Carnevale degli Animali

Appunti, in parodia, di un "naturalista" bizzarro, ironico, poetico. Un caleidoscopio rutilante e vertiginoso ogni "scheda" di questo Bestiario.Un linguaggio scintillante, uno zampillare inesauribile di associazioni di idee, sferzate filosofiche rapide e illuminanti come fulmini nel temporale.
Una parata carnevalesca di carri allegorici nella quale penne, piume, lunghi colli, artigli, becchi rapaci, corna, zanne, criniere… sono solo specchio e pretesto per dileggiare vezzi e vizi del bipede implume che siamo. Un piacere di lettura intenso e lancinante.
Sfogliando il libro
LA ZEBRA
La zebra prende sul serio la sua vistosa apparenza e, ben consapevole delle sue strisce, si intigrisce. Concentrata sulla sua trama vistosa vive nella prigionia galoppante di una libertà mal compresa: Non serviam, dichiara con orgoglio la sua natura indomita. Rinunciando a qualsiasi tentativo di addomesticarla, l'uomo cercò di piegare l'elemento ribelle della zebra, con vili esperimenti di incroci con asini e cavalli. Tutto inutile. Le strisce e l'indole ombrosa non si cancellano con zebrini o zebrule.
Insieme all'onagro e al quagga, la zebra si gloria di confutare il dominio umano sull'ordine degli equini. Quanti fratelli del cane abbiamo ormai perduto per sempre, indomabili, che agiscono come lupi, proteli, o coyote?
Limitiamoci allora a contemplare la zebra. Nessuno ha condotto a tali estremi la possibilità di gonfiare una pelle in modo così appagante. Golose, le zebre divorano pianure di pascolo africano, sapendo che il cavallo arabo o il purosangue non potranno mai avere una simile rotondità delle anche, o un'uguale fi- nezza del crine. Solo il cavallo di Przewalski, sopravvissuto prototipo dell'arte rupestre, ricorda il rigore formale della zebra.
Insoddisfatte della loro chiara evidenza spaziale, le zebre si esercitano peraltro nel gusto senza limiti per le varianti individuali, e non ce n'è una che abbia le stesse strisce dell'altra. Anonime e solipedi, portano a spasso l'enorme impronta digitale che le contraddistingue: tutte zebrate, ma ognuna a modo suo.
Di certo molte zebre accettano di buon grado di fare due o tre giri sulla pista del circo per i bambini. Ma è altrettanto certo che, fedeli allo spirito della specie, lo fanno vantando un principio di altezzosa ostentazione.

INSETTIADE
Apparteniamo a una triste specie di insetti, dominata dall'impero delle femmine, vigorose, sanguinarie e tragicamente rare. Per ognuna di queste ci sono venti maschi deboli e sofferenti.
Viviamo in fuga costante. Le femmine ci inseguono, e noi, per ragioni di sicurezza, abbandoniamo ogni alimento alle loro mandibole insaziabili.
Ma la stagione degli amori cambia l'ordine delle cose. Emanano un aroma irresistibile. E le seguiamo stremati verso una morte certa. Dietro ogni femmina profumata c'è una fila di maschi imploranti.
Lo spettacolo inizia quando la femmina avverte che il numero di candidati è sufficiente. Uno dopo l'altro saltiamo su di lei. Con un rapido movimento lei schiva l'attacco e strazia il pretendente. Mentre è occupata a divorarlo, un nuovo aspirante si lancia. E così fino alla fine. L'unione si consuma con l'ultimo sopravvissuto, quando la femmina, stanca e relativamente sazia, conserva solo le forze per decapitare il maschio che la cavalca, ossessionato nel suo piacere.
Rimane addormentata per lungo tempo, trionfatrice nel suo campo di erotiche spoglie. Poi appende all'albero più vicino un grosso cartoccio di uova. Da lì nascerà un'altra volta la moltitudine delle vittime, con il suo ineluttabile corredo di giustizieri.
In natura accade di tutto, l'equazione: naturale è bello (e buono) è la più falsa che esista. Lo scopo principale è la trasmissione dei propri geni nella prole, todo modo, ma la volontà divina c'entra poco. Per la perpetuazione della specie, ogni mezzo è lecito, à la guerre comme à la guerre!

L'ELEFANTE
Arriva dal fondo delle ere ed è l'ultimo modello terrestre di macchina pesante, incartato nella sua fodera di plastica. Sembra colossale perché è costruito di sole cellule viventi ed è dotato di intelligenza e memoria. Nell'agglomerato materiale del suo corpo, i cinque sensi funzionano come strumenti di precisione e nulla gli sfugge. Anche se per senilità ereditaria sono adesso calvi dalla nascita, la glaciazione siberiana ci ha restituito alcuni esemplari lanuti: quanti anni fa gli elefanti persero il pelo? Piuttosto che calcolarlo, andiamocene tutti al circo e giochiamo a essere i nipoti dell'elefante, questo nonno puerile che ora si dondola al ritmo di una polka...
No. Parliamo invece dell'avorio. Questa nobile sostanza, dura e uniforme, che i pachidermi spingono segretamente con tutto il peso del loro corpo, come una materiale espressione del pensiero. L'avorio, che esce dalla testa e sviluppa nel vuoto due ricurve e brillanti stalattiti. In quell'avorio, la paziente fantasia dei cinesi ha plasmato i più accurati sogni dell'elefante.
UCCELLI ACQUATICI
Nell'acqua e sulle rive, gli uccelli acquatici passeggiano: donne sciocche che portano con arroganza ridicoli indumenti. Qui tutti appartengono al gran mondo, con trampoli o senza, e tutti portano guanti sulle zampe.
Il codone comune, il mestolone e il papero tepalcate esibiscono nelle piume uno splendore da bigiotteria. Il rosso scarlatto, l'azzurro turchese, il bianco ermellino e l'oro dispensano giochi da girasole. C'è chi li porta tutti insieme sull'abito ma non è altro che una folaga banale, un cormorano abbronzato che si nutre di piccole putrefazioni e trasforma in un lusso le sue ricerche di amante degli stagni.
Popolo multicolore e chiacchierone in cui tutti gracidano e nessuno si capisce. Ho visto il gran pellicano disputarsi con l'anatra una briciola di paglia. Ho sentito le oche discutere interminabilmente sul nulla mentre le uova rotolavano per terra e marcivano sotto il sole, senza che nessuno si prendesse la briga di covarle. Femmine e maschi vengono e vanno per il salone, e scommettono su chi ancheggia di più. Impermeabili senza alternative, ignorano la realtà dell'acqua in cui vivono.
I cigni attraversano lo stagno con la volgarità sfarzosa delle frasi fatte, e alludono a notturni e pleniluni sotto il sole del mezzogiorno. E il collo metaforico ripete sempre lo stesso plastico ritornello... Ce n'è almeno uno nero che si distingue: galleggia alla deriva vicino alla spiaggia, portando in una cesta di piume il serpente del suo collo addormentato.
Fra tutta questa gente, salviamo l'airone, che ci abitua all'idea di immergere nel fango solo una zampa, sollevata con uno sforzo da palafitta esemplare. E a volte si avvolge su sé stesso e dorme al riparo delle sue piume leggere, dipinte una per una da un giapponese meticoloso e amante dei dettagli. L'airone che non cade nella tentazione del cielo inferiore, dove l'aspetta un letto di argilla e miseria.
Gralli
