra una corona di madre anche per la mia fronte. Un altro anno mi si stende dinanzi oscuro e freddo come un inverno di dodici mesi. Ah, forse l'onda umana, in cui poteva essere un'anima che chiamasse la mia, è già passata; è forse già destino immutabile ch'io non debba esser altro che spettatrice della vita. E tu trascorri, o nuovo anno; io chino il capo e non aspetto più; che il mio destino si compia. […]


Un marito

Tristo capo d'anno! Chi me l'avrebbe predetto così tristo il primo dell'anno scorso, quando numeravo gl'istanti coi miei palpiti impazienti di fidanzato? In pochi mesi tutto è mutato. Un giorno uno sguardo, un altro una parola, ora un atto d'indifferenza, ora un dissenso leggerissimo, ora l'espressione involontaria d'un sentimento segreto m'hanno svelato una mente che non combacia in alcuna idea con la mia, un cuore angusto e freddo, un'anima in cui non è che vanità ed egoismo. Ho abbracciato una donna e mi son trovato sul petto una pupattola. Ho sacrificato la libertà e son rimasto senz'amore. Ho creduto di rinascere a una nuova vita e mi son sepolto vivo con un cadavere. E non v'è riparo all'errore terribile, non v'è spiraglio di speranza, non arte o forza umana che possa infondere il soffio della vita in questa forma vana di sposa, che le mie braccia stringono senza che il mio cuore la senta. Che cecità fu la mia! E come sarà tremenda l'espiazione! Ogni giorno che passa allarga l'abisso che ci separa; noi saremo fra un anno assai più lontani l'un dall'altra che non fossimo prima d'avvicinarci. Sono arruolato per la vita nell'esercito degl'infelici. I giorni dell'anno che sorge mi si presentano alla mente come una processione di larve spaurevoli, di cui ciascuna porta nelle mani un disinganno, un'amarezza, una noia. Oh che triste capo d'anno! [...]

 Una sposa

Oh che triste capo d'anno! Chi me l'avrebbe predetto così triste or fa un anno, quando contavo gl'istanti coi miei palpiti ansiosi di fidanzata? Dopo pochi mesi mi svegliava dal bel sogno il tradimento; non una pugnalata, uno schiaffo; il tradimento strisciante in casa mia, sordido e infame, dissimulato da una parte sotto l'ossequio servile, nascosto dall'altra dalla stessa mostruosa bassezza della propria abbiezione, a cui il mio sospetto non poteva discendere: una così abbominevole vergogna che il terrore di farla pubblica mi fa accettare il supplizio di finger d'ignorarla, calpestando in silenzio la mia felicità precipitata nel fango. O dolce amore che ho sognato, tu esisti non di meno! O dolce amico, anima amorosa e gentile, che cerca l'anima mia, tu sei pure in qualche parte nel mondo! E io ti troverò, e tu avrai tutto il mio cuore e tutta la mia giovinezza, e tu mi farai riamare la vita e ricredere nella nobiltà dell'anima umana. Oh mettilo sul mio cammino, guidalo a me, anno millenovecento; sii tu l'anno della mia risurrezione e della mia vendetta; fa tu rifiorire l'anima mia come farai rifiorire la terra.

 

