Quattro

Sulla sua scrivania Luca Montessoro trovò due comunicazioni, ancora in forma ufficiosa, dei suoi collaboratori. La prima era del medico legale che confermava che la suora era morta – sul colpo, come si diceva con involontaria ironia, – per sfondamento della scatola cranica, e questo lo avrebbe capito chiunque, pensò il vicequestore. La statua, colpendo frontalmente, aveva fatto cadere il corpo all'indietro ed era rimasta in posizione analoga a quella della vittima: – testa e piedi nella stessa direzione – ma prona sopra di essa; la ferita era compatibile con la forma dell'arma del delitto. Poteva già da ora anticipare che l'autopsia non avrebbe aggiunto nulla di più a quanto dedotto dal primo esame. Tuttavia, il meticoloso dottor Ettore Storti avanzava alcune perplessità circa la dinamica secondo la quale l'inconsueto corpo contundente si era abbattuto sulla testa della vittima. Prima del parere definitivo, però, voleva osservare con maggior attenzione le foto scattate dalla scientifica sulla scena del crimine; nel frattempo lo invitava a fare altrettanto e avrebbero poi confrontato le loro impressioni. Il rapporto successivo era dell'ispettrice Sara Andreoli che aveva compiuto alcune ricerche sul passato della morta.
Secondo quanto risultava all'anagrafe, Suor Ildegarda al secolo Brigitte Müller, figlia di Ernestine e di padre ignoto, era nata il 18 aprile del 1920 a Monteriga, una frazione sperduta sulle alture della turistica cittadina balneare di Santa Rita, nell'infermeria della Casa di Accoglienza per le Giovani Smarrite – che cazzo di nome! commentava l'Andreoli col suo linguaggio forbito – diretta, guarda un po', dalle Sorelle della Madonna del Gelo. L'ispettrice, dopo le ricerche di routine all'anagrafe, si era recata alla Direzione Generale dell'Ordine per cercare di carpire qualche informazione più sostanziosa e illuminante e, con il pretesto di compiere una ricerca per la sua tesi di laurea, era riuscita a farsi mostrare dalla monaca archivista preziosi documenti. Suor Giovanna, un'ottantenne vispa e arguta, era stata felicissima di collaborare con quella ragazza cosi cortese e amabile perché, finalmente, aveva trovato qualcuno che apprezzava il suo lavoro. Sara, come disse in seguito, aveva fatto sforzi bestiali per controllare il suo abituale turpiloquio.
La Casa di Accoglienza, raccontò l'informatissima archivista, provvedeva a tutto. Ospitava le ragazze madri e forniva loro assistenza durante la gravidanza e il parto, lasciandole poi libere di tenere il figlio della colpa o di darlo in adozione. Le giovani, se non lo avevano già, potevano imparare un mestiere e venivano avviate al lavoro. Alcune decidevano di rimanere e di prestare da laiche la loro opera all'interno dell'Istituto, nel quale funzionavano anche un collegio ed una scuola elementare. Non mancavano neppure quelle che dopo aver dato in adozione il figlio, disgustate dal mondo, decidevano di prendere i voti. Né era raro il caso che a qualcuna si provvedesse a trovar marito: un brav'uomo, magari un po' avanti negli anni ma con una buona posizione che, con una modesta offerta di gratitudine all'Istituto, si ritrovava bell'e pronta una famiglia e una collaboratrice esperta nell'economia domestica.
All'epoca della nascita di Brigitte – Ildegarda, alla direzione della Casa di Accoglienza c'era la combattiva suor Elisabetta, che tormentava senza requie tutti i ricchi e riccastri del capoluogo e della provincia riuscendo ad estorcere cospicue donazioni. Si diceva che non disdegnasse neppure di mettere in atto qualche ricattuccio a danno di certi gentiluomini (e gentildonne) la cui prole, impresentabile nella cosiddetta buona società, era ospitata a Monteriga. Un'altra fonte considerevole di beneficenza erano i politici che, avendo sempre qualcosa da nascondere e dovendo ingraziarsi il popolo, non si facevano troppo pregare ad allentare i cordoni della borsa. La dinamica Direttrice era anche dotata di eccellenti doti imprenditoriali e commerciali: l'istituto produceva e vendeva merci e servizi nei settori più disparati. Artigianato di vario genere: sartoria, maglieria, ricamo, ceramiche e persino una piccola legatoria. Prodotti alimentari: biscotti, elisir, sciroppi e digestivi, conserve dolci e salate, tutti provenienti dalla lavorazione dei prodotti dell'orto e del frutteto annessi alla Casa. Assistenza e servizi infermieristici a vecchi e malati.
