UNO

11.03.2026

La nonna si chiamava Léontine, no non era francese, era italianissima tant'è che di cognome faceva Strazzera. Quel nome esotico lo aveva scelto e fortemente voluto sua madre, la bisnonna Maria Pia che tale era di nome e di fatto, una donna bellissima, delicata di aspetto e di salute, cattolica fervente e praticante, lettrice assidua delle vite dei santi, devotissima alla Beata Vergine che la prima parte del suo nome ricordava. Una volta al mese, lei che usciva pochissimo e solo per lo stretto necessario, si vestiva di tutto punto, metteva al braccio la sua grande sporta fatta di quadratini di pelle di vari colori e col tram andava in centro. Tornava con un paio di libri sotto il braccio - due nuove vite di santi avvolti in carta da pacchi color paglierino - e con la sporta rigonfia. In famiglia non c'erano gran lettori per cui nessuno manifestava curiosità per i suoi acquisti personali, i figli - per un po' di tempo tutti maschi - e il marito erano più interessati alle leccornie contenute nella grande sporta che lei, al suo arrivo, poneva sul tavolo lasciando che vi si accalcassero intorno spintonandosi come piccioni cui si getta il pan secco. Ciascuno era certo di trovare qualcosa solo per sé, Maria Pia conosceva bene i gusti di tutti e li accontentava nel dolce e nel salato e, in particolare per il marito, nell'alcolico.

Mentre i piccioni frugavano nella sporta lei, senza neppure cavarsi il cappello, si precipitava nella stanzetta del cucito, rifasciava in fretta i nuovi volumi e li riponeva su uno scaffaletto dove ce n'erano diversi altri, anch'essi rifasciati con carta di recupero, ciascuno recante sul dorso un nome maschile o femminile senza nessun attributo, presumibilmente il nome del santo, vergato con l'elegante corsivo imparato alla scuola delle suore. Quei nomi erano tutti francesi. Indubbiamente la cattolica Francia aveva generato un grande stuolo di venerabili santi, ma il nostro Paese non era da meno, eppure nessun martire, nessun abate, nessun eremita, nessuna vergine, era lì a rappresentarlo. La scoperta del motivo di questa esotica predilezione avvenne molti anni dopo ed io vi ebbi un ruolo determinante, almeno nel renderlo palese all'ultimo membro della famiglia perché, come venni a sapere in seguito, qualcuno ne era venuto a conoscenza molto tempo prima di me con gran stupore e divertimento. Maria Pia si dedicava alla lettura non appena aveva un po' di tempo libero: quando i ragazzi erano a scuola o a giocare in cortile, nel pomeriggio dopo aver rigovernato la cucina, dopo cena poco prima di andare a letto.

Il bisnonno suo marito si chiamava Libero, era un uomo grande e grosso, di belle proporzioni e bella faccia, aveva gli occhi di un azzurro intenso e brillante ed una chioma rosso rame, ribelle e incolta. Proveniva da una famiglia di miscredenti anarchici venuta al nord dalla Sicilia al seguito di Garibaldi. Era un fiero e fantasioso bestemmiatore che tuttavia rispettava la fede della moglie. La domenica mattina la accompagnava fin sulla porta della chiesa e poi se ne andava all'osteria a bere, ad imprecare contro il governo, a comporre nuove bestemmie - che declamava come versi poetici con la sua bella voce baritonale - per il divertimento degli astanti. All'ora in cui la messa stava per finire però schizzava via e si piazzava a gambe larghe sul sagrato, non senza una certa aria di sfida, porgeva il braccio alla moglie, le dava un sonoro bacio, senza curarsi del suo imbarazzo, e se ne tornava a casa compiacendosi della bella donna che aveva al fianco.

