I Re Magi (2)
Nel Vangelo di Matteo si legge che i Magi, dopo aver adorato Gesù ed avergli offerto i loro doni, avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
(Matteo, 2,12)
Da queste scarne parole gli agiografi si sono sbizzarriti nel racconto del ritorno dei Magi alle
proprie terre e del loro successivo destino, fino alla loro morte e alla sepoltura.
Il testo più dettagliato sul viaggio di ritorno dei magi è il Liber de trium regum corporibus Coloniam translatis, scritto nel 1364 dal monaco tedesco Giovanni di Hildesheim.
E, ricevuta in sogno l'ammonizione di non tornare presso Erode, fecero ritorno alle loro terre per un diverso cammino». Ora la stella non apparve più loro, ma, di notte, si fermavano nelle locande, come ogni altro mortale. E tornarono alle loro terre tutti insieme e nello stesso tempo. E, con i loro seguiti, transitarono per tutte le regioni e province […] e a tutti annunziarono, con umiltà, le cose che erano loro accadute, e tutti trattarono con benignità tale, che mai potrà svanire, in quelle province, la fama delle virtù, della umiltà e dei meriti loro. E, fino a che non rientrarono in patria, nulla venne a mancare delle cose che avevano seco portate per cibo e per foraggio. Ma, per la via che avevano superata, grazie alla guida della stella, in dodici giorni, rimasero, questa volta, per due anni, con molta fatica, e dovettero chiedere l'aiuto di guide e di interpreti, affinché fosse, così, evidente la differenza fra l'opera di Dio e quella dell'uomo. Ora, Erode tenne loro dietro per un lungo tratto, e, poiché gli abitanti di Tarso in Cilicia predicavano le loro virtù e i loro meriti, egli bruciò le loro navi e seminò grande distruzione nei loro territori, soprattutto perché li avevano aiutati a passare il fiume Syler.

Giovanni da Modena – Il ritorno dei Re Magi, 1412 (Cappella Bolognini, Basilica di San Petronio, Bologna)
Quando, dopo due anni tornarono e giunsero al monte Vaus, vi fecero costruire, in onore del nato re dei Giudei, una cappella, e la adornarono con regale magnificenza. Riposarono, poi, delle fatiche del viaggio e, per rifarsi, si trattennero nel castello che era allora sotto il monte. E lì proprio scelsero il luogo della loro sepoltura, e stabilirono di ritornarvi ogni anno, con i loro prìncipi. (Giovanni da Hildesheim, "La storia dei Re Magi")
Nell'apocrifo Vangelo dell'infanzia arabo siriano si legge che Maria donò ai Magi alcune delle
fasce del bambino Gesù; i Magi le accettarono con grande riconoscenza. In quello stesso
istante apparve loro un angelo sotto forma di quella stella che prima era stata la loro guida nel
viaggio: ed essi se ne andarono, seguendo l'indicazione della sua luce, finché giunsero alla loro
patria.
Qui, si raccolsero intorno ai Magi i loro re e prìncipi, domandando cosa avevano visto e avevano
fatto, in che modo erano andati e ritornati e cosa avevano riportato con sé.
I Magi mostrarono la fascia a tutti e celebrarono una festa; seguendo la loro usanza, accesero
un fuoco, lo adorarono e vi gettarono sopra la fascia. Il fuoco l'avvolse subito,
accartocciandola, ma, una volta spentosi questa fu ritrovata integra, come se il fuoco non
l'avesse nemmeno toccata. Perciò essi si misero a baciarla, a mettersela sugli occhi e sul capo,
dicendo: - Questo è senza dubbio la verità: che si tratta di un grande prodigio, perché il fuoco
non ha potuto bruciarla né consumarla! - Quindi la presero e con grandissima venerazione la
riposero tra i loro tesori.