L'Istituto fu attivo a pieno regime all'incirca fino al 1930. Con la morte precoce della vulcanica suor Elisabetta, avvenuta in quello stesso anno per polmonite, era cominciata la decadenza e tutte le attività furono progressivamente ridimensionate: il numero di madri nubili venne ridotto di anno in anno, la scuola non accettò più nuove iscrizioni e finì per essere chiusa; il collegio funzionò fino a che ai bambini rimasti non fu trovata una adeguata sistemazione. La chiusura definitiva come Casa dell'Ordine avvenne nel 1935. Tutta la documentazione, inscatolata alla rinfusa, finì nelle cantine assieme ad altri svariati oggetti ed arredi. L'edificio venne poi affittato dal Comune di Santa Rita, che lo adibì a colonia estiva per bambini e adolescenti malati di petto; mantenne questa funzione fino alla vigilia della guerra, poi venne nuovamente chiuso e tale rimase per tutto il periodo bellico ed oltre. A metà degli anni '50 l'Ordine, che si trovava in difficoltà economiche, lo vendette ad una società che lo trasformò in una casa di cura per ricchi anziani, funzione che svolge attualmente.
Durante i lavori di ristrutturazione tutti i locali vennero svuotati e ciò che apparteneva alla Sorelle della Madonna del Gelo , se non era in pezzi, fu loro restituito, compresi i vecchi scatoloni pieni di documenti. La Direzione era piuttosto propensa a disfarsi di tutto quel ciarpame, ma suor Giovanna, che oltre alla vocazione religiosa aveva anche quella di storica, si offrì di esaminare quel materiale per verificare se poteva esserci qualcosa di utile. Con legittimo compiacimento raccontò all'ispettrice Andreoli che era riuscita a recuperare diversi oggetti antichi che furono in seguito venduti, con un discreto profitto, ad un noto antiquario. Gran parte dei documenti purtroppo erano andati perduti: umidità, muffa e topi li avevano resi illeggibili, ma con quello che si era salvato suor Giovanna aveva costituito un archivio di raro valore storico e umano. Il lavoro di catalogazione aveva richiesto parecchio tempo e grande pazienza, ma a lei non mancavano né l'uno né l'altra. La sua perseveranza aveva sottratto all'oblio le storie di tante umili esistenze che davvero un bravo storico avrebbe potuto raccontare restituendole alla vita della memoria.
Fra ciò che si era salvato c'erano numerosi fascicoli riguardanti le donne che erano state accolte. Oltre alle generalità, vi erano segnati l'eventuale retta pagata per l'ospitalità (in pochissimi casi), la data di ingresso, il mese di gravidanza in cui si trovavano, la data presunta del parto, quella reale e via via, per tutto il periodo della permanenza, ogni altro genere di informazione informazione che si riteneva di qualche utilità; non ultime le annotazioni sul carattere e sul comportamento. Molte non ce l'avevano fatta e sulla loro scheda erano state annotate la data e la causa della morte, quasi sempre dovuta al parto o alle sue conseguenze, ma anche a malattie della povertà. Sara poté vedere gli elenchi dei nuovi nati; di quelli che non erano riusciti a vedere la luce, che riportavano un'unica data per la nascita e per la morte; di quelli che erano vissuti pochi giorni o pochi anni; dei bambini che frequentavano la scuola e di quelli che vivevano nel collegio. Venivano poi le liste con le presenze annuali delle suore: vi erano annotati il nome secolare, quello scelto per la vita monastica, il luogo e la data della nascita, della vestizione, dell'entrata nella Casa e la mansione che ricoprivano; qua e là, accanto a qualche nome, la data del decesso. Sempre ben catalogati per ogni mese dell'anno c'erano i bilanci dell'Istituto, le entrate della beneficenza con i nomi dei donatori e la cifra elargita; i ricavati delle vendite di tutto ciò che le suore e le ragazze ospiti producevano; le spese affrontate. Accanto a questa documentazione amministrativa c'erano alcune testimonianze della vita privata, lettere, fotografie, diari che erano appartenuti alle monache o alle ospiti. Sara, che era considerata un tipo tosto, si commosse nel vedere quei visi che sembravano chiederle di raccontare la loro storia. Si vergognò di aver mentito e promise a se stessa che avrebbe cercato qualcuno interessato davvero a lavorare su quelle remote testimonianze.
