Pigmalione

30.03.2026

IL RITRATTO DELL'AMANTE (12)

Thomas Blanchet, Pigmalione e Galatea, 1650 ca. part.

[...] Pigmalione,
disgustato dei vizi illimitati che natura
ha dato alla donna, viveva celibe, senza sposarsi, e
senza una compagna che dividesse il suo letto a lungo rimase.
Ma un giorno, con arte invidiabile scolpì nel bianco avorio
una statua, infondendole tale bellezza, che nessuna donna
vivente è in grado di vantare; e s'innamorò dell'opera sua.
L'aspetto è quello di fanciulla vera, e diresti che è viva,
che potrebbe muoversi, se non la frenasse ritrosia:
tanta è l'arte che nell'arte si cela. Pigmalione ne è incantato
e in cuore brucia di passione per quel corpo simulato.
Spesso passa la mano sulla statua per sentire
se è carne o avorio, e non vuole ammettere che sia solo avorio.
La bacia e immagina che lei lo baci, le parla, l'abbraccia,
ha l'impressione che le dita affondino nelle membra che tocca
teme che la pressione lasci lividi sulla carne.
Ora la vezzeggia, ora le porge doni graditi
alle fanciulle: conchiglie, pietruzze levigate,
piccoli uccelli, fiori di mille colori,
gigli, biglie dipinte e lacrime d'ambra stillate
dall'albero delle Elìadi. Le addobba poi il corpo di vesti,
le infila brillanti alle dita e al collo monili preziosi;
piccole perle le pendono dalle orecchie e nastrini sul petto.
Tutto le sta bene, ma nuda non appare meno bella.
L'adagia su tappeti tinti con porpora di Sidone,
la chiama sua compagna e delicatamente,
quasi sentisse, le fa posare il capo su morbidi cuscini.
E venne il giorno della festa di Vènere, festa in tutta Cipro
grandissima: già giovenche con le curve corna fasciate d'oro
erano cadute, trafitte sul candido collo,
e fumava l'incenso, quando Pigmalione, deposte le offerte
accanto all'altare, timidamente disse: "O dei, se è vero
che tutto potete concedere, vorrei in moglie" (non osò
dire: la fanciulla d'avorio) "una donna uguale alla mia d'avorio".
L'aurea Vènere, presente alla propria festa, coglie il senso
di quella preghiera e, come segno del suo favore, per tre volte
fa palpitare una fiamma, che con la sua punta guizza nell'aria.
Tornato a casa, corre a cercare la statua della sua fanciulla
e chinandosi sul letto la bacia: sembra che emani tepore.
Accosta di nuovo la bocca e con le mani le accarezza il seno:
sotto le dita l'avorio s'ammorbidisce e, perduto il suo gelo,
cede duttile alla pressione, come al sole torna morbida
la cera dell'Imetto e, plasmata dal pollice, si piega
ad assumere varie forme, adattandosi a questo impiego.
Stupito, felice, ma incerto e timoroso d'ingannarsi,
più e più volte l'innamorato tocca con la mano il suo sogno:
è un corpo vero! sotto il pollice pulsano le sue vene.
Allora il giovane di Pafo a Vènere rivolge
parole traboccanti di gioia per ringraziarla, e con le labbra
preme labbra che più non sono finte.  
Sente la fanciulla
quei baci, arrossisce e, levando intimidita gli occhi
alla luce, insieme al cielo vede colui che l'ama.

La dea assiste alle nozze che ha reso possibili.

(Publio Ovidio Nasone Metamorfosi, libro X vv. 243 e seguenti, versione dell'edizione Garzanti)

 Torniamo alle origini, ad una narrazione più autentica della locuzione il ritratto dell'amante, là dove è  la mancanza dolorosa di un amore a rivolgersi alla consolazione di un simulacro: Barbara, la figlia del vasaio Butade, Laodamia.
Nella vicenda di Pigmalione abbiamo la solitudine dovuta ad una profonda sfiducia nell'intero genere femminile che è "naturalmente" perverso: non ce ne stupiamo, la misoginia dei Greci è ben nota.

