La Venere d'Ille
IL RITRATTO DELL' AMANTE (3)

Un giovane archeologo, (anche Mérimée lo era) giunge nella provinciale cittadina di Ille per incontrare il signor di Peyrehorade, locale amatore di antichità che deve mostrargli alcuni ruderi presenti in loco. Costui lo riceve in preda alla massima eccitazione per la recente scoperta casuale di una statua di Venere, venuta alla luce durante i lavori di sradicamento di un ulivo secco. Secondo la prima descrizione della guida
Un gran pezzo di donna nera, nuda fino alla cintola, ed oltre con licenza parlando, tutta di rame. E il signor di Peyrehorade ha detto che era un idolo del tempo dei pagani, come dire il tempo di Carlomagno! (Il brav'uomo non dispone di una precisa cronologia degli eventi storici).

Si tratta di una Venere di bronzo, che il popolo della cittadina chiama l'idolo, proveniente da una diabolica, quanto non ben definita, religione pagana. I timori sono avvalorati dall'espressione malvagia e beffarda del viso, dallo sguardo malevolo e penetrante degli argentei occhi bianchi, e dal fatto che, già durante i lavori di scavo, la statua si abbatte rovinosamente su uno degli uomini al lavoro rompendogli una gamba, fatto non percepito come un semplice incidente.

Il signor di Peyrehorade, incurante dei superstiziosi timori della cittadinanza e della disapprovazione della moglie, è invece esaltato dalla scoperta. Il figlio Alphonse, sta per sposare, per convenienza, una signorina di buona famiglia, ereditiera di una considerevole fortuna, ma l'imminente cerimonia in famiglia passa in secondo piano. La signora non approva il giorno scelto per lo sposalizio, il venerdi, considerato infausto dalla "saggezza" popolare; il signor di Peyrehorade al contrario lo considera di ottimo auspicio poiché è Veneris dies, il giorno di Venere.
Durante una partita di pallacorda, Alphonse nonostante sia già in abito da cerimonia, entra in campo per sollevare le sorti della squadra locale; per non sciupare l'anello di diamanti che porta al dito, destinato alla sposa, lo infila all'anulare della statua. Se ne dimenticherà e dovrà usarne un altro. Da qui ha inizio una serie di eventi terrificanti e incredibili che non è bene raccontare per non togliere la sorpresa ad eventuali futuri lettori; diremo soltanto che la statua, che ha preso vita, transitoriamente, nottetempo, concepisce per il novello sposo una passione fatale.

Una possibile interpretazione: la statua simboleggia l'amore trasgressivo, "sbagliato", quello che travolge e rovina l'uomo, inteso come maschio soprattutto, come si vedrà. La scelta di questo tipo di amore, anche se fatta con inconsapevole leggerezza, anziché di quello legittimo e approvato dalla società, avrà conseguenze irreparabili. Per chi vuole intendere, sullo zoccolo della statua si legge un'iscrizione ammonitrice, Cave amantem, guardati dall'amante.
Si può solo dire che il "male" trionfa in qualche maniera anche se tenuto sotto controllo, o mutandone la forma, come in questo caso: la Venere sarà fusa e trasformata in campana.
La statua, portata alla luce da uno scavo, rappresenta perfettamente l'emergere delle pulsioni che ogni tanto emergono dalla parte oscura della nostra psiche; e il loro permanere occulte, ma presenti, sotto una copertura virtuosa, pronte a ripresentarsi se ne venga data occasione.
La parte fantastica della storia è piuttosto debole e permeata di un certo perbenismo. Molto più godibile quella che descrive, con divertita ironia, la cittadina di provincia, i suoi pregiudizi, il suo moralismo, le sue ottusità.
L'elemento di maggiore interesse è, però, per il tema, "il ritratto dell'amante", il ruolo dell'effige che in questa storia, oltre al suo proprio di simulacro, riveste quello di amante. La triade che abbiamo visto nei precedenti articoli: amante, amato/a, ritratto diventa una diade: amante-ritratto (che si identificano) e amato. L'amante in questo caso è demoniaco e perverso, il suo "amore" totalizzante e distruttivo, ben lontano dalla generosa passione di Tamino e dalla dedizione petrarchesca.
Edizione italiana della novella

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L'audiolibro
La RAI realizzò nel 1978 uno sceneggiato per la regia di Mario e Lamberto Bava. Si può vedere su RaiPlay o su questo video andando al link Guarda su YouTube. Il filmato è preceduto da una presentazione che si può saltare senza rimpianti.
Gralli