Dopo parecchie ore passate nell'angusto e buio locale che ospitava l'archivio di suor Giovanna, l'ispettrice Sara Andreoli poté riferire al suo superiore quanto segue. Ernestine Müller – di Albrecht e Gerda Huber nata a Düsseldorf il 16 marzo del 1902 – era entrata nella Casa di Accoglienza il giorno 14 settembre del 1919 al secondo mese di gravidanza. Per il suo mantenimento aveva versato una cifra che sarebbe stata sufficiente per diversi anni e disponeva per uso personale di una somma di pari valore. Era accompagnata da una ragazza poco più grande di lei, probabilmente una domestica, che si fermò qualche giorno per accertarsi che non le mancasse nulla. La stessa si presentava regolarmente ogni due settimane portando capi di vestiario per lei e il nascituro, dolciumi, frutta, libri; poi le visite divennero mensili fino a cessare del tutto nell'arco di un anno: al loro posto arrivava con la stessa cadenza un pacco.
Ernestine parlava poco, non perché avesse difficoltà con la lingua – si esprimeva in un italiano corretto e con un accento quasi impercettibile – ma perché era arrogante e superba e guardava dall'alto in basso le altre ospiti, tutte o quasi provenienti da famiglie assai modeste. La gravidanza era stata regolare ed il parto si era svolto senza problemi. La ragazza, che aveva manifestato la volontà di tenere la bambina, rimase per un paio d'anni nella casa, senza svolgere alcuna mansione, come era riportato nel fascicolo a suo nome, perché era un'ospite pagante. Poi all'improvviso e inspiegabilmente manifestò l'intenzione di prendere i voti.
Suor Elisabetta era molto perplessa: Ernestine era quanto di più lontano ci potesse essere dalla fede e dalla devozione, tuttavia fu costretta, per ordini superiori, a dare la sua approvazione. La novizia venne trasferita nel capoluogo, nella sede principale dell'Ordine. Dopo che ebbe confermato i voti le fu concesso di riprendere gli studi che aveva interrotto e andò ad insegnare il tedesco in un istituto religioso nelle Marche. Lasciò Brigitte nel collegio a Monteriga e, in obbedienza alla regola, rinunciò a lei definitivamente. La bambina non venne data in adozione e non rivide più la madre viva. Crebbe come un'orfana, rimase nel collegio fino alla chiusura, quindi trasferita in un altro istituto dell'Ordine. All'età di diciannove anni prese i voti e venne mandata a lavorare in un ricovero per malati incurabili in una località dell'entroterra. Da qui passò poi alla sede principale e, poiché aveva maturato una certa esperienza nell'assistenza sanitaria, frequentò un corso per infermiere e fece il suo tirocinio nell'ospedale del capoluogo, Marchesa Clotilde degli Spigola , dove rimase per qualche anno.
Il suo fascicolo, la cui compilazione aveva avuto inizio con la sua nascita, quando ancora la Casa era attiva, era stato meticolosamente aggiornato nel corso degli anni: in esso erano stati registrati spostamenti, attività, note caratteriali. Attualmente questo ponderoso faldone era ancora custodito nella segreteria della sede principale in attesa della comunicazione ufficiale della polizia; quindi sarebbe stato dichiarato definitivamente chiuso dalla Madre generale dell'Ordine, preso in carico da suor Giovanna e archiviato, andando ad arricchire la già cospicua memoria storica della Congregazione. Era un documento riservato al quale neppure le dirette interessate potevano accedere. La monaca archivista fece un'eccezione per Sara non sapendo che era una poliziotta. Si era fatta consegnare la cartella dalla monaca segretaria con un pretesto ed aveva così potuto acquisire informazioni che diversamente non sarebbero state accessibili.
