La camera azzurra

08.01.2026

Questa è una storia d'amore, amore sensuale, molto sensuale, e di morte. Tony e Andrée, sono belli, i loro corpi vibranti godono di

[...] un piacere assoluto, animalesco, senza secondi fini, e mai seguito da disgusto, disagio o stanchezza…

Ma è una storia sordida, brutale, di un eros unicamente carnale, vorace, nata in un ambiente gretto, meschino.
Questo libro è uno di quei paradossi che solo la vera letteratura può produrre. Una storia breve - personaggi comuni, ambienti squallidi - eppure su di essa aleggia la fatalità di una tragedia greca.
Eros si impadronisce della volontà degli esseri umani, li scuote come fanno le onde del mare in tempesta rendendo vano ogni sforzo di resistenza razionale. Una tempesta che ci può cogliere quando meno ce lo aspettiamo, proprio come quella che coglie la barca in navigazione. Questo è quanto accade ai due protagonisti. Sono colpevoli?
Riporto un passaggio tratto da Le nozze di Cadmo ed Armonia, capitolo IV

Quando la vita si accendeva, nel desiderio o nella pena, o anche nella riflessione, gli eroi omerici sapevano che un dio li agiva. Lo subivano e lo osservavano, ma ciò che avveniva era una sorpresa innanzitutto per loro. Così spossessati della loro emozione, delle loro vergogne ma anche delle loro glorie, furono i più cauti nell'attribuirsi l'origine degli atti. «Tu per me non sei causa, gli dèi soltanto sono cause» dice il vecchio Priamo guardando Elena sulle Porte Scee. Non riusciva a odiarla, né a vedere in lei la colpevole di nove anni sanguinosi [...]

Anche la possessione erotica di Andrée e di Tony avrà funeste conseguenze, che la legge dovrà punire. Ma non è del nostro concetto moderno di responsabilità che voglio parlare, voglio tentare di gettare uno sguardo, anche se fugace, su un abisso. Quale forza ci attrae verso una persona, anche contro ogni logica e buon senso?
Ancora una citazione dal capitolo IV di Le nozze di Cadmo e Armonia

Nessuna psicologia ha fatto un passo oltre, da allora, se non nell'inventare, per quelle potenze che ci agiscono, nomi più lunghi, più numerosi, più goffi e meno efficaci, meno affini alla grana di ciò che accade, sia piacere o terrore. I moderni sono fieri soprattutto della loro responsabilità, ma così pretendono di rispondere con una voce di cui non sanno neppure se a loro appartiene. Gli eroi omerici non conoscevano una parola ingombrante come «responsabilità», e non l'avrebbero creduta. Per loro, è come se ogni delitto avvenisse in stato di infermità mentale. Ma quell'infermità significa qui presenza operante di un dio. Ciò che per noi è infermità, per loro è «infatuazione divina» (àte). Sapevano che quell'invadenza dell'invisibile portava con sé, spesso, la rovina: tanto che, col tempo, àte passò a significare «rovina». Ma sapevano anche, e Sofocle lo disse, che «nulla si avvicina di grandioso alla vita mortale senza l'àte ».

Andrèe e Tony sono "amanti diabolici", secondo una vieta e morbosa definizione. Sono accusati di aver ucciso i rispettivi coniugi, sono colpevoli per la legge: il romanzo si chiude con la loro condanna. Ma se fosse tutto qui, la storia sarebbe solo il resoconto di un caso di cronaca nera.
Presso i Greci, il comportamento impulsivo, cieco, dell'essere umano in preda alla passione, di qualunque natura, era considerato indotto dagli dei. Forse il popolo che ha fatto della razionalità la cifra della propria civiltà - architettura, matematica, filosofia - non poteva non sentire l'irrazionale in altro modo se non come qualcosa di estraneo, proveniente dall'esterno.

Ate dea dell'accecamento, non tocca il suolo: cammina leggera sul capo dei mortali e degli stessi dei, inducendoli in errore. (Omero, Iliade, XIX. 91-95.)

Giuseppe e la moglie di Putifarre, Bartolomé Esteban Murillio 1640/45

Anche la moderna psicologia compie un'operazione analoga, secondo Calasso, ciò che per i Greci era colpa di una divinità, ora è un'infermità mentale dai nomi diversi. Qualcosa comunque di estraneo alle funzioni razionali dell'essere umano. I periti e gli avvocati, nei tribunali, si accapigliano per stabilire se l'imputato è veramente capace di intendere e di volere. Il problema nel romanzo, tuttavia, non è giuridico, secondo il moderno concetto di responsabilità, è di altra natura, è filosofico-letterario.
I personaggi di Simenon, come quelli di Camus, si fanno trascinare dalla routine, sono agiti da una torpida abitudine, e in definitiva non padroni del proprio destino, anche nell'ambito della vita quotidiana. Ate può portare alla rovina, ma si rivela anche lo strumento, per la sua stessa impetuosa natura, delle imprese grandiose, quelle che spezzano la grigia monotonia dell'ordinarietà, quali che siano le conseguenze, costi quel che costi. È quello che fa Andrée. 
 Andrée ha la statura tragica di Fedra, di Mirra, di Medea, della moglie di Putifarre, tutte travolte da insana passione, per attrazione o per vendetta.

John William Godward

Andrée ha aspettato, per anni, il momento adatto per ghermire, nelle spire del suo desiderio, l'uomo di cui è presa fin da bambina. Gli si offre, la prima volta, o meglio lo prende, con impeto, sul ciglio della strada. Da quel momento Tony è perduto, a nulla varranno i suoi tentativi di fuggire. Lei sa bene quel che vuole fin dal principio; lui dapprima è confuso, stordito da un piacere insolito e intenso, mai provato prima nei sordidi, occasionali, incontri extraconiugali che si concede quando va in città. Fiuta il pericolo, forse; si rifugia, nella quieta anodina vita famigliare, ma lei non ha fretta, lo incalza. Continua a mettere al balcone il segnale convenuto dei loro incontri, lo assilla con la spedizione continua di lettere che si riveleranno compromettenti.
Non lo avrà con una banale vita in comune, difficile immaginarli in una grigia convivenza. Ad unirli sarà un legame che nessuno potrà spezzare, la loro condanna all'ergastolo. La vittoria di Andrée sta tutta nella scena finale.
Mai aveva visto sulla sua bocca carnosa un sorriso che esprimesse così intensamente il trionfo dell'amore. Mai, con un solo sguardo, si era impossessata di lui in modo così totale.
«Lo vedi, Tony,» gli gridò «non ci hanno separati!».
P.S. La condanna dei due amanti non ha alcuno scopo moralistico, il racconto è totalmente amorale.