TRE

«Allora Mario, cosa devi dire a queste signore?» Stefano si era rivolto al prete come era sempre solito fare, chiamandolo per nome e dandogli del tu anche se era ben più vecchio di lui e lo conosceva appena. Simili insolenze facevano parte del suo carattere contraddittorio, ma stranamente chi le subiva pareva non considerarle tali.
Il parroco spiegò alle madri e alle insegnanti in ansia che avrebbe messo a disposizione i locali dell'oratorio affinché le lezioni potessero proseguire regolarmente fino a che la Villa fosse stata nuovamente agibile. Con un cenno della mano Stefano fece cessare i mormorii di approvazione:
«Ora che la vostra scuoletta è salva – esclamò con un sorrisetto antipatico – le mamme possono tornare a casa a preparare il pranzo e le dotte signore qui presenti – e si inchinò verso il corpo docente – potranno seguire Mario in parrocchia per sistemare le nuove aule.» Poi, fermando una delle insegnanti: «Lei, signora maestra che scrive bene!»
«Professoressa, prego!» rispose quella piccata.
E Stefano: «Ah, lei è professoressa e prega, io non sono più professore e non ho pregato mai. Comunque, se sa scrivere prepari un bell'avviso e lo affigga al cancello per informare gli assenti della nuova sistemazione – e ripeté – della scuoletta. »
Ora che la folla si era notevolmente diradata Stefano si diresse verso il gruppetto delle altre suore che se ne stavano strette in una rientranza del muro di cinta, dove una volta c'era una scultura, spaurite come taccole assediate dal gatto.
«Coraggio ragazze, ora ci sono qua io!»
«Oh professor Stefano, grazie! È il Signore che la manda!»
Stefano rise: «Veramente è stata la Marietta che mi ha raccontato tutto, ma cosa ha combinato la Mònega de Færo per essere stata punita in quel modo dalla Madonna? Chissà che peccataccio ha fatto!»
«Oh, professore lei ha sempre voglia di scherzare, ma noi ci siamo tanto spaventate! Un assassino nella nostra povera casa, ci pensa? E l'ho trovata io la povera Madre! Me la sognerò di notte chissà per quanto tempo!» esclamò suor Giustina.
«Giustina, ragazza mia, i poveri sono altri, dovresti saperlo, non la vostra casa e neppure la buonanima! La mònega te la sognerai di notte ma almeno di giorno vi lascerà in pace, lo sanno tutti come vi trattava!», rispose Stefano ammiccando verso suor Giuseppina che gli restituì lo stesso segno di intesa.
Poi le invitò a venir fuori dal buco perché avrebbe parlato lui con il vicequestore per farle rientrare il più presto possibile nella loro povera casa : sì, perché si erano rifiutate di passare il resto della notte nella villa, sia pure nella zona lontana dalla scena del delitto che la polizia aveva consentito. Erano state accolte dall'ospitale don Mario, incaricato dall'Ordine in quanto loro confessore, di soccorrerle in quel delicato frangente. Tutte, tranne suor Serafina che, non avendo superato l'età sinodale, aveva trovato ricetto presso la sorella nubile del parroco che abitava poco lontano dalla chiesa.
Luca congedò la sua squadra dicendo che sarebbe tornato in questura con la propria auto. Dal momento che i rilievi scientifici erano stati completati, ruppe il sigillo che sbarrava il cancello ed entrò seguito da Stefano e dalle suore: suor Giustina e suor Giuseppina, che tenevano per mano rispettivamente suor Margherita e suor Antonia, e suor Serafina che chiudeva la fila. Mentre queste si davano da fare per sistemare le loro camere da letto in altri locali, mai e poi mai avrebbero dormito là, Luca e Stefano entrarono nella stanza del delitto.