Non si sa se i Magi morirono nei loro Paesi o, secondo quanto narra un'antica tradizione, furono martirizzati a Gerusalemme, dove erano ritornati dopo la crocifissione di Cristo. I loro corpi, sepolti insieme, furono ritrovati da Elena, madre dell'imperatore Costantino, nel pellegrinaggio durante il quale recuperò la Vera Croce e numerose altre reliquie:
La regina Elena […] cominciò a pensare grandemente ai corpi di quei tre re, e si schierò e con un largo seguito si recò nella terra dell'Indo. […] Quand'ebbe trovato i corpi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, la regina Elena li mise in uno scrigno che ornò di grandi ricchezze, e li portò a Costantinopoli […] e li pose in una chiesa chiamata Santa Sofia. (Giovanni da Hildesheim, "La storia dei Re Magi")
Una leggenda narra che, intorno all'anno 344, Eustorgio, dopo essere stato eletto vescovo di Milano, si recò a Costantinopoli dall'Imperatore Costante per ottenerne l'approvazione. Insieme al consenso ebbe in dono le reliquie dei Magi. Il pesante sarcofago marmoreo contenente le sacre spoglie fu trainato da due buoi fino nelle vicinanze di Milano, nella zona dove oggi sorge l'Arco di Porta Ticinese. Qui gli animali crollarono per la fatica ed Eustorgio considerò che ciò fosse un segno celeste. In quel luogo fuori le mura, dove si trovava la polla d'acqua che era stata il fonte battesimale della primitiva comunità cristiana, Eustorgio fece costruire la Basilica Trium Magorum e vi collocò l'arca di marmo con le spoglie dei Magi. La volontà del vescovo era quella di essere sepolto, dopo la morte, vicino ai corpi dei Magi e i suoi resti sono conservati in un'urna sotto l'altare maggiore della basilica che porta il suo nome.

Il trasporto del sarcofago dei Magi (capitello della Basilica di Sant'Eustorgio, Milano)
Nel transetto della basilica di Sant'Eustorgio a Milano si trova la cappella dei Magi in cui è conservato un colossale sarcofago di marmo con un bassorilievo, settecentesco, raffigurante la stella cometa e la scritta "Sepulcrum trium magorum". Il sarcofago però è vuoto. Jacques-Albin-Simon Collin de Plancy, ottocentesco autore del Dizionario delle reliquie e delle immagini miracolose, afferma che l'odore di santità che vi hanno lasciato [i Magi] opera qualche piccola guarigione, ma non si cimenta in cure difficili.

Sepulcrum Trium Magorum (Basilica di Sant'Eustorgio, Milano)
Nel 1162 l'imperatore Federico Barbarossa saccheggiò e distrusse gran parte della città di Milano. Secondo alcune fonti già in quel momento s'impossessò delle reliquie dei Re Magi. Altre fonti affermano invece che ad impadronirsene fu Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, che il Barbarossa aveva nominato arcicancelliere d'Italia.
Secondo questa versione dei fatti, il nobile Assone della Torre aveva occultato le reliquie nel campanile della chiesa di San Giorgio. Reinaldo costrinse Assone a scegliere tra la morte e la consegna dei preziosi resti. Il nobile milanese cedette al ricatto e supplicò l'arcivescovo di non rendere pubblico il vergognoso baratto. Reinaldo allestì tre feretri e vi celò le reliquie. Fece quindi di ondere la voce che le casse contenevano i cadaveri di tre suoi congiunti, stroncati dalla peste, a cui voleva dare degna sepoltura in Germania. La paura del morbo tenne lontani i curiosi.
Il fatto strano, il vero colpo di scena, è che di tutta la storia, a partire dal viaggio di Eustorgio a
Costantinopoli fino al fatto di essere in possesso delle preziose reliquie dei Magi, i milanesi non
sapevano assolutamente nulla.
La vicenda è stata ricostruita in un breve e appassionante saggio da Patrick J. Geary (I Magi e
Milano, in Il millennio ambrosiano. La città del vescovo dai Carolingi al Barbarossa, a cura di
Carlo Bertelli, 1988).
La notizia della avvenuta traslazione delle spoglie dei Magi a Colonia fu data, quasi
contemporaneamente ai fatti. Nelle Gesta Federici I imperatoris in Lombardia si riporta che,
nel 1164, Rainaldo, cancelliere dell'imperatore, trasportò, insieme ad altre reliquie, "tre altri
corpi, che erano conservati in un'arca, che era nella chiesa di Sant'Eustorgio, e che dicevano
essere dei tre magi". Non si può non notare la prudente presa di distanza sull'identità dei corpi:
l'estensore della cronaca riferisce, senza sottoscriverla, una notizia che pare riferita da altri,
probabilmente dallo stesso Rainaldo o da qualcuno della sua cerchia più ristretta.
Fino a quel momento non si trova una sola citazione, fonte d'archivio, liturgica, cronachistica o
letteraria che faccia menzione della presenza delle reliquie dei Magi a Milano.
