Il pensionato signor Bougran

Gli scrittori non sono tutti uguali, la differenza sta: in chi sa scrivere e chi no; in chi ha qualcosa da dire e chi no; in chi è capace di dire molto in poche pagine e chi niente in molte. I libri non sono tutti uguali, ci sono: quelli scritti bene e quelli no; quelli che che dicono cose importanti - in poche o molte pagine, secondo necessità - e quelli che dicono cose inutili, quale che sia il numero di pagine impiegate per dirle, di solito molte.
Neppure i cibi sono tutti uguali, ci sono quelli che nutrono, apportando sostanze utili all'organismo, e quelli che danno un senso di sazietà senza nutrire. La stessa cosa accade con i libri, alcuni recano sostanze nutritive al cervello e rinnovano le cellule della cultura personale. Neppure i gusti sono uguali, per esempio a me piacciono i gelati cremosi: cioccolato, pistacchio, nocciola, cocco… non quelli alla frutta (che mangio al naturale), sola eccezione il sorbetto al limone.
In gelateria, ci chiedono infatti che gusti vuole? In libreria si possono scegliere i gusti, come in gelateria, o ci si può far guidare dal Gusto, che si è formato nel tempo col consumo costante buoni cibi per l'intelletto che non riuscirebbe più ad inghiottire certi cibi librari.

Fonte immagine https://www.gourmetfarina.it/gelato-artigianale
Questo libro è uno spuntino rapido, perfetto da consumarsi per un breve tragitto in treno, a metà mattinata per tacitare il languorino, o nella pausa pranzo, o la sera prima di dormire senza far troppo tardi, con buona assunzione di sostanze nutritive.
Il piatto è immediatamente piacevole alla vista: poche pagine a supporto di una scrittura elegante; precisa senza arzigogoli; evocativa, ma priva di descrizioni indigeste: insieme armonioso e gradevole, una gioia per gli occhi.
Né la sostanza è da meno, saporosa ed equilibrata, una storia che, seppur centenaria, conserva tutto il suo valore nutritivo: uno spicchio di vita nel quale ancor oggi possiamo riconoscerci.
L'impiegato inesistente
Un impiegato di mezza età viene pretestuosamente collocato a riposo, forse a beneficio di un raccomandato in alto loco. Egli è un perfetto anti-Bartleby*, si è allogato inconsapevole nella sua prigione compiaciuto e tronfio per la sua competenza professionale; nella ferma convinzione di essere un ingranaggio indispensabile del meccanismo ben oliato dell'apparato burocratico. E invece, anche se buon ultimo, è spazzato via dalla riorganizzazione che prevede drastici tagli e rinnovamento del personale. Dopo un secolo e più niente di nuovo sotto il sole.
Improvvisamente viene cacciato dall'Eden protetto nel quale ha vissuto per vent'anni, crogiolandosi nelle stesse ripetitive conversazioni con i colleghi su avanzamenti, pensioni, nei commenti sui fatti del giorno, nelle appassionanti questioni procedurali relative alle mansioni dell'ufficio.
La sua vita cambia all'improvviso, ma non sono le ridotte condizioni economiche ad impensierirlo di più, quanto lo spaventoso abisso di inattività che lo attende. A girargli il coltello nella piaga, in sovrappiù, le ipocrite consolazioni dei colleghi. In poco meno di trenta pagine, il lettore vede davanti a sé la disperazione di quest'uomo che vaga inutilmente nel parco del Lussemburgo, insensibile, anzi dolorante di fronte alla bellezza della vegetazione. Il suo giardino era ben altro, la musica che lo allietava non era il canto degli uccelli, ma l'armonia della che si levava dal linguaggio amministrativo, tutto un risuonare di il postulante, il prenominato, il qui accluso, l'alta considerazione.
Finalmente una straordinaria idea gli balza alla mente, qualcosa che trasformerà la sua vita, riconducendola alla pienezza di prima. Così gli appare, ma è solo un grottesco, disperato espediente che condurrà alla fine quest'uomo che si è identificato per intero in un lavoro monotono, ripetitivo, che gli ha disseccato immaginazione e possibilità di affetti.
Suo fratello ideale è quell'Agilulfo** nato da un penna di molto posteriore, una vuota armatura che si muove solo in virtù di regolamenti stabiliti da altri. Vuote spoglie, prive di consistenza umana sono ciò che un lavoro alienante produce, ancora oggi, e che questo breve racconto magistralmente descrive: un'esistenza grigia, meschina, come tante, assurge ad epitome dell'assurdità della condizione umana grazie al potere della letteratura.
* Herman Melville Bartleby lo scrivano Se ne parla qui https://www.bibliosalotto.it/grandi-rifiuti/
** Italo Calvino Il cavaliere inesistente

Gustave Caillebotte
Sfogliando il libro
Al mio bel tempo, diceva, eravamo coscienziosi e pieni di zelo: ora tutti questi giovincelli, reclutati non si sa dove, non hanno più fede. Non approfondiscono alcuna faccenda, non studiano a fondo alcun testo. Non pensano che a scappar dall'ufficio, abborracciano il lavoro, non si curano punto di quella lingua amministrativa che gli antichi maneggiavano con tanta disinvoltura: tutti scrivono come se scrivessero le loro lettere private!
[...] A quell'epoca, tutto era in proporzione, le sfumature, ora scomparse, esistevano. Nelle lettere amministrative, si scriveva parlando dei petenti: «Gentiluomo», per una persona che occupava nella società un rango onorevole, «signore» per un uomo di ceto inferiore, «la persona a nome» per gli artigiani e i galeotti. E che ingegnosità per variare il vocabolario, per non ripetere le medesime parole; si designava a volta a volta il petente: «il postulante», «il supplicante», «l'impetrante», «il richiedente». Il Prefetto diveniva, in un altro membro della frase, «quell'alto funzionario»; la persona il cui nome motivava la lettera mutava in «quest'individuo», «il prenominato», «il sopradetto»; parlando di sé l'amministrazione si qualificava ora di «centrale» e ora di «superiore», faceva un uso smisurato dei sinonimi, aggiungeva, per annunziare l'invio d'un documento, dei «qui unito», «qui accluso», «in questo plico». I protocolli si spandevano per tutto, i saluti nella chiusa delle lettere variavano all'infinito, si dosavano col bilancino, percorrevano una gamma che esigeva, dai pianisti d'ufficio, un tasteggiare raro. Qui, rivolgendosi al vertice delle gerarchie, v'era l'assicurazione «dell'alta considerazione», poi la considerazione scemava di parecchi gradi, diveniva, per le persone che non avevan rango di Ministro, «la più distinta, l'assai distinta, la distinta, la perfetta», per sfociare nella considerazione senza epiteti, in quella che negava se stessa, giacché rappresentava semplicemente il colmo del disprezzo.
Quale impiegato sapeva ora manipolare quella delicata tastiera delle chiuse di lettera, scegliere quei saluti spesso difficilissimi da porgere, quando si trattava di rispondere a persone la cui situazione non era stata prevista dai dogmi imperfettamente imposti dei protocolli? Ahimè! Gli scrivani avevano perduto il senso delle formule, ignoravano l'abile gioco del contagocce! – eh! che importava in fondo – poiché tutto si sfaldava, tutto rovinava da anni. Era venuto il tempo degli abomini democratici, e il titolo d'Eccellenza che i Ministri scambiavano un tempo tra loro era scomparso.

Thomas Eakins 1882
Gralli