L'ispettrice, in questo modo, venne a sapere che la madre di suor Ildegarda era morta ancor giovane di leucemia; la figlia non riuscì a vederla viva per l'ultima volta: era arrivata poco prima che la bara fosse sigillata. Prima di morire Ernestine, o meglio suor Lucia, aveva dato disposizione che le fosse recapitata una cassetta di legno chiusa con un lucchetto nella quale, presumibilmente, erano stati conservati oggetti personali e documenti di famiglia. La chiave, che secondo la regola non poteva essere consegnata prima che la Madre Superiora avesse controllato il contenuto, venne data in custodia alla sua accompagnatrice. Costei però, mossa a compassione, le aveva permesso di esaminare per prima quel misero lascito materno: non trovava giusto che mani estranee, ancorché di consorelle, frugassero in quell'estrema ed unica intimità che la madre le aveva concesso. Questo particolare ovviamente non era scritto nel fascicolo, suor Giovanna lo aveva appreso direttamente dalla caritatevole suora molto tempo dopo e disse chiaramente a Sara che approvava in pieno quella innocente trasgressione. Ildegarda aveva così potuto, sempre secondo la testimonianza della sua accompagnatrice, sottrarre una voluminosa busta prima di richiudere quel modesto scrigno.
Il vicequestore aveva letto con grande interesse il rapporto della sua ispettrice che, come al solito, aveva lavorato con intelligenza e sensibilità, ad onta dell'atteggiamento da dura che amava ostentare in ufficio, forse per non farsi mettere i piedi in testa dai colleghi maschi i quali, tuttavia, conoscendola, se ne guardavano bene. Il passato di suor Ildegarda, così come era emerso da quelle carte dimenticate, spiegava e in gran parte giustificava il suo pessimo carattere e il suo dispotico comportamento: questi a loro volta sarebbero stati un valido movente per chi li aveva dovuti subire per tanti anni, a patto però di possedere le physique du rôle. Il particolare della busta era invece un dato concreto, verosimilmente poteva essere proprio ciò che la vittima aveva perso e che aveva cercato dappertutto, con ansia rabbiosa, prima di ricevere la morte in quel modo brutale. Ma si poteva trattare anche di qualcosa che stava dentro quella busta, in ogni caso qualcosa di molto importante. Bisognava trovarlo, ma era come andare alla ricerca del classico ago nel pagliaio. Il proseguimento della lettura però gli riservò altre sorprese.
Nel fascicolo di Ildegarda c'era un'interessante annotazione: quando aveva circa dieci anni aveva cominciato a prendersi cura di una bimba nata da poco, la piccola Luisa, la cui madre era morta di parto; il cognome era riportato come: provvisoriamente S. – quello della madre – segno che si riteneva probabile e prossima l'adozione. Era frequente che i bambini più grandi aiutassero ad accudire i nuovi nati, spiegò suor Giovanna, e non solo per motivi pratici: quelle cure stimolavano la solidarietà e creavano legami affettivi fra quegli sventurati che di amore ne avevano avuto ben poco. Luisa dopo breve tempo, come era previsto, fu data in adozione a una certa famiglia Bisso residente nel capoluogo. Brigitte soffrì molto e non volle più occuparsi di altri bambini, preferì sempre mansioni diverse anche se umili e faticose.
Il destino però le aveva riservato una felice sorpresa: nell'ospedale dove svolgeva il suo lavoro di infermiera aveva incontrato proprio Luisa Bisso, che lavorava come inserviente. La giovane non poteva avere alcun ricordo di lei, era troppo piccola al momento del distacco, ma dopo aver ascoltato la storia si era commossa e le due erano diventate amiche inseparabili, per quanto la condizione monastica lo consentisse. Anche questo era stato diligentemente annotato: Suor Ildegarda ha felicemente ritrovato la piccola Luisa, già ospite della nostra Casa di Accoglienza, della quale si era occupata con grande affetto al momento della sua nascita. È questa una buona cosa che può addolcire il suo carattere spigoloso, ma vigiliamo perché questo affetto non divenga morboso o peggio. Accanto a queste righe il commento della Andreoli recitava con la consueta eleganza: Belin 'ste monache, peggio dei servizi segreti!