Libero considerava la fede della moglie un innocuo passatempo, quasi un gioco da bambini, e i suoi libri per lui erano fiabe che di quel gioco facevano parte. Talvolta però - tornando per qualche necessità dal suo laboratorio di falegname situato nei fondi del palazzo - gli capitava di trovare la moglie seduta nella poltrona vicino alla finestra, bianca in viso e con gli occhi arrovesciati come Santa Teresa in estasi, tremante in preda alle convulsioni, le mani aggrappate al libro, mentre mormorava ansimando il nome del santo di turno alternandolo a brani di preghiere e a giaculatorie. Il pover'uomo, sapendo che la salute della moglie era delicata, si preoccupava e pensava che quelle troppo intense invocazioni ai santi potessero nuocerle. Allora le si inginocchiava accanto, la accarezzava piano piano e lei dopo qualche sussulto e gemito si calmava, riprendeva colore, lo abbracciava e lo baciava castamente sulle guance. Lui la rimproverava con dolcezza: « Non devi leggere troppo il pomeriggio, questi santi fanno cose tremende nel nome del Signore, resti tutta sconvolta! Ti senti male! ». Lei sorrideva, guardava nel vuoto e sospirava profondamente. Era davvero una donna devota e sensibile oltre che bellissima pensava il marito. Il quale peraltro aveva scoperto che la lettura serale aveva invece un effetto benefico su di lei, intanto era più breve, infatti scorse poche pagine Maria Pia si alzava, riponeva il suo libro e diceva al marito con tono leggermente perentorio: « Andiamo a letto!» e Libero scattava come una molla. I ragazzi più piccoli dormivano già, solo Giovanni il maggiore, un ragazzone già ben conformato come il padre, indugiava. « Hai sentito tua madre, a letto! » tuonava Libero e lui filava, ma poco dopo si accostava alla porta della camera dei genitori e sogghignava ascoltando sospiri, mugolii e il ritmico cigolio delle reti del letto. Due grida roche e soffocate, a breve distanza l'una dall'altra, erano il segnale che la quiete stava per tornare, allora Giovanni tornava nella sua stanza impegnandosi prima però a far cigolare anche lui le molle della rete per un po', dopo di che si addormentava soddisfatto.

Nel letto accanto al suo dormiva il secondogenito Arcangelo, un adolescente biondo e ricciuto, di complessione delicata, occhi azzurri trasparenti - come il mare calmo diceva sua madre – sensibile e intelligente. L'aneddotica familiare riporta che la madre appena lo vide, biondo, ricciuto e occhiceruleo, esclamasse: « È bello come un angelo, no di più un arcangelo! » e così fu deciso il suo nome. Giovanni malignamente sosteneva che il fratello alla nascita era completamente calvo e portava a testimonianza una fotografia scattata al ricevimento del battesimo da una compagna di collegio della mamma. Bravissimo a scuola, Arcangelo veniva continuamente lodato dal severo e devoto maestro Adelmo Pinzocchi che ne apprezzava la prontezza nell'apprendere e la sensibilità religiosa e gli impartiva, con grande soddisfazione, i precetti del catechismo e le prime nozioni di teologia.

Arcangelo fingeva di dormire, ma sapeva benissimo quello che il fratello faceva quasi ogni sera, e allora pregava silenziosamente invocando presso il Signore la salvezza dell'anima del suo congiunto peccatore. Il detto peccatore, non solo possedeva nozioni ampie e dettagliate sui piaceri della carne - tutte apprese dai compagni nell'officina meccanica in cui lavorava come apprendista - ma si stava dimostrando anche un buon allievo del padre. Si applicava con profitto nell'arte della blasfemia, nella quale sembrava particolarmente versato, facendo intendere che ben presto avrebbe superato il maestro, il quale peraltro riusciva qualche domenica ogni tanto, fra le accorate proteste della madre, a portarselo all'osteria per qualche corso di aggiornamento. I due fratelli tuttavia, a dispetto della loro diversità, erano legati da un profondo affetto. Giovanni prendeva sempre le difese di Arcangelo, spesso dileggiato dai compagni di scuola o dai ragazzacci in cortile; Arcangelo a sua volta aiutava Giovanni nello studio. In un'altra camera, comunicante con quella dei fratelli più grandi, dormivano i tre piccoli: i gemelli Pietro e Paolo, e Mario, l'ultimo nato, destinato di lì a poco a salire nella graduatoria di ben due posti.

Quando Maria Pia seppe di essere nuovamente incinta, sapendo che avrebbe dovuto passare molto tempo a riposo in poltrona, provvedette a rifornirsi in gran copia dei suoi libri prediletti e attese serenamente il trascorrere dei nove mesi. Quale fu la sua gioia quando le fu annunciato che il nuovo frutto del suo grembo era una femmina! Prontamente comunicò alla famiglia riunita intorno al suo letto il nome che aveva scelto: Léontine, in onore di una sua santa prediletta. Al padre piacque molto, oscuramente sentiva in quel nome un che di provocatorio che un carattere come il suo non poteva che apprezzare. « Un nome forte, c'è il leone dentro! » esclamò. « È una santa che non conosco » disse Arcangelo. La mamma spiegò allora che era francese e poco nota, ma era una grande santa. « Ricordate tutti – raccomandò infine - si scrive con la e dopo la enne, ma si pronuncia Léontin.». Scrisse il nome corretto su un foglio di carta, non dimenticando di segnare l'accento acuto sulla prima e, e aggiunse: «Niente diminutivi, per favore!». Nessuno ebbe nulla da obiettare, Maria Pia non era una madre autoritaria, ma sapeva farsi obbedire per virtù naturale. Il giorno dopo Libero, col vestito della festa si recò all'anagrafe a denunciare la nuova cittadina e quanto vagamente presagiva si realizzò.