Un deputato

Che mi porterà l'anno nuovo? Questo mio Ministero non pare che abbia fiato in corpo da reggere fino allo scioglimento delle nevi. Si può dar benissimo che dia il «mortal sospiro» in quaresima. E allora? Forse alle urne. E in tal caso? Forse alla porta. Ma chi può antiveder gli eventi in politica? Nel giro di pochi mesi un Ministero elastico può pericolare, rimpastarsi, precipitare e risorgere; un capo di Governo esser processato e condannato in marzo e riportato sugli scudi in ottobre, salutato speranza suprema, salvatore unico e gloria incarnata del suo paese. In ogni modo bisogna prepararsi alla lotta, «lavorare il collegio», seminar parole e speranze. Che bell'argomento di entratura e di chiusa di discorsi l'ultimo anno del secolo! E a quanta poesia di promesse si presta la imminenza del nuovo! È così comodo il dire: – Dirò, farò, vi proverò, vedrete… nel secolo venturo! – Vieni pure, o millenovecento; io ho fede in te; non sei tu quello ancora che rovescierai di seggio il triumvirato dell'Audacia, della Chiacchiera e della Furberia; io me la intenderò con te come con gli altri; e quanto al secolo ventesimo, fin che sarà bambino, un po' con le buone e un po' con le brusche, si potrà tirare avanti un bel pezzo. All'opera, dunque! In alto i cuori! Viva la patria! […]

 

[...]

Un piccolo impiegato

Il primo dell'anno. Festa civile. Perché? Io passo dall'anno vecchio all'anno novo con la stessa indifferenza che da un lastrone all'altro del marciapiedi. So bene che l'anno che viene sarà stupido e noioso come quello che se ne va; che mi leverò ogni mattina all'ora solita per venire per la solita strada a fare all'ufficio lo stesso lavoro, barattando coi colleghi le stesse parole; che il ventisette d'ogni mese andrò a riscuotere quel medesimo stipendio disperato, senza un centesimo di più, forse con qualcuno di meno; e che per arrivare al ventisette dovrò sempre stiracchiare i conti ad un modo, e impormi le stesse mortificazioni cristiane degli anni passati. Per me gli anni sono tutte copie identiche d'un solo originale: che misero originale! Io non sono altro che un calendario ambulante ch'ogni sera mi strappo di dosso da me stesso la data del giorno corrente, con la sola differenza dai calendari di carta, che invece di cambiar piatto ogni giorno, ho lo stesso piatto quasi tutto l'anno. Se ogni anno non fosse un passo avanti verso quell'osso di pensione, vorrei che la mia vita fosse un anno di diciottomila giorni, per risparmiarmi almeno la noia di scrivere una data nuova nelle minute . O anno millenovecento, ti sciolgano altri degli inni; io ti ricevo con una scrollata di spalle e ti saluto con uno sbadiglio.

[…]

Un erede in aspettativa (a letto, accendendo una sigaretta)

I miei auguri, mio signor me stesso , come dice il Giusti. Che sia questo l'anno climaterico in cui avrò il dolore di perdere lo zio amatissimo? Ha fatto un gran calo nel novantanove; sono mesi che campa di latte e respira corto. Poveretto! Ma già, non si può vivere ed essere vissuti, bisogna che la legge si compia. E poi, che vita è quella ch'egli trascina, con tutti i suoi quattrini, così solo e sempre cupo, con quelle due dita di collo, sotto la minaccia continua d'una portata di sangue al cervello, che lo può stecchire, povero zio, da un momento all'altro? Sarebbe quasi carità… Oh, vergogna! E oseresti? Eh, mai al mondo. Che idea! Una cosa è aspettare, un'altra desiderare. Oggi, per esempio, aspetto un creditore, ma non lo desidero. È vero anche che lo aspetto, ma lo temo; mentre non temo… Oh, insomma, non bisogna guardar troppo pel sottile nei nostri sentimenti. Il cuore umano è un guazzabuglio, ha detto un grande scrittore. Per me, viva pure altri dieci anni. Ma sta pur sempre che mi potrebbe lasciar ricco in questo che s'apre. In fine, fa tu, o millenovecento; mi rimetto a te; quello che tu farai non potrà essere che il voler di Dio. Che porcherie queste sigarette da tre centesimi! L'anno venturo fumerò delle Elene. E adesso, vestiamoci: bisogna portar gli auguri al mio vecchio…

[…]

