La moglie di Gogol'

20.03.2026



... Giunto così ad affrontare la complessa questione della moglie di Nikolaj Vasil'evic, un'esitazione mi prende. Avrò io il diritto di rivelare quanto a tutti è ignoto, quanto lo stesso mio indimenticabile amico tenne a tutti celato (e ne aveva le sue buone ragioni), quanto, dico, servirà senza dubbio alle più malevole e balorde interpretazioni; senza neppure contare che offenderà forse gli animi di tanti sordidi e preteschi ipocriti, e, perché no, qualche anima candida davvero, se è che ancora se ne danno? Il diritto, da ultimo, di rivelare cosa davanti a cui il mio medesimo giudizio si ritrae, quando non penda dalla parte d'una più o men confessata riprovazione? Ma infine, precisi doveri m'incombono come biografo; né, giudicando che ogni notizia d'un sì eccelso uomo sia per riuscir preziosa a noi e alle future generazioni, né vorrò io affidare a labile giudizio, cioè nascondere, quello che solo alla fine del tempo potrebbe semmai essere sanamente giudicato. Giacché, come ci arrogheremmo noi di condannare? Ci è dato forse sapere a quale intima necessità, non solo, ma a quale superiore e generale utilità rispondano di tali eccelsi uomini gli atti che per avventura ci appaiano vili? No certo, ché di quelle privilegiate nature noi nulla, in fondo, intendiamo. « È vero, » disse un grande « anch'io fo pipì, ma per tutt'altre ragioni! ».

Ma ecco senza più ciò che mi risulta in modo incontrovertibile, ciò che so di sicura ragione e posso in ogni modo provare, circa la controversa questione - d'ora innanzi, oso sperare, non più tale. Che tralascio, perché ormai superfluo allo stadio attuale degli studi gogoliani, di riassumere previamente.

La moglie di Nikolaj Vasil'evic, è presto detto, non era una donna, né un essere umano purchessia, neppure un essere comunque vivente, animale o pianta (secondo taluno, peraltro, insinuò); essa era semplicemente un fantoccio. Sì, un fantoccio; e ciò può ben spiegare le perplessità o, peggio, le indignazioni di alcuni biografi, anch'essi amici personali del Nostro. I quali si lagnano di non averla mai vista sebbene frequentassero abbastanza assiduamente la casa del suo grande marito; non soltanto, ma di non averne mai « neanche udito la voce ». Dal che inferiscono non so che oscure e ignominiose, e nefande magari, complicazioni. Ma no, signori, tutto è sempre più semplice di quanto non si creda : non ne udiste la voce semplicemente perché essa non poteva parlare. O più esattamente, non lo potè che in certe condizioni, come vedremo, e in tutti i casi, tranne uno, da sola a solo con Nikolaj Vasil'evic. Bando tuttavia alle inutili e facili confutazioni; e veniamo a una descrizione quant'è possibile esatta e completa dell'essere, od oggetto, in parola.

La cosiddetta moglie di Gogol', dunque, si presentava come un comune fantoccio di spessa gomma, nudo in qualsiasi stagione, e di color carnicino o, secondo usa chiamarlo, color pelle. Ma poiché le pelli femminili non son tutte dello stesso colore, preciserò che in generale si trattava qui di pelle alquanto chiara e levigata, quale quella di certe brune. Esso, o essa, era infatti, è ozioso aggiungerlo, di sesso femminile. Piuttosto, conviene dire subito che era altresì grandemente mutevole nei suoi attributi, senza però giungere, com'è ovvio, a mutare addirittura di sesso. Pur poteva, certo, una volta mostrarsi magra, quasi sfornita di seno, stretta di fianchi, più simile a un efebo che a una donna; un'altra prosperosa oltremodo o, per dir tutto, pingue. Mutava inoltre di frequente il colore dei capelli e degli altri peli del corpo, concordemente o non. E così anche poteva apparir modificata in altre minime particolarità, come posizioni dei nèi, vivezza delle mucose, eccetera; persino, in certa misura, nel colore stesso della pelle. Sicché da ultimo ci si potrebbe chiedere quale essa fosse in realtà, e se davvero se n'abbia a parlare come d'un personaggio unico; non è però prudente, lo vedremo, insistere su tale punto.