L'impiegato comunale, Olivaro Erberto, non Alberto, come era solito presentarsi, era un ometto grigio e insignificante, calvo e con l'alito cattivo, che da oltre trent'anni lavorava all'anagrafe costringendo tutti quelli che che si presentavano allo sportello a tenersi a distanza di sicurezza. Era ben conosciuto da Libero, abitava nel suo stesso caseggiato, un piano più sotto, con la moglie Irene piccola e grassa - esperta ed apprezzata studiosa dei fatti di tutto il quartiere - e con la figlia Carlotta, una spilungona attempatella con pretese di eleganza, cultura e bon ton. I tre erano un bell'esempio di famigliola cristiana, partecipavano attivamente a tutte le iniziative della parrocchia e il marito era fabbriciere per giunta, incarico di cui era oltremodo fiero e che non mancava mai di aggiungere alla presentazione di cui si è detto sopra. Vedendo arrivare Libero, Olivaro-Erberto-non-Alberto-fabbriciere ebbe un non troppo dissimulato moto di stizza. Inutile dire che fra i due non correva buon sangue. Libero, quando lo incontrava per le scale, lo stuzzicava col suo umorismo sferzante e grossier. Alludeva con finta complicità alle sue prestazioni sessuali, si compiaceva per l'instancabile attività dalla sua signora e per finire non mancava di descrivere e magnificare con linguaggio osceno le bellezze, inesistenti, della di lui figlia Carlotta. Erberto reagiva a quelle provocazioni con un secco buongiorno e affrettava il passo rodendosi il fegato: era troppo vile per reagire, data la mole di Libero e la sua volgare sì, ma implacabile eloquenza.

Dunque Libero si presentò allo sportello senza rispettare la distanza di sicurezza, considerata la sua notevole statura gli bastava appena piegare la testa per non subire danni e la sua bella voce sonora assicurava l'invio del messaggio forte e chiaro. Erberto pensò che nel suo ruolo di pubblico ufficiale poteva prendersi qualche vendetta. Con aria compunta sfogliando un faldone di circolari esplicative illustrò - citando leggi, articoli, commi - i motivi per cui non poteva dare alla figlia quel nome, la legge non ammetteva nomi stranieri, e pronunciò con aria schifata Leontin omettendo l'accento acuto accentuando però la finale tronca. « Macché nome straniero! - replicò Libero - non sai leggere? » E gli mostrò il pezzo di carta sul quale la moglie aveva vergato con la sua bella grafia il nome della piccola.
« Le - on - ti - ne » compitò Libero dimenticando anche lui l'accento acuto sulla prima e, ma calcando bene la voce sull'ultima. « Ah, - sibilò Erberto – volevi dire Leontina, allora va bene. ». Almeno questo, chissà chi era questa Léontine, una baldracca della Rivoluzione Francese, la puttana di qualche libero pensatore, pensò il pubblico ufficiale (altro incarico di cui si compiaceva) usando il linguaggio scurrile che si concedeva quando nessuno lo sentiva e nell'intimità delle sue cogitazioni. «I nomi femminili terminano per A !».

« Verissimo! - fece pronto Libero - e la tua signora Irenaaa come sta? E quell'altra che vai a trovare ogni due giovedì in quella casa in Piazza della Stazione, la signorina Agnesaaa fa sempre...». E qui si fermò perché con lui c'era quell'anima candida di Arcangelo e mai avrebbe voluto turbare la sua innocenza, però con studiata lentezza fece cadere il suo pugno poderoso sul bancone facendo sobbalzare tutta la cancelleria che vi si trovava e rovesciando per buona misura il calamaio il cui contenuto scuro si allargò rapidamente imbrattando moduli e circolari esplicative. A questo punto al povero Olivaro-eccetera-eccetera non restò che arrendersi, con quel demonio proprio non la si poteva spuntare! Prese un modulo immacolato e lo porse come se niente fosse a Libero accompagnandolo da un ineccepibile: prego signore! E si dette a pulire il suo tavolo da lavoro masticando fiele.