Il vice questore illustrava le sue perplessità: innanzi tutto, a quanto sembrava, nessun estraneo era entrato nella villa. Il giorno precedente la notte dell'omicidio era domenica, la scuola era chiusa e lo era anche il sabato: era poco credibile pensare che qualcuno fosse entrato non visto il venerdì e, dopo essere rimasto nascosto due giorni, fosse saltato fuori la domenica notte per ammazzare la suora. In ogni caso, secondo quanto aveva appreso, l'organizzazione dell'orario scolastico era tale che anche nei giorni feriali nessuno avrebbe potuto introdursi di nascosto all'interno.
I ragazzi della scuola media entravano cinque minuti prima delle otto e percorrevano da soli la scalinata per recarsi alla loro aula. I bambini della scuola elementare facevano il loro ingresso alle otto e un quarto, i genitori li lasciavano al cancello presso il quale c'era sempre una suora di sorveglianza; le maestre li aspettavano sotto l'ampia pensilina collocata sul lato destro dell'edificio e quando presumevano che ci fossero tutti salivano. I piccoli dell'asilo avevano un orario flessibile, dalle otto e trenta alle nove e trenta; anche in questo caso i genitori li lasciavano al cancello, suor Giustina o suor Giuseppina a turno controllavano che entrassero nel grande salone delle feste, situato al pian terreno sul lato sinistro dell'edificio, dove un tempo c'era la rimessa delle carrozze; qui li attendeva suor Serafina che li intratteneva fino alle nove e trenta, ora in cui salivano al piano superiore; dopo di che il cancello veniva chiuso e per entrare bisognava suonare il campanello e farsi riconoscere al video–citofono. Le finestre del pianterreno e del primo piano erano munite di solide sbarre, quelle del secondo di un efficiente sistema di allarme.
Dal lunedì al venerdì, dalle dieci della sera fino alle sei del mattino, il pensionato Orlando Garrone, ex vigile urbano che soffriva di insonnia, prestava servizio di vigilanza. Il sabato e la domenica sera lo sostituiva il suo cane Diablo , un pastore tedesco dall'aspetto terrificante, ma buono come il pane, il quale aveva un udito e un fiuto straordinari, il sonno leggerissimo e detestava essere svegliato, per cui al minimo fruscio abbaiava e ringhiava facendo uno schiamazzo d'inferno: più fumo che arrosto diceva Orlando, ma sufficiente a intimorire un malintenzionato. Tutte queste considerazioni conducevano ad una inquietante conclusione: che l'assassino fosse qualcuno della villa. «Se cerchi un movente – disse Stefano – tutti, me compreso, ne avevano uno. La buonanima, si fa per dire, era una vera carogna, parlandone da viva s'intende, perché da morta, per fortuna, non è più in grado di nuocere. Nessuno le teneva testa, solo Diablo e il sottoscritto. Il cane non la poteva soffrire, le ringhiava contro appena la sentiva arrivare anche senza vederla e, non ridere, con una smorfia di disgusto canino.» Luca invece rise e invitò Stefano a continuare.
Se la chiamavano la Mònega de Færo una ragione c'era: si credeva seconda solo a Dio; ma forse, nel suo intimo, neppure. Era sui novanta, anno più anno meno, e oltre al carattere aveva anche la salute di ferro e una mente lucidissima. I suoi ordini non si discutevano, se sbagliava non ammetteva mai il torto. Non si era mai rivolta a quelle povere suore con una parola gentile, né le aveva mai lodate per un lavoro ben fatto: se facevano bene non era che il loro dovere, ma se sbagliavano venivano umiliate con gelido disprezzo. La progressiva decadenza della scuola, poi, non aveva certo contribuito a migliorarle il carattere. Nell'età dell'oro dell'Istituto si compiaceva, con snobismo ridicolo, di aver a che fare con persone di ceto elevato; era talmente tronfia quando qualcuno le porgeva ossequio da sembrare una caricatura. Non aveva nessuna competenza pedagogica, ma pretendeva di scegliere personalmente le insegnanti senza consultare nessuno; essere di indole remissiva e buone cattoliche garantiva il punteggio massimo e l'assunzione certa.