La ragione di questi mutamenti stava, secondo i miei lettori avranno già capito, in nient'altro che nella volontà di Nikolaj Vasil'evic. Il quale la gonfiava più o meno, le cambiava parrucca e altri velli, la ungeva con suoi unguenti e in varie maniere ritoccava, di modo da ottenere press'a poco il tipo di donna che gli si confaceva in quel giorno o in quel momento. Egli anzi si divertiva talvolta, seguendo in ciò la naturale inclinazione della sua fantasia, a cavarne forme grottesche o mostruose; perché è chiaro che oltre un certo limite di capienza ella si deformava, e così pure appariva deforme se restava al di qua d'un certo volume. Ma presto Gogol' si stancava di tali esperimenti, che giudicava « in fondo poco rispettosi » per la moglie, cui a suo modo (modo per noi imperscrutabile) voleva bene. Voleva bene, ma a quale appunto di codeste incarnazioni? si potrà domandare. Ahimè, ho già accennato che il seguito della presente relazione fornirà forse una risposta purchessia. Ahimè, come ho potuto testé affermare che era la volontà di Nikolaj Vasil'evic a governare quella donna! In determinato senso, sì, ciò è vero, ma altrettanto certo è che presto ella divenne, nonché sua mancipia, sua tiranna. E qui si spalanca l'abisso, la gola del tartaro, se volete. Ma si proceda per ordine.

Ho anche detto che Gogol' otteneva, colle sue manipolazioni, press'a poco il tipo di donna che volta a volta gli conveniva. Soggiungo che quando, per straordinario caso, la forma ottenuta incarnava invece compiutamente quella vagheggiata, Nikolaj Vasil'evic se ne innamorava « in modo esclusivo » (com'egli diceva nella sua lingua), e ciò serviva anche a renderne stabile per un certo tempo, vale a dire fino a che non sopravveniva il disamore, la sembianza. Di tali violente passioni, o cotte come purtroppo oggidì si dice, non ne ho tuttavia contate che tre o quattro in tutta la vita, per così esprimermi, coniugale del grande scrittore. Aggiungiamo subito, per speditezza, che Gogol' aveva anche imposto, qualche anno dopo quello che si può chiamare il suo matrimonio, un nome a sua moglie. Esso suonava « Caracas » ; che è, se non vado errato, la capitale del Venezuela. I motivi che determinarono tale scelta non son mai riuscito a penetrare : bizzarrie di alte menti!

Se ci si riferisca alla sua forma media, Caracas era ciò che si dice una bella donna, ben formata e proporzionata in ogni sua parte. Come s'è già rammentato, ella aveva in proprio luogo tutti i più minuti attributi del suo sesso. Particolarmente degni di nota erano i suoi organi genitali (se questo aggettivo può qui aver senso), che Gogol' mi permise di osservare durante una memoranda serata, di cui oltre. Essi risultavano da ingegnosi ripiegamenti della gomma; nulla vi era stato dimenticato, e vari accorgimenti, nonché la pressione dell'aria interna, ne rendevano agevole l'uso.

Caracas aveva anche uno scheletro, sebbene anche questo rudimentale, fatto forse di stecche di balena; specialmente curata era stata soltanto l'esecuzione della gabbia toracica, delle ossa del bacino e di quelle del cranio. I due primi sistemi riuscivano, com'è giusto, più o meno visibili a seconda dello spessore, dirò così, del pannicolo adiposo che li copriva. È un vero peccato, mi sia concesso soggiungere di sfuggita, che Gogol' non abbia mai voluto rivelarmi il nome dell'autore di sì bell'opera; in tal rifiuto poneva anzi un'ostinazione che non mi riesce chiara.