Un pessimista

Il primo dell'anno. Oggi l'umanità s'ubriaca di belle parole d'augurio e di speranza. Come se l'anno che viene non traesse con sé, come gli altri, il suo corteo maledetto di delitti, d'orrori, di sventure e di vergogne! O stolti, o non sapete che, sbagliando di poco, si potrebbe già scrivere fin d'ora sui registri statistici il numero degli assassinî e dei suicidî e degli impazzimenti e delle bancarotte e delle calamità d'ogni specie che avverranno dalla Circoncisione a San Silvestro? O credete che, perché staccaste dal muro il calendario vecchio per appendervi il nuovo, cesseranno i fiumi di straripare, le malattie di menar la falce, i treni della strada ferrata d'urtarsi e la guerra d'insanguinare i campi e le acque? Un passo avanti nella civiltà . Così chiamate l'anno. Andiamo! È l'uomo migliore nel 1900 di quel che fosse nel 1800? Meno avido di denaro, meno incline alla prepotenza coi deboli e alla viltà coi potenti, meno mutevole, meno superstizioso, meno egoista, meno falso, meno ladro? No. E allora tutto il resto è vanità. Le vostre maraviglie meccaniche non sono che balocchi ingegnosi, le vostre riforme di Codici mutamenti di parole, le vostre nuove istituzioni architetture di carta. Va via, novecento bugiardo e criminoso; ti facciano festa i fanciulli a cui porti il giocattolo e gli sciocchi che si sborniano il primo dell'anno per vederti color di rosa. Io non commetto la viltà di darti il benvenuto.

[…]

Un vecchio accattone

L'anno nuovo! Mi capiterà qualche buona fortuna? Un signore briaco, l'anno passato, uscendo da una trattoria, mi diede uno scudo. Ma son di quei tegoli che ci cascano sul capo una volta ogni dieci anni. Spero poco dal 1900. La va sempre peggio. Questi tranvai che pigliano alla gente le monete spicciole, questi giornali che tiran via ad aizzarci contro la Questura, e queste Cucine popolari e Case benefiche e Società contro l'accattonaggio ci fanno sempre più disperato il mestiere. Purché quest'anno non inventino qualche altra diavoleria! Ah, quant'è lungo l'anno per noi! Prima che questo finisca, quanti usci mi vedrò sbattere in viso, quante impertinenze di portinai mi dovrò asciugare, quanti: – Va a lavorare! – di fannulloni, o quante, quante facce vedrò passare, di quelle che passano e non si voltano! E prima il freddo e poi le pioggie e poi l'arsura e da capo le pioggie e il freddo un'altra volta… e i cuori duri in tutte le stagioni. Fortunate le femmine che possono andare attorno con dei marmocchi in braccio. Se quest'anno mi portasse almeno uno di quei malanni vistosi che danno poco incomodo e fanno molta compassione, come quel bell'emione dell'amico Carlandrea, che gli tira i soldi da tutte le parti! Ma io non son nato fortunato. Eppure, mi pare di non domandar gran cosa all'anno nuovo!

[…]

Un capitano di fanteria

Questo dovrebb'essere l'anno della mia promozione, se non c'è di mezzo la iettatura. Vediamo. Vieni ancora una volta, fido e logoro Annuario , libro del Fato, oggetto di così lunghi studi e di così grande amore, che non c'è per nulla al confronto la Comedia e l' Eneide . N'ho ancora davanti ventisei, e li conosco quasi tutti. Tre son stati già «saltati» due volte, e moriranno col berretto di tre righe. Quattro raggiungono nel primo trimestre l'età legale e andranno in «posizione ausiliaria». Quest'altro, affetto di diabete acuto, sarà molto se arriverà a primavera. Quello che vien dopo, un artigliere fallito, ha il bollo dell'Accademia… lo faranno. Faranno anche gli altri cinque, che per me son Carneadi: supponiamo il peggio. Resterà fuori il decimo, che ha già rischiato due volte il Consiglio di disciplina per debiti, ma che non vi sfuggirà quest'inverno, perché è la stagione in cui egli fa le sue mattate più pericolose. Ne restano diciassette. E poi non si sa mai: da cinquant'anni in su la vita è attaccata a un filo. O vorrei vedere che non facessero tre mezze dozzine di maggiori in un anno! Sì, sarà questo. Oh sarai tu, anno nuovo, che mi porterai il quadrupede, le due razioni di foraggio, l'ordinanza legittima e quella tollerata, le mille e duecento d'aumento, e la liberazione dalle noie amministrative, e i lunghi riposi, e la santa pace, e tutte le dolcezze sospirate del canonicato militare. Sì, o 1900; io veggo in quei due zeri, che ritornano dopo novantanove anni della tua data, due grandi occhi benigni che mi dicono: – Puoi ordinare al fornitore il berretto nuovo…