Parecchi anni prima era stata costretta, da una persona alla quale non poteva dire di no, ad assumere un giovane insegnante di latino – allora nell'istituto funzionava anche una sezione di liceo classico – perché facesse un periodo di tirocinio. Era un giovane intelligente, di buona cultura, portato per l'insegnamento, ma di spirito indipendente. Resistette solo un mese. Quando se ne andò salutò la Madre Superiora, in presenza della scolaresca e dei genitori, insultandola nella lingua di Cicerone; le porse poi un foglio che riportava il testo scritto del suo commiato perché data la sua crassa ignoranza doveva farselo tradurre per apprezzarne il significato. Questo giovane in seguito fece la carriera che le sue capacità meritavano, affrancandosi dalle pastoie catto–clericali della sua famiglia.
«È stato il mio professore di latino all'università – ricordò Stefano – quando tu non c'eri già più. Appena seppe da dove venivo mi raccontò l'episodio con orgoglio e grande ironia, era stato tentato di inserirlo nel suo curriculum, aveva concluso ridendo. Il declassamento della scuola è stato un duro colpo per la sua spocchia. Con i genitori di basso ceto, come l'ho sentita dire più di una volta, aveva un atteggiamento sdegnoso e mellifluo nello stesso tempo: li disprezzava, ma non poteva fare a meno di loro per la sopravvivenza della scuola che, come avrai visto, è comunque in via di estinzione.»
«E tu come le tenevi testa?» chiese Luca. «La mandavo a cagare semplicemente, qualunque cosa dicesse; qualche volta aggiungevo: beato l'uomo o la donna che non ti hanno voluta, questa cosa in particolare la faceva sbiancare di rabbia, più che l'insulto volgare o il tu arrogante. Anche di me non poteva fare a meno, i negozianti della zona non volevano più servirla, comprava a credito, pagava con grande ritardo e spesso negava di aver acquistato alcune cose.»
Il vicequestore, per puro scrupolo professionale, passò in rassegna tutti i potenziali assassini presenti quella notte alla villa. Escluse Diablo , anche se forse il suo bel movente poteva averlo avuto pure lui, da quanto gli aveva raccontato Stefano. Se tutti potevano avere un giustificato motivo per uccidere, pochi avrebbero avuto la forza di sollevare la statua di bronzo e calarla sulla testa della vittima; non certo le due vecchie suore ormai svanite, né Suor Giustina, dall'età indefinibile, col suo fisico da anoressica; il custode forse, anziano ma robusto; suor Serafina era giovane e di corporatura massiccia, ma non al punto di riuscire a sollevare quella pesante, insolita arma; ma soprattutto, e queste cose lui le capiva al volo, mancava della determinazione necessaria all'atto criminoso; restava suor Giuseppina che i requisiti, secondo lui, li aveva tutti – età non troppo avanzata, determinazione, braccia nerborute – ma non ne era troppo convinto. Fra sé aveva anche pensato all'eventualità che fosse stato il suo amico. Aveva ammesso di avere un movente, anche se non specificato, il cane lo conosceva e lo avrebbe fatto passare; per dovere professionale non poteva escludere nessuno.
La conclusione a voce alta fu: «Questo caso assomiglia ad uno di quei gialli alla Agatha Christie o alla Sherlock Holmes, la soluzione sembra impossibile a meno di invocare un agente soprannaturale. Ma certo! È stata la Madonna che ha voluto punire una sorella indegna dell'Ordine che porta il suo nome.» «Però sarebbe difficile incriminarla – obiettò Stefano – e neppure come miracolo otterrebbe il favore popolare.» Le Madonne appaiono nelle grotte ai pastorelli, piangono lacrime di varia composizione chimica ma, così come non sorridono mai, neppure si buttano a capofitto sulla testa di chi ha gravemente peccato.