Nikolaj Vasil'evic gonfiava sua moglie coll'aiuto d'una pompa di sua invenzione, assai simile a quella che si tien ferma coi due piedi e che oggidì vediamo usata in tutte le officine meccaniche, attraverso lo sfintere anale; dove era situata una piccola valvola a battente, o comunque in linguaggio tecnico si chiami, paragonabile alla mitrale del cuore, tale insomma che, una volta gonfio, il corpo poteva sì prendere ancora, ma non cedere aria. Per sgonfiarlo, era necessario svitare un cappuccetto posto nella bocca, in fondo alla gola. E tuttavia!... Ma non anticipiamo.

E con tanto mi pare d'aver esaurita la descrizione delle particolarità notabili di quell'essere. Se non che mi compete ancora rammentare la stupenda fila di dentini che ornava la sua bocca, e gli occhi bruni che, salvo la costante immobilità, simulavano alla perfezione la vita. Dio mio, simulare non è la parola; vero è bensì che nulla di quanto si dicesse di Caracas sarebbe propriamente detto. Anche di questi occhi si poteva modificare il colore, con uno speciale procedimento assai lungo e noioso, epperò era cosa che Gogol' faceva di rado. Dovrei parlare della sua voce, che una sol volta mi fu dato udire. Ma non lo posso senza entrare nel vivo dei rapporti fra i due coniugi, e qui non mi sarà possibile ormai seguire un ordine qualunque, né di ogni cosa rispondere con altrettanta e assoluta certezza. In coscienza non mi sarà possibile! a tal punto è di per se stesso e nella mia mente confuso ciò che imprendo a narrare. Ecco dunque, alla rinfusa, alcuni ricordi.

La prima, dico, e ultima volta che udii Caracas parlare, fu a una certa serata rigorosamente intima, trascorsa nella stanza dove la donna, mi si passi il verbo, viveva; stanza a tutti preclusa, addobbata press'a poco alla foggia orientale, priva di finestre e situata nel luogo più impenetrabile della casa. Che ella parlasse non ignoravo, ma Gogol' non aveva mai voluto chiarirmi le proprie circostanze in cui lo faceva. Lì dentro eravamo, s'intende, soltanto noi due, o tre. Nikolaj Vasil'evic ed io bevevamo vodka e discutevamo del romanzo di Butkov; ricordo che, uscendo alquanto di tema, egli andava sostenendo la necessità di radicali riforme della legge di successione; la avevamo quasi dimenticata. Quando disse di punto in bianco, con voce estremamente rauca e sommessa, da Venere nel Toro: «Voglio fare popò». Sobbalzai, credendo aver traudito, e la guardai : stava seduta su un mucchio di cuscini contro la parete ed era quel giorno una tenera beltà bionda, piuttosto in carne. Il suo volto mi parve avesse assunto un'espressione tra maligna e furbesca, fra puerile e beffarda. Quanto a Gogol', arrossì violentemente e le saltò addosso ficcandole due dita in gola; e tosto ella ricominciò a smagrire e, si sarebbe detto, impallidire, riprese quell'aria attonita e smarrita che le era propria, per ridursi alla fine non più che una pelle floscia su una sommaria intelaiatura d'ossa. Anzi, poiché aveva (per intuibili ragioni di comodità nell'uso) la spina dorsale straordinariamente flessibile, si piegò quasi in due; e rimase a guardarci da quella sua abbiezione, di terra dov'era scivolata, per tutto il resto della serata. « Fa per gioco o per malizia, » brontolò Gogol' a mo' di commento « perché di simili bisogni non soffre ». Generalmente, in presenza d'altri, cioè mia, egli mostrava di trattarla con disdegno.

Seguitammo a bere e a discorrere, ma Nikolaj Vasil'evic sembrava fortemente turbato e come assente. S'interruppe a un tratto e mi prese le mani scoppiando in lagrime. « E ora? » esclamò. « Capisci, Foma Paskalovic, che l'amavo! ». Giova infatti rilevare che ciascuna forma di Caracas era, a meno d'un miracolo, irrepetibile; era insomma ogni volta una creazione, e vano sarebbe riuscito il tentativo di ritrovare le particolari proporzioni, la particolare pienezza e via dicendo, d'una disfatta Caracas. Sicché la tal bionda in carne era per Gogol' ormai perduta senza speranza. E questa fu veramente la fine miseranda d'uno di quei pochi amori di Nikolaj Vasil'evic cui mi son più sopra riferito. Egli poi rifiutò di fornirmi spiegazioni, respinse tristemente i miei conforti, e presto per quella sera ci separammo. Ma il suo stesso sfogo servì ad aprirmene d'ora innanzi il cuore; cessarono molte delle sue reticenze, e presto egli non ebbe quasi segreti per me. Il che mi è, fra parentesi, motivo d'infinito orgoglio.