Quando venne chiamata ad occuparsi del vecchio Tommaso Maria Del Pilastro, volle Luisa come addetta al turno di notte; insieme lo assistettero per un paio d'anni fino alla sua morte. L'infermo manifestò la sua gratitudine nel modo che sappiamo. La donazione portò a suor Ildegarda lodi e grande considerazione da parte dell'Ordine, come venne puntualmente riportato nelle note personali che la riguardavano: …... con le sue amorevoli cure non solo ha alleviato le sofferenze di un povero malato, ma si è adoperata con l'esempio e le fervide preghiere per ottenere la salvezza della sua anima. Un incallito peccatore è stato così strappato alle fiamme dell'inferno per la maggior gloria del Signore. Quell'anima ora benedetta ha mostrato la sua riconoscenza con la generosa donazione della sua bella dimora affinché diventi un luogo di formazione nel quale i giovani possano attingere ai valori della cultura e della fede cattolica. Tutte le Sorelle la ricorderanno nelle loro preghiere chiedendo al Signore di illuminarla, affinché possa degnamente compiere questa missione. Annotazione di Sara: Minchia! « Ma perché 'sta ragazza deve sempre esprimersi in questo modo! – commentò ad voce alta il vicequestore – oddio non che abbia torto, ma si potrebbe usare un'altra espressione! Forse è colpa mia, sono troppo indulgente!» Questo era vero, in ufficio infatti dicevano che era la sua cocca , forse perché vedeva in lei la figlia che aveva sempre desiderato.
Sulla sua scrivania c'erano altre due missive. La prima era una richiesta di appuntamento, corredata dal biglietto da visita, di un tale Dott. Christian Quattrocchi perito della Società di Sicurtà Vita Serena, il quale sosteneva di avere interessanti informazioni relative all'incendio avvenuto nella notte del 30 maggio al Grand Hotel Mare Nostrum, con particolare riferimento alla signorina Luisa Bisso. Il breve messaggio, che intendeva vellicare la curiosità del destinatario, facendogli balenare la possibilità di rivelazioni esplosive, riuscì invece ad irritare Montessoro che già si figurava che tipo potesse essere quell'occhialuto di nome e forse anche di fatto. Gli conveniva però non fare tanto lo schizzinoso perché questa gente, pur di non pagare, era capace di frugare negli angoli più riposti della vita delle persone non esitando a rivoltare gli escrementi; ascoltandolo poteva risparmiare tempo e fatica. L'altra era una breve informativa dei Carabinieri che gli segnalavano un'intrusione vandalica, avvenuta nella stessa notte, ai danni del Dottor Oreste Ricci ex Notaio. Secondo loro la cosa poteva rivestire un certo interesse per le indagini sull'omicidio della Villa Del Pilastro poiché costui aveva a suo tempo redatto l'atto di donazione della anonima (sic) dimora da parte del conte Tommaso Maria alla Congregazione delle Sorelle della Madonna del Gelo . «Non vorrei che 'sti lavativi mi appioppassero la rogna del furto – pensò Luca – però con quel poco che ho in mano mi sa che mi conviene tenerne conto, è un filo sottile, ma proverò a seguirlo.» Diede disposizioni per fissare un appuntamento per l'indomani col Quattrocchi e per l'invio di un ringraziamento ai Carabinieri, poi finalmente si distese sul divanetto e si concesse una breve dormita prima di andare a cena dal suo amico Stefano Mantero. Quando salì in auto – fresco e sbarbato – provò a ricapitolare le cose che fino a quel momento aveva saputo, e pensò anche alle domande da rivolgere al suo amico. Questi, dal canto suo, aveva meditato sul comportamento da tenere col vecchio compagno di studi. Vero che all'epoca erano stati molto uniti, ma da allora erano passati parecchi anni, col tempo e le circostanze della vita le persone cambiano. Lui stesso era molto diverso da allora e non sapeva che tipo d'uomo potesse essere diventato il ragazzo di un tempo, ora poliziotto per giunta; decise quindi di essere prudente e di lasciare all'altro la prima mossa. Per prima cosa fece trasferire Alberico, che aveva preso qualche giorno di malattia, nell'alloggio di Tògnin con la raccomandazione, o meglio con la minaccia, di non mettere il naso fuori , neppure dalla finestra. Con la collaborazione della Marietta aveva preparato una cena superba nella quale facevano bella mostra di sé, lavorati e al naturale, i