Nel 1158, in un breve cenno della Chronique, Roberto di Torigni, abate della abbazia
normanna di Mont-Saint-Michel, riporta che, quando le spoglie attribuite ai Magi furono
scoperte nella chiesa milanese di Sant'Eustorgio, i resti di quei corpi sembravano appartenere
a tre persone di circa 15, 30 e 60 anni, la cui pelle e i cui capelli risultavano ancora
miracolosamente intatti.
Secondo Patrick J. Geary, la notizia riportata dall'abate sarebbe però una ricostruzione a posteriori da ricollegare ad un rapporto diretto con Reinaldo, il potente arcivescovo di Colonia.
La prima menzione milanese dell'avvenuto furto è ancora posteriore. Solo dopo oltre cento anni dagli avvenimenti, nel 1288, Bonvesin de la Riva, nel celebrare la grandezza della Milano allora governata dai Visconti, citò anche le reliquie dei Magi, lamentandone la sottrazione e attribuendone la causa alle discordie tra le fazioni cittadine:
Egli [Federico I] rase al suolo l'altissimo muro della città insieme con gli edifici e per cinque anni di seguito gravò crudelmente le spalle dei cittadini di pesanti gravami; inoltre, ciò che per noi risultò offesa più umiliante e più grande, i corpi dei tre Magi, che nell'anno trecentoquattordici il beato Eustorgio aveva miracolosamente trasportato da Costantinopoli nella nostra città, ci furono, oh dolore!, sottratti e trasferiti a Colonia, città di Alemagna, per opera del suo arcivescovo. Perché ho detto "ciò che per noi risultò offesa più umiliante e più grande"? La causa la indico subito: la città fu ricostruita migliore di prima, ma il tesoro di così grandi reliquie rimane lontano da noi. (Bonvesin de la Riva, "Le meraviglie di Milano")
Solo successivamente al 1300 si ha notizia a Milano del culto dei Re Magi. Il cronachista milanese Galvano Fiamma racconta che nel 1336, sotto Azzone Visconti, si e ettuava un corteo dei Magi a cavallo, che attraversava la città, seguito da una schiera di servitori e di animali esotici. La rappresentazione si è mantenuta fino ai nostri giorni e, ogni 6 gennaio, un corteo parte da piazza del Duomo, raggiunge la chiesa di San Lorenzo, dove si rappresenta l'arrivo dei Magi al cospetto di Erode, e termina sul sagrato della basilica di Sant'Eustorgio, dove viene replicato il momento dell'Adorazione e della consegna dei doni. Vicino al grande sarcofago in pietra viene anche esposta una medaglia che la tradizione vuole sia stata realizzata con una parte dell'oro donato dai Magi al bambino Gesù.

Reinaldo di Dassel (Arca dei Magi, Duomo di Colonia)
Ma torniamo a Rainaldo di Dassel, che deve essere considerato l'inventore delle reliquie dei
Magi. Le sue ragioni erano legate alla propaganda filoimperiale, intesa a celebrare Federico
Barbarossa, come erede della regalità dei Re Magi e di Carlo Magno.
Il fatto storicamente accertato è che Rainaldo lasciò Milano il 10 giugno 1164, con qualsiasi
cosa avesse nei suoi bagagli: sacre reliquie o poveri resti.
Passato il Ticino si fermò a Vercelli, giunse a Torino, varcò le Alpi al Moncenisio, per poi
transitare attraverso la Borgogna in direzione di Colonia, dove giunse il 23 luglio.
Le reliquie furono poste nel Duomo cittadino e vi attirarono subito folle di pellegrini.
Rainaldo regalò tre dita dei Magi alla vicina città di Hildesheim, alla quale era particolarmente
legato a causa dei suoi studi giovanili.
Alla fine del XII secolo, l'Imperatore Ottone IV commissionò a Nicolas de Verdun una cassa
monumentale per contenere le spoglie dei Magi ed esporle degnamente al pubblico, insieme a
quelle di san Gregorio di Spoleto e di altri santi.
L'opera, un capolavoro di oreficeria, fu realizzata tra il 1190 e il 1225 e rappresenta il reliquiario
più grande e più artisticamente sofisticato che ci sia pervenuto dal Medioevo.
Il "Dreikönigenschrein", ossia lo Scrigno dell'Epifania, è realizzato in legno ricoperto di argento
dorato; pesa più di trecento chili, è alto un metro e cinquantatré, lungo due metri e venti e largo
un metro e dieci.