Durante i primi tempi di vita in comune, era sembrato che le cose andassero bene per la « coppia ». Nikolaj Vasil'evic appariva allora contento di Caracas, e dormiva con lei regolarmente nello stesso letto, cosa che d'altronde seguitò a fare fino alla fine, asserendo con timido sorriso che non si dava compagna più tranquilla e meno importuna di lei; del che tuttavia io presto ebbi ragione di dubitare, a giudicar soprattutto dallo stato in cui lo trovavo talvolta al suo risveglio. In capo però a qualche anno le loro relazioni s'imbrogliarono stranamente.

Questo, s'avverta una volta per tutte, non è che uno schematico tentativo di spiegazione. Ma insomma pare che la donna principiasse in quel torno a manifestare velleità d'indipendenza o, come dire, d'autonomia. Nikolaj Vasil'evic aveva la bizzarra impressione che colei andasse acquistando una propria, sebbene indecifrabile, personalità, distinta dalla sua, e gli sfuggisse per così dire di mano. Certo è che una continuità purchessia finì con lo stabilirsi fra le sue diverse e svariate apparenze: fra tutte quelle brune, quelle bionde, quelle castane, quelle rosse, quelle donne grasse o magre, aduste o nivee o ambrate, c'era nondimeno alcunché di comune. Ho, sul principio del presente capitolo, posto in dubbio la legittimità del considerare Caracas un personaggio unico; eppure in realtà io stesso, ogni volta che la vedevo, non riuscivo a liberarmi dall'impressione, per quanto inaudito ciò sia per parere, che si trattasse in fondo della medesima donna. E per questo appunto, forse, Gogol' sentì il bisogno di imporle un nome.

Altra cosa è tentar di stabilire in che propriamente consistesse la qualità comune a tutte quelle forme. Può darsi fosse né più e né meno che il soffio creatore medesimo di Nikolaj Vasil'evic. Ma in verità sarebbe stato troppo singolare che egli si fosse sentito tanto scisso da se stesso e tanto a se stesso avverso. Giacché, per dir tutto subito, Caracas, chiunque ella fosse difatto, era comunque una presenza inquietante e, giova esser chiari, ostile. In conclusione però, né io né Gogol' riuscimmo mai a formulare un'ipotesi vagamente plausibile sulla sua natura; dico formularla in termini razionali e a tutti accessibili. Non posso ad ogni modo tacere d'uno straordinario caso che si produsse in quel torno.

Caracas si ammalò di un morbo vergognoso, o almeno se ne ammalò Gogol', che pure non aveva né ebbe mai contatti con altre donne. Come ciò avvenisse o donde provenisse la sozza infermità, neppur provo ad almanaccare; io, solo so che ciò avvenne. E che il mio infelice e grande Amico mi diceva talvolta: «Vedi dunque, Foma Paskalovii, qual era il nocciolo di Caracas: essa è lo spirito della sifilide! »; mentre tal altra accusava assurdamente se stesso (all'autoaccusa egli fu sempre disposto). Questo caso fu oltre a tutto una vera e propria catastrofe per quanto è dei rapporti, già così oscuri, tra i coniugi e dei contrastanti sentimenti di Nikolaj Vasil'evii. Il quale era poi costretto a cure continue e dolorose (quelle del tempo), la situazione essendo aggravata dal fatto che nella donna la malattia non appariva ovviamente curabile. Soggiungo ancora che Gogol' si illuse per un certo tempo, gonfiando, sgonfiando la moglie e attribuendole i più vari aspetti, di ottenerne donna immune da contagio; dovette però desistere senza aver sortito alcun risultato.

