Nella corrente

Questo libro è una perfetta esemplificazione di quello che chiamo effetto ciliegia: se da un cesto ne spicchiamo una, ce ne ritroviamo fra le dita un grappoletto intrecciato per i piccioli. Così accade per questo testo: contiene una storia - se così si può dire, dato che vi succede poco più di nulla - ma da da questa, ne saltano fuori altre, a grappolo, e i "piccioli" che le trattengono sono le nostre associazioni, per somiglianza, contrasto, emozioni, reminiscenze. Il grappolo dipende dalle "ciliegie" mangiate in precedenza e dalla nostra memoria associativa. Questa è la condizione soggettiva, sufficiente perché l'effetto si manifesti, ma non necessaria: questa è data dalla natura letteraria del testo, dal suo spessore contenutistico; dalla sua capacità di rappresentare - attraverso il particolare, modesto, anche infimo - l'universalità di alcuni aspetti e problemi della condizione umana. Questo libro rientra perfettamente nella categoria, e già questo ne sancisce il valore.

Tiziano, Madonna delle ciliegie, particolare
Un testo letterario però, è fatto anche di forma, soprattutto di forma; l'arte consiste proprio nel dare forma a contenuti comuni, ordinari, ad elevarli a prodotto artistico e universale. Una mela attaccata al suo ramo o sulla nostra tavola, è diversa da quelle dipinte da Caravaggio, Cezanne, Magritte. La forma cambia secondo lo stile dell'artista. Per chiarezza espositiva e di analisi, ho separato i due aspetti testuali, forma e contenuto, ma in realtà essi costituiscono un unicum inscindibile.
L'argomento è il tedium vitae, lo spleen, il male di vivere, l'assurdo dell'esistenza, modi diversi di definire uno stato psicologico che in maniera più o meno accentuata, più o meno prolungata, innescato da contesti diversi, da sempre affligge gli umani, come da testimonianze antichissime quali papiri egizi e scritti dell'Antico Testamento, solo per fare alcuni esempi. Innumerevoli i letterati, poeti, filosofi, artisti, che attraverso i secoli, e fino ad oggi, ne hanno dato testimonianza.

Paul Cezanne
Alla deriva*
Jean Folantin, il protagonista di questa storia, è uno dei tanti poveretti, che calcano, e hanno calcato, le strade impervie della vita in ogni tempo della storia e del pianeta; persone che hanno ricevuto solo bastonate dalla sorte. Questa lo ha partorito in una delle più celebri città del mondo, per storia, arte e bellezza, ma il suo girovagare accompagna il lettore negli angoli, bui, sordidi, meno presentabili, che sono da sempre l'altra faccia di ogni città che viene definita grande, in ogni senso.
Folantin, quarantenne precocemente invecchiato, con i pochi mezzi di sussistenza che gli concede un lavoro monotono e alienante, ha rinunciato a tutte le gioie della vita, affettive e sensuali; di queste gli resta, soltanto, forse perché legato all'stinto di conservazione, il desiderio ad un buon pasto, ad un prezzo accessibile. Aspirazione che lo porta ad un vano e frustrante pellegrinaggio fra trattorie, ristoranti, pasticcerie, tavole comuni. Una sorta di interminabile via crucis ad alto valore simbolico.

È un sisifo metropolitano, che fa rotolare il suo masso lungo una pista circolare, che dopo inutili deviazioni, lo riconduce allo squallore della sua casa per la notte, in attesa di ricominciare il mattino seguente.
Consapevole del suo malessere, che attribuisce a cause fisiche, si imbottisce di medicamenti, senza ottenere risultati, ça va sans dire.
Nulla può dargli sollievo, né le illusorie ed effimere flânerie della bella stagione; né un paio di spettacoli teatrali squallidi e deludenti; né un fugace incontro carnale con una prostituta che, dopo avergli estorto la cena e un paio di monete, e avergli fatto balenare un lampo di giovinezza, lo lascia più solo e depresso di prima.
Insomma non resta che abbandonarsi alla corrente.
* Questo è un altro titolo col quale il libro si trova in italiano
Sfogliando il libro
Il cameriere poggiò la mano sinistra sul fianco e la destra sullo schienale d'una sedia, dondolandosi su un piede e serrando le labbra. «Beh, dipende dai gusti» disse. «Io, al posto del signore, prenderei del Roquefort».
«Va bene, datemi un Roquefort». Seduto a un tavolo ingombro di piatti con avanzi di carne rappresa e bottiglie vuote che lasciavano col fondo impronte bluastre sulla tovaglia, Jean Folantin arricciò il naso: era sicuro che avrebbe mangiato del pessimo formaggio. E davvero la sua aspettativa non fu smentita: il cameriere gli servì una specie di mozzicone bianco con venature d'indaco marmoreo, chiaramente ricavato dagli avanzi d'un sapone di Marsiglia.

Vincent van Gogh
Folantin mordicchiò il formaggio, piegò il tovagliolo, s'alzò e la sua schiena s'ebbe i salamelecchi del cameriere che gli richiuse la porta alle spalle.
Appena fuori, aprì l'ombrello e affrettò il passo. Alle aguzze lame di freddo che gli forbivano le orecchie e il naso erano subentrati i filacci sottili d'una pioggia battente. Il glaciale, crudo inverno imperversante da tre giorni su Parigi stava sciogliendosi e le nevi allentate colavano flottando sotto un cielo tumefatto, come affogato nell'acqua.
Ora Folantin trotterellava verso casa, pensando al fuoco che aveva acceso prima d'andare a sfamarsi nel solito ristorante. [...]
Saliti gli scalini quattro per volta, entrò e non scorse nessuna fiamma nel camino. [...] senza spogliarsi, cappello in testa, ribaltò la griglia, la riempì ancora, metodicamente, aprendo qualche presa d'aria. Abbassò la grata, utilizzò dei fiammiferi con un po' di carta e si svestì.
D'improvviso sospirò, sentendo la lampada emettere profondi risucchi. «Ah, è finito l'olio! Ci mancava solo questo». E, sconsolato, esaminò lo stoppino appena tolto, un pezzetto giallo con la cima carbonizzata e dentellata di nero. «Che vita impossibile» brontolò cercando delle forbici. Sistemò la lampada alla meglio, poi s'abbandonò su una poltrona immergendosi nei propri pensieri.La giornata era stata negativa e lui l'aveva vista nera fin dal mattino. Il direttore dell'ufficio dove lavorava da vent'anni gli aveva rimproverato sgarbatamente d'essere giunto in ritardo. Folantin era insorto e, togliendo di tasca il proprio cipollone, aveva seccamente eccepito: «Le undici esatte».
A sua volta, il capufficio aveva estratto un potente orologio a remontoir. «Le undici e venti,» replicò «esatte come la Borsa»; e, con atteggiamento sprezzante, s'era degnato di scusare il dipendente, compiangendolo per l'orologio antiquato che sfoggiava.
In simile modo beffardo di giustificarlo, Folantin rilevò un'allusione alla propria povertà e protestò vivacemente col superiore; ma questi rincarò la dose e, irrigidendosi, con parole intimidatorie gli rinfacciò ancora la mancanza di puntualità.
Iniziata male, la giornata lavorativa era continuata a essere insopportabile. Sotto una luce cupa che oscurava la carta, aveva dovuto copiare lettere interminabili, disporre grandi tabelle e sorbirsi pure le chiacchiere del collega, un vecchiuccio che, mani in tasca, parlava in continuazione.
Gralli