Arca dei Magi (Duomo di Colonia)
Lo scrittore e viaggiatore francese François Maximilien Misson (1650?–1722) che visitò Colonia nel 1687, racconta:
I tre corpi di Colonia […] hanno fama di compiere molti miracoli. La grande affluenza di persone che giunse a Colonia da ogni parte fu causa di un notevole ampliamento della città. […] Poiché una tremenda siccità aveva provocato la fame in Ungheria (non ho potuto sapere esattamente in quale periodo) un gran numero di persone di quel paese venne ad implorare il soccorso dei tre Re, dopo aver inutilmente invocato i santi del loro paese e del vicinato. Appena fu pronunciata la prima parola, la pioggia cadde in abbondanza. Da quel momento, ogni sette anni, una processione di Ungheresi giunge a Colonia per rendere omaggio ai loro benefattori; i pellegrini sono ospitati dal magistrato cittadino per quindici giorni, in una bellissima casa, che è stata costruita appositamente per loro. (François Maximilien Misson, "Nouveau Voyage d'Italie", 1691)
I milanesi tentarono ripetutamente di ottenere la restituzione delle reliquie dei Magi che erano
state loro sottratte. Gli sforzi e le preghiere di personalità come Ludovico il Moro, papa
Alessandro VI, Filippo II di Spagna, papa Gregorio XIII e il cardinale Federico Borromeo, furono
del tutto inutili.
Nel 1903 l'arcivescovo di Colonia Anton Hubert Fischer donò al cardinale Andrea Carlo Ferrari,
arcivescovo di Milano, alcuni frammenti ossei (due fibule, una tibia e una vertebra) che furono
poste in un'urna di bronzo e ricollocate, il 3 gennaio 1904, nei pressi dell'antico sacello vuoto
dei Magi nella basilica di Sant'Eustorgio.
Un'altra chiesa della Lombardia, quella di San Bartolomeo a Brugherio, può vantare il
possesso di alcune reliquie dei Magi.
La loro storia risalirebbe al 353 quando Ambrogio, vescovo di Milano, donò a sua sorella
Marcellina, che aveva deciso di ritirarsi dal mondo, una cascina nei pressi di Brugherio. Per
rafforzare la devozione di Marcellina e delle sue consorelle, donò loro tre falangi dei Magi.
Le reliquie tornarono alla luce nel 1596, durante una visita pastorale del cardinale Federico
Borromeo. Dapprima furono considerate Reliquie sanctorum, quorum nomina ignorantur ma
pochi anni dopo, nel 1613, furono riconosciute come appartenenti ai Magi e trasportate
solennemente dalla chiesetta annessa alla Cascina Sant'Ambrogio alla chiesa di San
Bartolomeo.
Già nel 1621 risulta che le reliquie fossero poste in un'urna d'argento ornata delle statue dei
Magi.

Reliquiario dei Magi, inizi XVII secolo (Chiesa di San Bartolomeo, Brugherio)
Marco Polo, il famoso viaggiatore, affermò di avere visitato le tombe dei Magi, intorno al 1270, ma non a Colonia, ma a Saba, l'attuale città iraniana di Sāveh:
In Persia è la città ch'è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente. (Marco Polo, "Il Milione", cap. XXX)

Il quarto dei re magi
I Re Magi hanno ispirato storie e leggende in ogni epoca e letteratura: dai Vangeli apocrifi a
Jacopone da Todi, da Johann Wolfgang von Goethe a Gabriele d'Annunzio ad Anatole France, e
ancora Edmond Rostand, Lope de Vega, William Butler Yeats, Edzard Schaper, Arthur G. Clarke
e molti altri.
Un caso del tutto particolare è quello dello scrittore e pastore presbiteriano statunitense Henry
van Dyke (1852-1933) che nel 1895 pubblicò The Story of the Other Wise Man, tradotto più volte
in italiano con i titoli più vari: Il quarto dei Re magi, La storia del quarto mago d'Oriente, Il quarto
saggio, Artaban: il quarto re, L'altro re magio.
Van Dyke si rivolge direttamente ai suoi lettori domandando:
Ma avete mai sentito quella dell'altro Magio, che altrettanto aveva visto levarsi la stella, e si era messo in viaggio per seguirla, eppure non giunse con i suoi compagni in presenza del bambin Gesù? Del grande desiderio di questo quarto pellegrino, e di come esso venne negato, seppur compiuto nella negazione, dei suoi molti vagabondaggi e delle prove a cui fu sottoposta la sua anima, del suo lungo viaggio per cercare e dello strano modo in cui trovò Colui che cercava vi racconterò la storia, così come ho sentito per frammenti nella Sala dei Sogni, nel palazzo del Cuore dell'Uomo. (Henry Van Dyke, "L'altro re magio")
Artabano, come gli altri Magi, vede nel cielo i segni che annunciano che è nato un re tra i Giudei.