suoi prodotti, non ultimo il vino delle sue vigne, bianco e rosso per le diverse portate, nonché una grappa speziata distillata clandestinamente. Su questa in particolare faceva affidamento per sciogliere la lingua del vicequestore che a sua volta, con la stessa intenzione, aveva acquistato un certo cognac, molto costoso, che entrambi prediligevano e che da giovani si erano potuti permettere, in rarissime occasioni, al prezzo di dure rinunce. Fu una bellissima serata, contrassegnata dall'allegra malinconia di tutte le rimpatriate. Gianni te lo ricordi? Ma sì quello che... È entrato in politica, partito di destra! Come tutti rivoluzionari! E Antonio? Non lo sai? Si è fatto prete, ora è missionario in India. Ma va' quel puttaniere! Proprio lui! E quella con le tette grosse, quella che ci chiedeva sempre gli appunti? Ah, la Flavia... è morta di un tumore. E allora giù un sorso di grappa o di cognac e finta di niente, fino a che uno dei due riprendeva: T i ricordi quello scherzo a Giovanni Rossi? Siiiì! Piacere Rossi Giovanni laureando, e non si laureava mai! Aveva almeno quarant'anni e pare anche una moglie che lo manteneva. Certo che eravamo due stronzi! E allora giù a ridere, ma con una nota stonata che ciascuno avvertiva in se stesso e nell'altro. Dopo le rievocazioni goliardiche, il conteggio dei vivi e dei morti, dei successi e dei fallimenti – altrui – arrivò il momento di incamminarsi lungo il viale delle rimembranze e dei rimpianti, come lo definì Stefano, altrimenti detto E tu cosa hai fatto da allora? Davanti ad una torta alle nocciole, cavallo di battaglia di Marietta, e ad un bicchiere di frizzantino delle premiate cantine Mantero, Luca integrò lo scarno racconto della sua vita che aveva abbozzato nel momento in cui si erano ritrovati. La decisione di cambiare facoltà era stata presa nel momento in cui suo padre si era ammalato, un cancro devastante che se lo era portato via in poco più di un mese. «Sai, la solita storia: io non ero il figlio che avrebbe voluto, lui non era il padre che avrei scelto. Aveva sempre sperato che diventassi avvocato, ma non di quelli delle cause perse , come diceva con un tono di disprezzo che mi mandava in bestia, di quelli che fanno i soldi.» La madre aveva tentato di dissuaderlo, sapeva che studiare lingue era sempre stato il suo sogno. Voleva fare l'interprete, girare il mondo, ma anche tradurre le grandi opere della letteratura. Quando era ancora al liceo aveva cominciato a lavorare ad una versione in inglese dell'Orlando Furioso, in rima naturalmente. « Senso di colpa o desiderio di farmi apprezzare, forse entrambe le cose. Ero riuscito a farmi convalidare qualche esame già sostenuto e mi ero buttato a studiare come un pazzo per darne almeno un paio prima che morisse; alla vista del libretto con due bei trenta e lode mi aveva detto che era molto soddisfatto perché finalmente avevo messo la testa a posto e poteva morire in pace. Con la sua morte le nostre condizioni economiche erano precipitate, avevo due fratelli che andavano ancora a scuola, la pensione non bastava. Mia madre, che non aveva mai lavorato perché lui glielo aveva sempre impedito, aveva riesumato il suo diploma di maestra ed era stata assunta in una scuola privata. Io studiavo e facevo lavoretti saltuari. Il concorso in polizia subito dopo la laurea era stato una vera benedizione, i miei fratelli avevano finito il liceo e mia madre voleva che anche loro avessero l'opportunità di proseguire gli studi. Ho fatto la gavetta in città dando una mano alla famiglia; quando anche i piccoli, come li chiamava mia madre, erano a posto ho accettato il trasferimento nel Veneto, avanzamento di grado e di stipendio. Avevo scelto questo mestiere per necessità, ma poi mi ci sono appassionato. Ho fatto anche carriera come vedi. Se penso a quello che dicevamo dei poliziotti da ragazzi! È proprio vero: nell'acqua che non si vuol bere ci si annega , come diceva mia nonna.. Ora tocca a te, poi ti dirò il resto, non c'è rimasto molto, ma ho la gola secca.» «Da dove vuoi che cominci?» chiese Stefano.
«Non proprio ab ovo – ironizzò Luca che non aveva dimenticato i suoi studi classici – ma usque ad mala sì!»
«Allora cominciamo dalle mele, ma anche dalle pere e da tutti gli altri prodotti che coltivo!»