Libero si rimboccò le maniche e cominciò a compilare il modulo sotto lo sguardo attento di Arcangelo verso il quale ogni tanto lanciava occhiate interrogative, il ragazzo assentiva o dissentiva secondo il caso scuotendo i riccioli biondi, ma sempre tenendo un fazzoletto su naso e bocca poiché, non avendo la statura del padre, era pericolosamente esposto ai miasmi mortali provenienti dal respiro dell'Olivaro. Detto per inciso pure in chiesa il posto accanto a lui era sempre vuoto perché anche la carità cristiana ha un limite. Così la nonna Léontine sia pure involontariamente, a un solo giorno di vita, aveva causato la sua prima zuffa. Nel corso degli anni altre ne sarebbero seguite, in momenti cruciali della sua esistenza, direttamente o indirettamente, da lei provocate.

Pochi giorni dopo l'ingresso di Léontine nel consorzio civile, venne celebrata la cerimonia del battesimo che, mondandola dal peccato originale, sancì l'appartenenza della piccola alla comunità dei cristiani. Libero non si era mai opposto all'educazione religiosa dei suoi figli, amava e rispettava la moglie e non voleva addolorarla, e poi sapeva che qualora essi avessero desiderato liberarsi dalle pastoie della religione avrebbero potuto farlo in qualsiasi momento e lui li avrebbe aiutati. Giovanni, per esempio, già a quattordici anni aveva cominciato a ragionare con la sua testa, come diceva il padre. Pur non essendo mai stato precisamente il primo della classe, non era privo di curiosità intellettuali e aveva cominciato a leggere alcuni libri sull'eguaglianza sociale che Libero definiva il vero vangelo dell'umanità. La madre si era arresa affidando tutte le sue speranze ad Arcangelo, sognava per lui una brillante carriera ecclesiastica, fino ai massimi livelli, e pregava intensamente perché questo sogno si realizzasse.

Come già era accaduto per gli altri figli il battesimo in chiesa sarebbe stato preceduto da una cerimonia laica privata, celebrata da Libero alla sola presenza della famiglia. Terminata questa tutti, vestiti a festa, si sarebbero incontrati con parenti e amici sul sagrato per entrare in chiesa, tranne uno il quale, durante lo svolgimento della funzione, si sarebbe recato in un altro tempio a dare le ultime disposizioni per una successiva terza cerimonia secondo le tradizioni di questa famiglia. Maria Pia sapeva quello che sarebbe accaduto e lo trovava naturale, anche lei amava e rispettava il marito e riteneva giusto che manifestasse le sue convinzioni. La prima volta che questa cerimonia privata venne celebrata, per la nascita di Giovanni, la liturgia risentì di una certa improvvisazione, la volta successiva alcuni dettagli del cerimoniale vennero precisati e ripetuti identici come si conviene ad ogni rito che si rispetti. Vediamone lo svolgimento.

Libero è vestito di tutto punto, una camicia abbagliante sotto la giacca scura, la gola serrata da una cravatta rossa, i pantaloni con la piega a lama di coltello, le scarpe lucide, la chioma domata con dosi generose di brillantina. Maria Pia è impeccabile: un abitino primaverile grigio perla, le scarpe nuove col tacco alto che stringono un po', un grazioso cappellino dalla tesa larga che le ombreggia delicatamente il viso e dal quale sfuggono morbide ciocche castano dorate. È china sulla culla, sta sistemando l'abitino da battesimo del neonato e intanto gli spiega, vezzeggiandolo con una lingua infantile, come si svolgerà la cerimonia della quale lui sarà il protagonista, con i parenti e gli amici felici di accoglierlo liberato dal peccato originale e dalle mire del demonio. Subito dopo le parole peccato originale e demonio scatta l'omelia di Libero il quale, ricorrendo a tutta la sua eloquenza blasfema e nel pieno rispetto della retorica dell'oscenità, con la sua bella voce stentorea, comincia a predicare la sua personale teologia lasciando che si diffonda attraverso le finestre spalancate su una ancor tiepida mattina di ottobre. Il pubblico che assistette a questa prima cerimonia era leggermente diverso da quello che avrebbe partecipato alle successive in onore degli altri figli.