Ma abbrevio il racconto per non tediare i miei lettori; oltrediché, sempre più confuse e meno sicure si fanno le mie risultanze. E affretto il tragico scioglimento. A proposito tuttavia del quale ultimo, si intenda bene, nuovamente mi protesto sicuro del fatto mio : di esso fui infatti testimone oculare, e così non lo fossi stato!

Gli anni passarono. E sempre più forte pareva farsi il disgusto di Nikolaj Vasil'evic per la moglie, sebbene il suo amore non accennasse a diminuire. Verso gli ultimi tempi l'avversione e l'attaccamento per lei si davano così fiera battaglia nel suo animo, che egli ne usciva affranto e addirittura stroncato. I suoi occhi irrequieti, che tante e così diverse espressioni sapevano assumere e tanto dolcemente talvolta parlare al cuore, serbavano ormai quasi sempre una luce febbrile, come se egli fosse sotto l'effetto d'una droga. Le più strane manie insorsero in lui, accompagnate dai più sinistri terrori. Sempre più spesso m'andava parlando di Caracas, che accusava di cose impensate e sorprendenti. Qui io non potevo seguirlo, dato il mio saltuario commercio colla moglie e la mia poca o nessuna intimità con lei; data soprattutto la mia sensibilità estremamente limitata in confronto della sua. Mi limiterò dunque a riferire talquali alcune delle sue accuse, senza far parte veruna alle mie personali impressioni.

« Lo capisci sì o no, Foma Paskalovié, » mi diceva sovente, ad esempio, Nikolaj Vasil'evic «lo capisci sì o no che sta invecchiando ? ». E mi prendeva le mani, com'era la sua maniera, fra commozioni indicibili. Egli accusava anche Caracas di abbandonarsi a suoi piaceri solitari, malgrado la di lui espressa proibizione. Infine prese addirittura a incolparla di tradimento. Ma i suoi discorsi in proposito finirono col diventare tanto oscuri, che mi passo dal riportarli oltre.

Quanto appare certo è che negli ultimi tempi Caracas, vecchia o no, s'era ridotta una creatura acida o, francescanamente, acariastra, ipocrita e affetta da manie religiose. Non escludo che ella possa aver influito sull'atteggiamento morale di Gogol' nell'ultimo periodo di sua vita, atteggiamento a tutti noto. La tragedia comunque scoppiò improvvisa una notte che Nikolaj Vasil'evic festeggiava meco le sue nozze d'argento, una purtroppo delle ultime notti che trascorremmo insieme. Che cosa per l'appunto l'abbia determinata, quando ormai egli pareva rassegnato a tutto tollerare dalla consorte, non mi è possibile, né è da me, dire. Quale avvenimento nuovo potesse essersi prodotto in quei giorni, ignoro. E mi attengo ai fatti; i miei lettori si formino da sé la propria opinione.

Quella sera Nikolaj Vasil'evic era particolarmente agitato. Il suo disgusto per Caracas pareva aver raggiunto una violenza senza precedenti. Il famoso « bruciamento delle vanità», cioè dei suoi preziosi manoscritti, era già stato da lui compiuto, non oso dire per istigazione della moglie. Talché il suo stato d'animo era anche per altre ragioni assai vessato. Quanto alle sue condizioni fìsiche, erano sempre più pietose, e rafforzavano la mia impressione che egli fosse drogato. Tuttavia prese a parlare in modo abbastanza normale di Belinskij, che gli stava dando dei dispiaceri coi suoi attacchi e la sua critica alla Corrispondenza. Ma si interruppe a un tratto esclamando, mentre le lacrime gli salivano agli occhi: « No, no! È troppo, è troppo... non è possibile più!... ». E altre frasi oscure e sconnesse, su cui si esimeva dal fornir chiarimento. Sembrava del resto parlare seco medesimo. Giungeva le mani, scote - va il capo, si levava bruscamente per risedersi poi dopo aver mutato quattro o cinque passi convulsi. Quando Caracas comparve, o meglio quando ci recammo, a notte avanzata, nella sua stanza orientale, egli più non si controllò e prese a comportarsi come (se m'è lecito un tale paragone) come un vecchio rimbambito in preda alle sue manie. Mi dava ad esempio di gomito, ammiccando e dicendo insensatamente : « Eccola lì, eccola lì, Foma Paskalovic!... »; mentre ella pareva considerarlo con sprezzante attenzione. Ma al di là di simili « manierismi » si sentiva in lui un sincero ribrezzo, che aveva raggiunto, suppongo, i limiti del tollerabile. Infatti...