Erano passati diversi anni da che Stefano aveva abbandonato la carriera universitaria per ritirarsi nella dimora dei suoi avi a fare il contadino e non se ne era pentito. La decisione era stata presa all'improvviso. Una mattina, mentre si preparava ad entrare in aula per una lezione, aveva avuto un leggero malore: un capogiro accompagnato da un senso di soffocamento e da un'improvvisa sudorazione, come quando si è in preda ad una crisi di claustrofobia, una patologia della quale peraltro non aveva mai sofferto. In quel preciso momento aveva pensato: questa è l'ultima volta. E così era stato, dopo aver portato a termine tutti gli impegni restanti aveva rassegnato le sue dimissioni. Era stato un impulso al quale non aveva saputo resistere, accompagnato da un'oscura sensazione di paura; lo aveva percepito come una sorta di possessione, come se qualcuno dall'interno avesse deciso per lui.
«Il mio lavoro mi piaceva e avevo sgobbato duramente per arrivarci, ero il più giovane professore ordinario della Facoltà e, posso dirlo senza falsa modestia, molto stimato anche all'estero. Le mie pubblicazioni sul teatro di Shakespeare sono sempre citate; ancora oggi ricevo inviti da varie università anche da fuori Europa: qualche volta accetto, ma solo se la proposta mi interessa veramente. Il mio gesto, inutile dirlo, aveva colto tutti di sorpresa e all'epoca erano circolate le voci più strane: un matrimonio in Inghilterra, perché si sapeva che era un po' la mia seconda patria, una malattia in fase terminale, perfino una cacciata per indegnità benevolmente occultata sotto le dimissioni volontarie, come andava insinuando un caro collega.
Io stesso credevo di essere malato e mi ero sottoposto a tutti i controlli possibili: l'unico specialista che non avevo consultato era il ginecologo. Ero sano come un pesce e non solo, non mi ero mai sentito meglio, come se mi fossi scrollato un gran peso dal gobbo. Stando così le cose, non dovevo più tormentarmi con domande alle quali non sapevo rispondere: potevo cominciare ad organizzare la mia nuova vita. Questa era sempre rimasta la mia casa, quindi non dovevo cambiare abitudini; dopo essermi liberato del piccolo studio che avevo affittato vicino alla Facoltà ero pronto per fondare la mia azienda agricola, insomma a fare il contadino per parlare come le persone normali.»
Stefano, con l'aiuto di Tògnin, di Marietta e di qualche stagionale, aveva sempre mantenuto in ordine le fasce, l'uliveto e le due piccole vigne che aveva ricevuto in eredità dai suoi genitori. Aveva provveduto anche alla costante manutenzione della stalla, del fienile, del pollaio, dell'attrezzatura. Il lavoro lo conosceva, lo aveva praticato fin da bambino col padre, e anche in seguito vi si era dedicato nelle ore libere. Ora lo avrebbe fatto a tempo pieno. La sua azienda agricola, come la chiamava con un tono fra il serio e il faceto, in breve tempo prosperò consentendogli di far fronte alle modeste esigenze che il suo stile di vita comportava. Non aveva abbandonato del tutto il suo lavoro intellettuale: come aveva detto a Luca, accettava sporadicamente l'invito di qualche ateneo in patria e all'estero. Aveva pubblicato molti articoli e qualche libro, ma soprattutto teneva una capillare corrispondenza con diversi studiosi shakespeariani di fama mondiale; anche qui nei bricchi è arrivato internet, aveva risposto a Luca che gli domandava se aveva la connessione per poter ricevere messaggi dall'ufficio.
E se Stefano non andava all'università, l'università andava da Stefano, nella persona dei suoi studenti che dopo la sua fuga salivano sistematicamente in collina per chiedergli consiglio, per sottoporgli quesiti, per discutere con lui e, non di rado, per chiedergli di tornare. Quando era tempo di esami se ne trovavano sparpagliati in giro sotto gli ulivi e nelle vigne a ripetere a voce alta la lezione come scolaretti. La Marietta arrivava con la merenda e si faceva raccontare la storia di quel bastardo di Jago e di quella poveretta che aveva lo stesso nome del bignè gigante della pasticceria Otello, che chissà perché le avevano dato il nome di quell'assassino. Al che, immancabilmente, Stefano rispondeva: «Perché i dolci sono veleno, specie per te che hai la glicemia alta!» La tradizione delle visite studentesche continuò anche quando i ragazzi che avevano conosciuto il professor Mantero si furono tutti laureati e più d'uno era divenuto professore a sua volta. La voce si era sparsa: gli anziani portavano le matricole, le quali al secondo anno si sentivano in dovere di presentare un nuovo adepto. Si costituì così l'Accademia Agreste del Bardo Guglielmo, come la definì un giorno una ragazza, e da allora quello fu il suo nome; inutile dire che il presidente ne era sommamente orgoglioso.
