Modesti atti di resistenza
Il 14 giugno 1940 la città di Parigi fu occupata dall'esercito tedesco. I soldati con in testa la bandiera con la croce uncinata sfilarono in parata sui Champs-Élysées, mentre i parigini assistevano con tristezza e sgomento e molti dei più anziani non riuscivano a trattenere le lacrime. Pochi giorni dopo, il 22 giugno, nella foresta di Compiègne, fu firmato l'armistizio tra la Germania nazista e la Terza Repubblica Francese. Per sottolineare l'umiliazione della disfatta Hitler pretese che la firma avvenisse nello stesso vagone ferroviario in cui, ventidue anni prima, era stato firmato l'armistizio che aveva posto fine alla Prima guerra mondiale. Subito dopo il vagone fu trasportato a Berlino per essere esposto nel Duomo della capitale.

La macchina della propaganda nazista si mise subito in moto. Parigi fu trasformata in un enorme palcoscenico, le bandiere dei vincitori sventolarono su tutti i palazzi storici e gli edifici pubblici. Tutto era pronto per la visita di Hitler alla città conquistata e, alle prime luci dell'alba del 23 giugno, il dittatore raggiunse Parigi. Lo accompagnavano l'architetto Albert Speer e lo scultore Arno Breker. L'intera visita era stata accuratamente pianificata; fu evitata ogni forma di celebrazione pubblica perché quello era il momento di mostrare la superiorità della Germania nazista, non quello per festeggiare. Il convoglio di auto attraversò una città deserta, passò per gli Champs-Élysées, raggiunse l'Opéra Garnier e infine la Tour Eiffel. La foto scattata da Heinrich Homann, il fotografo ufficiale di Hitler, ai piedi della torre diventò il simbolo dell'occupazione tedesca di Parigi. Ritrae il Führer in posa austera e, sullo sfondo, il monumento più rappresentativo della città, in una scena che risulta ancora oggi inquietante. Hitler dichiarò che il suo sogno di gioventù, quello di vedere Parigi, si era finalmente avverato. Dopo meno di tre ore, lasciò la capitale francese e non vi tornò mai più. L'immagine della "visita lampo" fu usata dal regime nazista come prova della disfatta francese e della potenza tedesca ma, in realtà, qualcosa era andato storto.

Heinrich Homann – Con Hitler nell'Ovest
Nelle previsioni della vigilia Hitler avrebbe dovuto essere fotografato in cima alla Tour Eiffel, in una immagine che avrebbe avuto un enorme valore iconico: la rappresentazione più plateale della conquista della città e del suo simbolo più prestigioso. I responsabili della torre avevano però compreso cosa stava per succedere e, senza alcun proclama o gesto clamoroso, gli ascensori della torre furono manomessi e dichiarati inutilizzabili per mancanza di ricambio, irreperibili a causa della guerra. Quello che ufficialmente era un problema tecnico, era in realtà una modesta, anche se non banale, forma di resistenza. Gli organizzatori della visita del Führer compresero subito che sarebbe stato impossibile fargli salire a piedi 1665 gradini. Fu fatta di necessità virtù e ci si accontentò di fotografare Hitler dalla Place du Trocadéro. Qualche giorno dopo i soldati tedeschi dovettero salire a piedi fino alla cima della torre per issarvi una bandiera con la svastica, che era così grande da essere spazzata via dal vento e che dovette essere sostituita con una più piccola. Verso la fine dell'occupazione nazista, nell'agosto del 1944, Hitler ordinò al governatore militare di Parigi, Dietrich von Choltitz, di distruggere la Tour Eiffel e altri monumenti storici, prima che la città cadesse in mano alleata. Il generale disobbedì all'ordine: Parigi non bruciò e la torre fu salva. Infine, il 25 agosto 1944, il tricolore francese tornò a sventolare sulla Tour Eiffel e, due anni dopo, gli ascensori ripresero a funzionare.

Quello del sabotaggio degli ascensori della torre fu un piccolo gesto che certo non cambiò le sorti della guerra né impedì le morti e le distruzioni che a questa si accompagnano. Rappresenta però un simbolo importante di quello che possono fare le persone comuni a salvaguardia della propria dignità: a volte basta veramente poco, a volte basta anche solo dire un NO.
DrRestless (Roberto Gerbi)