Alla nascita di Giovanni i genitori di Libero e di Maria Pia erano già molto anziani ma tutti presenti. Angiolina, la madre di Libero, stava seduta al tavolo col busto eretto e seguiva con aria leggermente annoiata come chi assiste ad uno spettacolo già visto: padre, fratelli, marito avevano già provveduto ad istruirla sull'argomento. Solo di tanto in tanto un leggero sollevarsi del sopracciglio sottolineava un passaggio particolarmente efficace o un concetto nuovo. Bartolo, suo marito, in piedi con la pipa spenta fra le dita, ascoltava con attenzione e malcelato orgoglio annuendo vigorosamente all'esposizione dei dogmi più audaci, trattenendosi a fatica dall'applaudire. Anselmo il padre di Maria Pia, un omino piccolo e magro, con l'aria atterrita di una lepre inseguita dai cani, alzava gli occhi al cielo, si segnava ripetutamente e tentava di avvicinarsi alla finestra per chiuderla onde evitare lo scandalo. La moglie Margherita, che sopravanzava di una spanna il consorte, rapida come un falco lo agguantava per un braccio e con una spinta lo sbatteva sul sofà come un sacchetto di stracci.

Il testo della predica non ci è pervenuto ma due testimoni, rispettivamente dell'accusa e della difesa, ne fecero dettagliato rapporto ad Arcangelo il quale, dall'età di undici anni, teneva un diario dove annotava pensieri personali ed eventi familiari di rilievo. Poiché le omelie di Libero non differivano da un anno all'altro, almeno nei concetti principali - come d'altronde è giusto che sia per qualunque teologia ancorché laica - Arcangelo alla nascita dei fratelli minori ebbe modo di constatare la veridicità del resoconto dei primi testimoni, al di là delle diverse interpretazioni personali. La sua esposizione stando a quanto ne riferì nonna Léontine, che ebbe modo di leggerla prima che andasse perduta, era un capolavoro di diplomazia gesuitica nonostante la giovanissima età del suo autore. Arcangelo si era dilungato senza alcuna reticenza nella descrizione del comportamento del pubblico così come in quella del padre che declamava con passione, come un attore shakespeariano, gli occhi fiammeggianti d'azzurro. Si era servito invece di abili circonlocuzioni per tradurre le veementi invettive di Libero contro le gerarchie celesti e le loro rappresentanti in terra; terminava quindi il resoconto con un: Peccato il babbo sarebbe stato un ottimo predicatore! Arcangelo era davvero predestinato alla carriera ecclesiastica.

Questa cerimonia venne ripetuta, pressoché inalterata e sempre con un pubblico leggermente diverso, negli anni successivi: al battesimo di Arcangelo, dei gemelli, di Mario. Maria Pia catechizzava rapidamente il nuovo nato sempre con la medesima formula, dopo di che, passava il testimone a Libero. Ora il tradizionale rito veniva celebrato al battesimo di Léontine alla presenza dei figli e di Anselmo, unico nonno superstite, ormai completamente evaporato al punto che durante l'esibizione di Libero, di tanto in tanto, se ne usciva con un proprio così! seguito da un applauso che scatenava l'ilarità dei nipoti. Al termine dell'omelia Libero pronunciò il suo personale ite missa est e tutti quanti in bell'ordine si incamminarono verso la chiesa; sul sagrato si trovavano già amici e parenti, baci e abbracci e il devoto drappello fece il suo ingresso nella casa di Dio. Libero invece si precipitò all'osteria dove compagni, conoscenti e avventori felici di bere un bicchiere a scrocco, lo stavano aspettando. Spumante, calici e pasticcini erano schierati in attesa su un lungo tavolo. Tutti si felicitarono per la sua nuova paternità, lo abbracciarono, gli diedero gran pacche sulle spalle non senza qualche allusione alla sua attiva virilità. Quando la cerimonia cristiana stava per terminare Libero tornò davanti alla chiesa, strappò quasi dalle mani della moglie il fagottino appena benedetto incitandola con un perentorio andiamo! e voltandosi verso il prete gridò strizzandogli l'occhio: «Ora c'è un'altra cerimonia don Giovanni!». Il sacerdote scosse la testa con rassegnazione: Libero era fatto così, ma in fondo era un brav'uomo!

