Il linguaggio degli occhi

22.01.2026

Sempre più apprezzo l'aurea brevitas. Poche pagine per evocare un'era di passaggio: il disfacimento di un millenario impero allo stremo, quello romano; l'irruzione di orde barbare e guerriere assetate di conquista. Su questo sfondo violento, di assalti e di massacri, una storia d'amore: quella di una donna che di quella civiltà rappresenta il meglio, la cultura; e di un uomo che ignora le lettere e pone il suo valore sulla lama della spada e sul coraggio guerresco; un dualismo che sembra irriducibile. E ancora lo scontro di fedi diverse, ugualmente causa di morte.
Un amore che viene travolto dalla brutalità dei tempi.
Eppure la vicenda si chiude con un'immagine di speranza: il guerriero è diventato monaco, anziché una lama impugna lo stilo, tracciando sulla pergamena i tesori di sapienza di un mondo scomparso, preservandoli dalla furia cieca delle guerre. 

Sfogliando il libro

Lei si chiamava Placidia, lui Gisulfo. Le loro origini erano decisamente diverse: lei discendeva da un'antica famiglia aristocratica romana, lui era di origini germaniche, proveniva da una famiglia longobarda.
Gisulfo apprezzava la romanità, ma era e rimaneva essenzialmente germanico, estraneo all' cui si riferisce Tacito. Gisulfo era persona estremamente intelligente e sensibile e sapeva cogliere nel loro pieno valore le varie virtù di Roma. Ma era e rimaneva essenzialmente un guerriero: con gusti e preferenze ancora germanici. Per lui quel che contava soprattutto era la natura eroica di Roma. Lui ed i suoi compagni longobardi erano convinti che un giovane delle classi superiori dovesse essere educato soprattutto nell'uso delle arti marziali. Come sta scritto in un testo relativo alla storia dei Goti, la regina Amalasunta († 535) aveva un debole per Bisanzio, la romanità e la cultura classica che voleva impartire al figlio Atalarico. Ma i consiglieri di Corte si opposero. Per loro l'educazione letteraria era buona per le donne e se applicata a un uomo lo rendeva effeminato togliendogli ogni istinto guerriero. Gisulfo, come i suoi compagni longobardi, non la pensava diversamente dai consiglieri della Corte gotica. Era fiero delle sue capacità marziali e non aveva nessuna voglia di acquisire nozioni e capacità letterarie; non sapeva né leggere né scrivere e a tal fine manteneva al suo servizio schiavi scribani. 

Mosaico bizantino San Vitale Ravenna

Placidia era l'opposto di Gisulfo. Era stata allevata ed educata alla corte di Ravenna, era stata in contatto ed a scuola dai migliori rètori del suo tempo. Viveva in compagnia di poeti e trascorreva le sue giornate studiando, leggendo, recitando, scrivendo lettere e poesie e conversando con gruppi di amici e di amiche che condividevano i suoi gusti, le sue preferenze ed il suo modo di vita. Era una donna avvenente dagli occhi profondamente azzurri e dai capelli biondi, dotata di una grazia e di una femminilità eccezionali e molti erano coloro che accorrevano dalle loro ville, circostanti a quella di Placidia, per partecipare alle riunioni pomeridiane che si tenevano una volta la settimana nei saloni della villa d'inverno o, d'estate e in primavera, nello splendido giardino di Placidia. Vi si leggevano e vi si commentavano le poesie di Catullo, le Storie di Livio, le Odi di Orazio e si discuteva delle origini di Fiesole e di Roma. Queste riunioni erano poi allietate da cene che riflettevano la personalità di Placidia, cene raffinate donde erano esclusi ogni eccesso e ogni volgarità. 

Toeletta di una matrona romana, Simeon Salomon 1869

Placidia e Gisulfo si videro per la prima volta accidentalmente e fu un classico colpo di fulmine, una potente attrazione fisica li spinse violentemente l'uno verso l'altra. Gisulfo piantò i suoi occhi su Placidia in modo ardente e aggressivo; Placidia non abbassò i suoi occhi ma ripagò con uno sguardo ardente Gisulfo fissandolo negli occhi grigio- azzurri.
I due non si scambiarono parola in quel primo incontro. Gisulfo mirò al fusto di una pianta e, con forza e abilità straordinarie, vi scagliò contro la sua lancia che si conficcò profondamente nel tronco. Data questa dimostrazione di forza fisica e abilità marziale, l'aitante guerriero si volse a Placidia gridando: e cavalcò via senza altro aggiungere. In effetti non aveva altro da aggiungere. Le sue virtù consistevano esclusivamente nella forza fisica e nel coraggio sul campo di battaglia. Altro non sapeva fare.

Cavaliere, lastrina in bronzo dorato dello Scudo di Stabio, VII secolo. 

Gisulfo [...] All'improvviso prese una decisione e come sua abitudine non frappose indugio alla sua attuazione. Così, nel bel mezzo della notte, saltò in sella al suo cavallo e si diresse al galoppo verso la villa di Placidia. Non lontano da essa, nei mesi che seguirono, sulla cima di un colle fece erigere di furia un monastero cui cedette tutti i suoi beni ed in esso fece costruire due stupendi ed ampi locali, uno per ospitare la biblioteca, l'altro da usare come scriptorium. Passò il resto della vita in pace con sé e con gli altri, cantando con i confratelli e copiando manoscritti. Così facendo riteneva di far piacere a Placidia.
Col tempo acquisì notevole perizia e i suoi lavori acquistarono una fama che attrasse molti dotti al monastero. 

Carlo M. Cipolla Il linguaggio degli occhi Libri Scheiwiller

                                                                                                                              Gralli