L'amante è tale in potenza, vorrebbe amare, ma non trova un degno oggetto e quindi lo costruisce; dai versi ovidiani non si comprende se Pigmalione scolpisce intenzionalmente la statua o se l'innamoramento avviene dopo, ma la questione non è rilevante; ciò che va sottolineato è il tema ricorrente: quello della donna ideale, perfetta, impossibile da trovare nella realtà; una sorta di utopia amoroso-erotica che, in questo caso, si realizza compiutamente, e felicemente, grazie all'intervento della dea più "competente" in materia, Venere. La stessa ricerca è in Gradiva, nei sonetti del Petrarca, e nelle storie delle donne artificiali, qui sia pure con esiti diversi. Le vicende del pittore Kokoschka partono dal dolore dell'abbandono e finiscono con la ricerca di un simulacro ideale, per quanto aberrante. Gli ideali utopistici, anche amorosi, hanno spesso un cattivo esito.

 Vedi articoli precedenti  https://www.bibliosalotto.it/il-ritratto-dellamante/

La leggenda della figlia di Butade, Johann Georg Hiltensperger 1845—1848

La versione del mito di Pigmalione, così come tutti la conosciamo, è quasi interamente opera di Ovidio, il quale si è ispirato a miti e racconti precedenti, molto meno poetici. In un numero limitato di versi, semplici e toccanti, il poeta descrive le fasi, universali, dell'innamoramento e del desiderio, fino alla scoperta tattile del corpo che, da freddo e marmoreo, è divenuto vivo e palpitante; per culminare, dopo l'incredulità del miracolo avvenuto, con le parole traboccanti di gioia che il giovane rivolge alla dea per ringraziarla.
Quello che ancora oggi incanta in Ovidio è la capacità,  di esprimere, in pochi versi, i moti più profondi dell'umana psiche, i sentimenti amorosi, eterni e universali, degli essere umani, uomini e donne. Incanta la delicatezza con la quale mostra la ritrosia della fanciulla, quand'è ancora statua, ma pare viva; e dopo, quando, 

 [...] Sente la fanciulla 
quei baci, arrossisce e, levando intimidita gli occhi
alla luce, insieme al cielo vede colui che l'ama. 

E noi immaginiamo il sorriso benevolo della dea  che assiste alle nozze che ha reso possibili.
Il mito ovidiano di Pigmalione va ben al di là della vicenda fantastica di superficie, che pur tanto ci affascina; ad uno sguardo più attento, nell'allegoria dei versi si legge una verità più profonda: è l'amore che ci rende vivi e palpitanti, che scioglie il freddo marmoreo del cuore. Ancora una volta si dimostra che i miti sono qualcosa di più di semplici racconti. Plasmati, nei millenni, dalle domande, dai desideri, dai timori, di esseri umani come noi, nonostante la lontananza temporale, rivelano verità che altre forme di conoscenza non possono darci, questo il compito dell'arte cui il mito appartiene. 
Ci sono, tuttavia, altre interpretazioni filosofico-letterarie  del mito di Pigmalione, alcune di segno opposto, le vedremo più avanti; ad esso si sono ispirati anche  pittori, scultori, poeti, drammaturghi, musicisti. Ora visitiamo l'esposzione di quadri.

 

MOSTRA
Pigmalione e la sua Creatura*

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*In Ovidio la statua non ha nome; l'attribuzione risale probabilmente al secolo XVIII: Galatea potrebbe alludere alla pelle bianca come il latte, in riferimento al marmo o all'avorio nel quale venne scolpita.

Si ringrazia didatticarte.it per le immagini

Il mito di Pigmalione raccontato dai versi e dall'immagine

(continua)

Gralli


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