Anch'egli parte, portando dei tesori da donare al bambino: "uno zaffiro, un rubino e una perla di
grande valore". Tuttavia, si ferma lungo la strada per aiutare e risanare un moribondo, il che gli
fa perdere l'appuntamento con la carovana degli altri Magi. Poiché ha perso la carovana, e non
può attraversare il deserto con un solo cavallo, è costretto a vendere uno dei suoi tesori per
acquistare i cammelli e le provviste necessarie per il viaggio. Artabano arriva a Betlemme
troppo tardi, quando la Sacra Famiglia è fuggita in Egitto. Rinunciando ad un altro dei suoi tesori
riesce a salvare la vita a un bambino che sta per essere ucciso da un soldato di Erode.
Si reca quindi in Egitto e poi in molti altri paesi; per anni continua la ricerca di Gesù e nel
frattempo continua a compiere numerosi atti di carità.
Dopo 33 anni, Artabano è ancora un pellegrino e un cercatore della luce. Egli arriva a
Gerusalemme al momento della crocifissione di Gesù. Spende il suo ultimo tesoro, la perla,
per riscattare una giovane donna che sta per essere venduta come schiava. Viene infine colpito
al capo da una tegola e, mentre è in punto di morte, avendo fallito la sua ricerca ma avendo
fatto molte opere di bene, sente una voce che gli sussurra: In verità ti dico, che tutto quello
che hai fatto per l'ultimo dei miei fratelli, tu lo hai fatto per me. (Vangelo di Matteo, 25,40)

Adorazione dei Magi (stampa, ca. 1635)
L'erudito e poligrafo francese Jacques-Albin-Simon Collin de Plancy (1794-1881) nel suo ponderoso saggio "Dictionnaire critique des reliques et des images miraculeuses, riporta numerose notizie sui Re Magi. Tra questi un paio di aneddoti piuttosto curiosi:
Nel secolo scorso, un cappuccino, incaricato di predicare a Bruxelles, davanti ad una brillante assemblea di principi e di prelati, aveva preso come argomento la storia dei re magi, di cui ricorreva la festività. Egli era un po' ignorante e si sentì turbato dall'assemblea che gli stava davanti. Tuttavia cominciò a parlare e, dopo qualche citazione nel suo latino, gridò: «Il primo gli offrì dell'incenso, il secondo oro-mirra, il terzo…». Siccome aveva mischiato la mirra con l'oro, s'impappinò a lungo su quanto aveva potuto offrirgli il terzo. Non sperava più di venirne a capo, quando, per sua fortuna, scorse un grande quadro che rappresentava i re magi, uno dei quali era dipinto in nero. Fu per lui una rivelazione e riprese con tono sicuro: «Il terzo, miei carissimi fratelli, il terzo non offrì niente; e Gesù indignato, lo anneri, come potete vedere voi stessi». Prese da qui lo spunto per dimostrare che non si doveva andare in chiesa a mani vuote.
Da qualche parte che adesso mi sfugge è stata stampata un'altra avventura. Un predicatore aveva ugualmente confuso l'oro e la mirra, e siccome continuava a ripetere: «Il terzo gli presentò…», il pubblico perse la pazienza. Si era in un villaggio. Un contadino, che si trovava dietro il pulpito, tirò il predicatore per la tonaca e gli gridò «Ebbene, volete dunque dire ciò che gli presentò il terzo?». «Una loffa di cane sul tuo naso, maledetto!», replicò il curato corrucciato. (Jacques-Albin-Simon Collin de Plancy, Dizionario delle reliquie e delle immagini miracolose, 1982)
La traduzione italiana, che propone solo una selezione della monumentale edizione originale in tre volumi, non riporta una singolare superstizione:
Chi desidera sapere quale aspetto avrà il giorno della sua morte, deve scriversi sulla fronte, col proprio sangue, nella notte dell'Epifania, i nomi in tedesco dei tre Magi, Gaspar, Melchior e Balthasar, e poi guardarsi dentro uno specchio. (Jacques-Albin-Simon Collin de Plancy, Dictionnaire critique des reliques et des images miraculeuses.
DrRestless (Roberto Gerbi)