Nikolaj Vasil'evic sembrò, in capo a un certo tempo, farsi forza. Scoppiò in pianto, ma in un pianto, quasi direi, più virile. Di nuovo si torceva le mani, mi afferrava le mie, passeggiava, mormorava: « No, basta, non è possibile!... Io una cosa simile?!... A me una cosa simile? Come è possibile reggere a questo, reggere questo !... », e simili. Quindi inopinatamente si scagliò sulla a suo tempo ricordata pompa, per raggiungere poi come turbine Caracas. Le inserì la cannula nell'ano, prese a gonfiare... Piangeva intanto e gridava invasato: « Come l'amo, Dio mio, come l'amo, la povera, la cara!... Ma deve scoppiare. Misera Caracas, creatura infelice di Dio! Ma devi morire», e così di seguito alternatamente.

Caracas si gonfiava. Nikolaj Vasil'evic sudava, piangeva e seguitava a pompare. Io volevo trattenerlo, ma non ne ebbi, non so perché, il coraggio. Ella cominciò a deformarsi, fu presto una parvenza mostruosa; pure, fin qui non dava segni d'allarme, giacché era poi abituata a quegli scherzi. Ma quando cominciò a sentirsi piena in modo intollerabile, o forse penetrò le intenzioni di Nikolaj Vasil'evic, assunse, avrei detto, un'espressione fra stupida e sgomenta, persino supplichevole, senza tuttavia perdere quella sua aria sdegnosa: aveva paura, si raccomandava quasi, eppure non credeva ancora, non poteva credere alla sua prossima sorte e a tanta audacia in suo marito. Questi d'altronde non aveva modo di vederla perché le era dietro; io la guardavo come affascinato e non movevo un dito. Infine la soverchia pressione interna forzò le fragili ossa inferiori del cranio, imprimendole sul volto un ghigno indescrivibile. La sua pancia, le sue cosce, i fianchi, il petto, quanto potevo scorgere del deretano, avevano raggiunto inimmaginabili proporzioni. D'improvviso ella ruttò ed emise un lungo gemito sibilante; fenomeni che, volendo, si possono ambedue spiegare colla anzidetta violenta pressione dell'aria, la quale s'aprisse d'impeto un passaggio attraverso la valvola della gola. Gli occhi da ultimo le si stravolsero, e minacciavano di schizzar fuori dalle orbite. Colle costole largamente aperte e non più riunite dallo sterno, ella era ormai simile in tutto e per tutto a un pitone che digerisca un asino, che dico, un bue, se non un elefante. I suoi organi genitali, quegli organi rosati e vellutati tanto cari a Nikolaj Vasil'evic, protuberavano orrendamente. A questo punto la giudicai già morta. Ma Nikolaj Vasil'evic, sudando e piangendo, mormorando: o cara o santa o buona, seguitava a pompare.

Scoppiò d'improvviso e, per così dire, tutta insieme: non fu cioè una regione della sua pelle a cedere, ma tutta la superficie di essa nel medesimo tempo. E si sparse per l'aria. I pezzi ricaddero poi più o meno lentamente a seconda della loro grandezza; che era minima in ogni caso. Ricordo distintamente un pezzo di guancia con una parte della bocca rimasto appeso allo spigolo formato dal piano del camino; e altrove un brindello di seno colla sua punta. Nikolaj Vasil'evic mi fissava smemorato. Poi si riscosse e, in preda a nuova furia, si diede a raccogliere accuratamente quei poveri cencini ch'erano stati la levigata pelle di Caracas, e tutta lei. « Addio, Caracas, » mi sembrò di sentirlo sussurrare « addio, mi facevi troppo pietà... ». E subito dopo soggiunse distintamente: «Al fuoco, al fuoco! Anche lei al fuoco! »; e si segnò, colla sinistra, si capisce. Raccolti che ebbe tutti quegli avvizziti cenci, arrampicandosi persino sui mobili per non dimenticarne alcuno, li gettò in mezzo alla fiamma del camino, dove cominciarono a bruciare lentamente e con odore oltremodo sgradevole. Nikolaj Vasil'evic infatti, come tutti i Russi, aveva la passione del buttar cose importanti nel fuoco.