All'elenco del poliziotto mancava però un elemento, Alberico, di cui Stefano non aveva ancora parlato perché prima voleva farsi dire direttamente da lui, se ne fosse stato in grado, cosa era successo. E poi, perché avrebbe dovuto? Non lavorava mica per la polizia. Intanto era passato mezzogiorno, la chiusura del mercato era prossima, Stefano doveva andare a rilevare Tògnin ed era ormai ansioso di tornare a casa per avere notizie dell'amico che aveva affidato, dormiente, alla custodia di Marietta. Rinnovò a Luca l'invito a cena e lo lasciò mentre guardava sul suo computer portatile le foto scattate sulla scena del delitto.
Anche queste davano al poliziotto non pochi motivi di perplessità: nel quadro d'insieme c'era qualcosa che non tornava, ma non avrebbe saputo dire cosa. Aveva la sensazione che in quella stanza si nascondessero indizi che individuati sarebbero stati rivelatori. Bisognava guardare operando una sorta di straniamento per non farsi fuorviare dalle apparenze, come si fa con quelle immagini dove si devono trovare oggetti nascosti abilmente mimetizzati dal disegnatore. Bisognava liberarsi dai pregiudizi del mestiere. Mentre rifletteva, suor Giuseppina bussò alla porta: era venuta a domandare se il vice questore avrebbe gradito mangiare un boccone con loro. Accettò volentieri sia perché aveva ormai un certo appetito e le suore hanno fama di essere buone cuoche, sia perché confidava che l'atmosfera rilassata del momento conviviale le avrebbe indotte, magari inconsapevolmente, a rivelare qualcosa di significativo.
Al mercato Stefano aveva trovato Tògnin che già sgomberava il banco con la cura meticolosa che metteva in tutto quel che faceva; appena lo vide arrivare gli mostrò i bigliettini degli acquisti e gli incassi. Anita confermò che era andato tutto bene, lo aveva aiutato con le pesate e i clienti come al solito avevano collaborato perché Tògnin era simpatico e tutti gli volevano bene; i prodotti di Stefano poi non avevano eguali e valeva la pena di praticare un po' di self service . La sua vicina di banco riferì inoltre che non c'erano state chiamate dall' Ancora e concluse con l'ennesimo invito a Stefano a comprarsi un cellulare, voltandogli subito le spalle per non vedere il solito gesto di risposta. Entrato in casa trovò la tavola apparecchiata e il pranzo in caldo per sé e Tògnin. Alberico, fresco e riposato, divorava di gusto un piatto di spaghetti al ragù insieme alla Marietta che quanto ad appetito non sfigurava con nessuno.
Questa, appena ebbero finito di mangiare, fece un cenno a Stefano che la seguì in cucina; mentre gli altri due bevevano il caffè; gli raccontò che Alberico si era svegliato verso le undici, stava bene ed era tranquillo, solo un po' disorientato perché non ricordava come fosse capitato lì. «A parte questo c'è con la testa – commentò – abbiamo parlato tranquillamente, sembra normale. Mi ha anche detto che fortunatamente oggi è il suo giorno libero a scuola, altrimenti sarebbe stato assente ingiustificato. Ho messo da parte i vestiti che aveva ieri sera, non li ho lavati perché magari da quelli si capisce qualcosa.» Lei sapeva sempre qual era la cosa giusta da fare, pensò Stefano. Finito il pranzo, Tògnin se ne andò al suo alloggio sopra il garage per il consueto pisolino dopo il quale avrebbe sbrigato le faccende che gli competevano. Marietta, rigovernata la cucina, tornò a casa sua.
Rimasti soli, Alberico e Stefano andarono a sedersi sulla veranda. Questi raccontò dei tre crimini che si erano consumati la notte precedente con tutti i particolari, quelli riferiti dalla Marietta e quelli da lui stesso appresi la mattina sul posto; per il momento però preferì non dirgli che era stato visto in tutti e tre i luoghi dei delitti. Alberico non sapeva nulla di ciò che era accaduto durante la notte, l'ultima cosa che era in grado di riferire era la sua uscita, ad un'ora imprecisata della sera, per buttare la spazzatura. Ricordava ancora di aver sentito squillare il cellulare – dal quale non si separava mai – ma non chi lo avesse chiamato né tanto meno la propria risposta. Non si era reso conto di quel che aveva fatto né tanto meno del perché.