Come Stefano aveva detto a Luca, quando lo aveva rivisto dopo tanti anni davanti alla villa del delitto, ci sarebbe voluta una nottata per raccontare tutta la sua storia. Infatti erano quasi le tre del mattino e ne aveva evocata solo una parte, quando la parola passò nuovamente al vicequestore che concluse sinteticamente la storia del suo matrimonio, del divorzio e del ritorno alla città natale. Solo, lontano da casa e dalla famiglia, aveva scelto troppo in fretta. Era già oltre i quaranta e, poiché desiderava avere dei figli, non voleva diventare un padre vecchio e rischiare di non capirli. Lei era un bel po' più giovane, giornalista in una piccola televisione locale, carina, vivace, ambiziosa; l'aveva conosciuta in occasione di uno spaventoso fatto di sangue a proposito del quale lo aveva intervistato. «Cosa ridi! Il mio lavoro non offre molte occasioni romantiche, io l'amore l'ho trovato proprio così, grazie a un disgraziato che aveva sterminato la famiglia...»
Si fermò perché si era reso conto, dallo sguardo beffardo di Stefano, della belinata che aveva detto. «Vai a cagare! Hai capito cosa volevo dire! Sono stanco morto, ho bevuto troppo e mangiato di più!»
I primi tempi erano stati molto felici, a parte il fatto che alla sua richiesta di fare un figlio lei trovava sempre qualche scusa per rimandare. Poi, dal momento che era davvero brava, venne notata da una televisione a diffusione nazionale che la chiamò a lavorare a Milano. In un primo momento la lontananza aveva dato una sferzata positiva al loro rapporto: lunghe telefonate come fidanzatini, persino delle lettere come quelle dei tempi andati, prima dell'avvento della posta elettronica e cellulare. Lei però insisteva perché si facesse trasferire anche lui a Milano, ma non era così semplice, le esigenze di servizio per il momento non lo consentivano. Forse per ripicca cominciò a saltare qualche domenica, giorno del suo ritorno a casa; quando allora lui le proponeva di andare a trovarla inventava delle scuse: che sarebbe stata fuori tutto il giorno per lavoro, che non valeva la pena fare un viaggio per vedersi solo poche ore.
«Hai capito, aveva trovato un altro, anche lui sposato però. Il matrimonio si trascinava solo perché mia moglie aspettava che lui ottenesse il divorzio per dirmelo. Sapevo di essere becco e tacevo, forse speravo che lei ci ripensasse o che quello non lasciasse la famiglia. Alla fine trasferimento a Roma, televisione pubblica di cui il suo amico era un pezzo grosso, e fine della storia. Ora è sposata con questo tizio: ha cercato, inutilmente e con ogni mezzo di avere un figlio per non essere da meno della prima moglie che gliene ha dati tre. Vedi la sorte!»
Qualche anno dopo era arrivata la promozione a vicequestore per meriti speciali, una bella soddisfazione e nessuno con cui condividerla. Sua madre era morta da anni e i suoi fratelli si erano costruiti la loro vita lontano, uno negli Stati Uniti, l'altro nientemeno che in Giappone, ma almeno lui era tornato a casa sua. Una storia merdosa come tante altre fu il suo amaro commento finale.
Stefano aveva ascoltato in silenzio, le confessioni intime, proprie e altrui, lo mettevano a disagio; era capace di parlare per ore sugli argomenti più disparati, senza pregiudizi o tabù, ma sulle questioni personali era sempre molto reticente: anche quella sera, di sé come uomo, non aveva detto nulla. Luca sarebbe stato pronto a ricevere le sue confidenze con umana simpatia, anche perché era chiaro che neppure l'amico aveva, almeno al momento, una vita affettiva soddisfacente, ma non lo sollecitò in tal senso. Aveva fretta di concludere, era molto tardi, o presto se si guardava l'ora dal nuovo giorno; prima di andar via voleva sapere qualcosa di utile per le sue maledette indagini: sbirro era e sbirro rimaneva, a dispetto delle malinconiche rievocazioni sul viale delle rimembranze e dei rimpianti.
Gralli