Rosso in volto e con un'espressione indicibile di disperazione eppur sinistro trionfo, egli contemplava il rogo di quei miseri resti; m'aveva afferrato un braccio e lo stringeva convulsamente. Ma avevano, quei frammenti di spoglia, appena cominciato a consumarsi, che egli parve ancora una volta riscuotersi e improvvisamente rammentarsi di qualcosa o prendere una grave decisione; e d'un subito corse via dalla stanza. Di lì a pochi secondi lo udii parlarmi attraverso la porta, con voce rotta e stridula. « Foma Paskalovic, » gridava « Foma Paskalovic, promettimi che non guarderai, golubcik, quello che sto per fare! ». Non so bene cosa rispondessi, o se tentai di calmarlo in qualche modo.

Ma egli insisteva. Dovetti promettere, come a un bambino, che mi sarei volto contro il muro e avrei atteso sua licenza per girarmi. La porta allora si spalancò con fracasso e Nikolaj Vasil'evic rientrò precipitosamente nella stanza, correndo verso il camino.

Devo qui confessare la mia debolezza, del resto giustificabile, considerate le straordinarie circostanze in cui mi trovavo: io mi girai prima che Nikolaj Vasil'evic me lo permettesse, fu più forte di me. Mi girai appena in tempo per vedere che egli recava qualcosa fra le braccia, qualcosa che subito gettò col resto nel fuoco, il quale adesso vampeggiava alto. Peraltro, la brama di vedere avendomi afferrato irresistibilmente, sì da vincere in me ogni altro moto, mi buttai ora verso il camino. Ma Nikolaj Vasil'evic mi si parò davanti e mi respinse pel petto con una forza di cui non lo credevo capace. Nel frattempo l'oggetto bruciava con una gran fumea. Quando egli accennò a calmarsi, non potei scorgere se non un mucchio di cenere muta.

In verità, se volevo vedere, era soprattutto perché avevo già intravisto. Ma solo intravisto, epperò non dovrei forse osare ulteriori referti, né introdurre un malcerto elemento in questa veridica narrazione. Eppure, una testimonianza non è completa se il teste non riferisce anche ciò che gli è noto non di sicura ragione. In breve, quel qualcosa era un bambino. Non un bambino in carne ed ossa, si capisce, alcunché piuttosto come una pupattola, o un bamberottolo, di gomma. Alcunché, infine, che all'apparenza si sarebbe detto il figlio di Caracas. Avrò anch'io avuto il delirio? È quanto non saprei dire; questo è comunque ciò che vidi, confusamente ma coi miei propri occhi. E a quale sentimento ho obbedito or ora quando, riferendo del ritorno di Nikolaj Vasil'evic nella stanza, ho taciuto che brontolava fra sé: « anche lui, anche lui! »?

E con ciò quanto mi è noto della moglie di Nikolaj Vasil'evic si esaurisce. Di quello che fu in seguito di lui medesimo, dirò nel prossimo capitolo, l'ultimo della sua vita. Interpretare poi i suoi sentimenti nella relazione con sua moglie come in tutte, è diversa e ben più ardua cosa; è ciò tuttavia che s'è tentato in altra sede e altra parte del presente volume; alla quale rimando il lettore. Spero intanto di aver portato sufficiente luce su una controversa questione e d'aver svelato, se non il mistero di Gogol', quello almeno di sua moglie. Implicitamente ho rintuzzato l'insensata accusa che egli maltrattasse e persino picchiasse la sua compagna, nonché le rimanenti assurdità. E che altro intento può avere in fondo un umile biografo quale io sono, se non quello di giovare alla memoria dell'uomo eccelso che fece oggetto del proprio studio?


Share