Quello che Libero non sapeva è che poco prima della cerimonia, don Gianni (come preferiva farsi chiamare per evitare equivoci) aveva sollevato qualche timida obiezione relativamente al nome scelto dalla mamma, un nome straniero, una santa che nessuno ricordava, si potrebbe italianizzare, mettere un secondo nome più cristiano... Maria Pia fu irremovibile: « No padre, questa santa francese era anche una fervente patriota, sarebbe oltraggioso cambiare il suo nome in un'altra lingua! Comunque - aggiunse con un candido sorriso - se ci vuole proprio un secondo nome facciamo Zenobia!». Il prete arrossì, era così imbarazzato che per poco non rovesciò il piattino dell'acqua benedetta perché Zenobia era il nome della più rinomata tenutaria di bordello della città, la cui attività aveva sede in un palazzo non molto distante dalla chiesa. Le malelingue dicevano che anche il parroco usufruisse dei suoi servizi quando le tentazioni della carne si facevano più insistenti. Come si può constatare, neppure Maria Pia era del tutto priva di malizia e la spuntò così come il marito aveva fatto all'anagrafe, ciascuno nel proprio campo era risultato vincente. E Léontine aggiunse un'altra disputa vittoriosa al suo medagliere.

Al loro ingresso all'osteria Maria Pia, Libero e Lèontine furono accolti da un fragoroso applauso e da una triplice salva di hip hip hurrà! L'oste Ottavio, bardato con i suoi paramenti, un grembiule candido sul pancione - la parannanza nova come diceva lui che era nato a Roma - e un fazzoletto rosso al collo, battezzò la piccola con alcune gocce di spumante pronunciando qualche oscenità e qualche bestemmia in un improbabile latino sicuramente di sua invenzione. Poi ci furono i brindisi e i migliori amici di Libero fecero dono a Léontine ciascuno di un augurio particolare - come le buone fate della Bella Addormentata - l'unico che potessero permettersi date le penose condizioni delle loro tasche. Non avendo altro da offrirle le augurarono una lunga vita nella quale poter godere della realizzazione dei loro sogni: fine delle guerre, giustizia sociale, fratellanza universale. Le affidavano la speranza di un mondo migliore che loro non sarebbero riusciti a vedere.

Ma, come nella fiaba, c'era qualcuno che non era stato invitato, tuttavia definirlo una fata sarebbe quantomeno un'esagerazione, una strega piuttosto. Durante lo svolgimento del rito ateo-anarco- socialista si era scatenato un violento temporale, si era di marzo e dopo una bella mattina soleggiata, verso mezzogiorno, il cielo si era rannuvolato e poi giù acqua come le mele come si dice da noi. Il pubblico-ufficiale-fabbriciere-Olivaro-Erberto-non-Alberto, proprio lui, uscendo dall'ufficio se ne era presa una bella ramata, sempre come si dice qui, e tutto infreddolito, perché si era levato anche un forte vento, si era infilato nell'osteria per asciugarsi accanto alla stufa. Normalmente non vi avrebbe mai messo piede, ma sapeva benissimo quel che si stava svolgendo all'interno e non aveva resistito alla curiosità di dare un'occhiatina. Appena Libero lo vide gli andò incontro e senza rancore lo invitò a bere un bicchiere. L'Olivaro forse scaldato dallo spumante, lui che beveva solo acqua, si sovvenne della scena umiliante di cui era stato vittima pochi giorni prima e volle fare, in un disperato tentativo di vendetta, un brindisi velenoso augurando alla povera innocente Léontine di trovare un bravo marito che la sistemasse per bene.

A quel punto Anna la Rossa, la maestra elementare della vicina scuola Garibaldi, così nominata non per le chiome che erano corvine, ma per le sue idee, balzò in piedi si avvicinò ad Erberto e sovrastandolo con la sua alta e prosperosa figura gli dette un energico scappellotto accompagnato da un e bravo Puzzola! al quale fecero seguito applausi, fischi e risate sguaiate. Il povero fabbriciere maledisse e rimaledisse la pioggia, Libero e i suoi fottuti amici, quella bagascia della maestra e il momento in cui gli era venuta l'idea di metter piede in quella tana di senzadio, ma ad esser sinceri se l'era proprio cercata! Appena fu tornata la calma Anna, il cui brindisi era stato interrotto dall'entrata di Puzzola, levò il calice e con voce squillante esclamò: «Che in amore tu possa sempre scegliere!». A questo auspicio, che in parte annullava il maleficio del perfido Olivaro, l'uditorio applaudì fino a spellarsi le mani. E così si conclusero la terza disputa vittoriosa di Léontine e la cerimonia. Intanto era spuntato il sole e tutti se ne tornarono a casa.
Alla fine dello stesso anno nasceva l'ultimo figlio di Maria Pia e Libero, l'ultimo in ordine cronologico e quello che chiudeva la porta perché dopo di lui non ne vennero altri: settimo arrivato e nato settimino fu chiamato Settimio.

(continua)                                                                                                                                       Gralli