[…]

Un contadino proprietario

Buon anno! – dicon tutti, questa mattina. E perché no? Si vedono tante cose straordinarie a questo mondo, che si può dare anche questa. Se quest'inverno non mi ammazzerà il bestiame qualche epidemia, se il freddo troppo forte non mi rovinerà gli alberi da frutta e il gelo non mi sciuperà la vigna…; se le pioggie di primavera non mi faranno marcire i fieni, se qualche diluvio, in estate, non mi butterà giù il frumento un giorno avanti la mietitura e se in autunno potrò stagionare i risi a tempo debito…; se la siccità non mi farà costar troppo caro il mantenimento delle bestie; se il grillo talpa non mi mangerà la meliga sotto terra e le tignuole mi risparmieranno i fagiuoli e le patate, e i bachi non mi cadranno morti sulle stuoie proprio al momento di fare i bozzoli, e il vento non mi porterà via lo zolfo dalle uve…; se sul più bello non mi mancheranno i denari, come l'anno scorso, o se, avendo i denari, non mi mancheranno le braccia, come tre anni fa, e se i ladri non abuseranno troppo, e se qualche mascalzone che so io non mi taglierà le viti o non mi darà fuoco ai pagliai, e se il buon Dio mi concederà la salute… e perché no? si potrebbe dar benissimo che questo fosse un anno buono. Buon anno, dunque, cari vicini, buon anno. […] 

 [...]

Un vecchio operaio 

Brutta giornata. Vedremo oggi le vetrine piene di tentazioni, uscir gente dalle botteghe con le mani piene di ghiottonerie, far la festa ai capponi sui terrazzi del cortile, e i miei poveri figliuoli incontreranno per le scale signore e cameriere con bracciate di giocattoli, e io non ho una maledetta lira da spendere per comprare un cagnolino di legno e per mettere sulla tavola mezzo chilogrammo di panettone. Perché metton fuori tutta quella roba, sotto il naso di tanta povera gente che non ne può comprare, e che non ci guadagna altro che dei brutti pensieri? Bella carità cristiana! E perché ne posson comprare tanti che non fanno niente e non tanti altri che sgobbano come cani tutti i santi giorni dell'anno? Spiegatemi un po' questo, in un modo che mi capaciti. Ora ci vengon cantando che la cosa cambierà, e che si leva l'alba , e che avrà ciascuno secondo la sua opera , e che so io. Sì, è un po' di tempo che lo dicono; ma l' alba si leva ogni giorno, e siamo sempre alla medesima, che chi ne ha se li tiene, e chi non ne ha trangugia saliva amara, come faccio io. Sarà per l' anno due mila , come ho inteso dire che hanno stampato. Ah, no; la baracca è troppo ben piantata, e non m'ha l'aria di volersi capovolgere da un anno all'altro. Oh che bel giorno dell'anno che farò io, con questo po' di bulletta che mi rimpasto! O andiamo un po' a bere un dito d'acquavite per veder se la grinta dell'anno nuovo mi parrà meno scellerata dal liquorista che per la strada. Tanti auguri, padroni!

Gralli