Esaminarono gli abiti che indossava: un completo di frescolana e una camicia di lino, stazzonati e macchiati di sostanze indefinibili. In una tasca della giacca c'era il telefonino dal quale risultava effettivamente una chiamata, da un numero sconosciuto di un altro cellulare, alle ventuno e quaranta. Una chiamata che aveva ricevuto una risposta e una conversazione che era durata circa sei minuti. Nell'altra tasca c'era un tubetto che Alberico fece sparire furtivamente, si trattava di psicofarmaci ai quali ricorreva nei momenti di crisi – ultimamente sempre più spesso – senza controllo medico, forniti da un farmacista compiacente. Non voleva che l'amico li vedesse, temeva la sua reazione tanto più in quella circostanza: era assai probabile che fossero quelli la causa della sua amnesia. Anche se apparentemente stava bene, Stefano gli consigliò di farsi vedere da un dottore e di prendersi qualche giorno di riposo invitandolo a fermarsi da lui.
Nel frattempo, nella piccola cucina della Villa Del Pilastro , quella che all'epoca aveva fatto parte dell'alloggio separato del vecchio Tommaso Maria, si svolgeva il desinare che le suore avevano offerto al vicequestore. Un pranzo semplice ma gustoso, che confermava le abilità culinarie delle monache. Guardandole a tavola aveva provato una grande compassione per quelle cinque donne, così diverse fra loro per età e carattere, ma accomunate dallo stesso inconsapevole timore di vivere che aveva preso le sembianze della chiamata del Signore, la vocazione appunto, nella quale avevano trovato rifugio e protezione sia pure a prezzo della libertà fisica e di pensiero. Gli sarebbe piaciuto conoscere la storia di ciascuna di loro, capire i motivi della loro scelta, sapere come avevano vissuto fino a quel momento, prima che eventi casuali e concatenati le portassero a condividere il pranzo con un poliziotto. La loro esistenza monotona e scialba, ma protetta, era stata scossa dall'intervento dall'intervento brutale della vita che non di rado si manifesta attraverso il morso maligno della morte. Nei loro discorsi e nelle loro preghiere ricorrevano di continuo i termini peccati e peccatori, ma erano solo parole che le formule sacre svuotavano, come per un incantesimo, del loro significato nefasto. Peccati e peccatori veri se ne stavano fuori, oltre il muro di cinta della loro bella dimora, ma questa volta uno di essi aveva varcato il cancello e nessuna pia invocazione lo aveva potuto fermare.
Da ateo naturale ed integrale, come egli stesso si definiva, aveva sempre considerato con una certa supponenza coloro che abdicavano al pensiero razionale per sostituirlo con una fede in credenze magiche. Poi, col passare degli anni e con la caduta progressiva delle baldanzose illusioni giovanili di onnipotenza, la fragilità della condizione umana gli si era rivelata nella sua miseria e nel suo splendore. I primi colpi non erano tardati ad arrivare, il suo mestiere lo aveva portato a contatto con le abiezioni più sordide e con gli slanci più disinteressati, con il dolore più straziante e con la speranza più tenace, con la vigliaccheria più meschina e con il coraggio più generoso. Il senso della propria e altrui finitezza, la consapevolezza di essere in balia delle contingenze casuali tuttavia non lo avevano gettato in ginocchio a chiedere protezione e aiuto ad un Padre Celeste. Si era sentito invece finalmente adulto e padrone di se stesso: nella sua dignità razionale, nel suo pensiero libero, consapevole dei propri limiti, ma non rassegnato. Contemporaneamente era maturata in lui l'indulgenza e la commiserazione per i suoi simili, soprattutto per quelli che, come bambini cresciuti, avevano ancora bisogno dell'abbraccio protettivo dei genitori e lo cercavano nella preghiera e nella fede. Ringraziava la sorte, i cattivi esempi di fedeli di ogni credo, e qualche buona lettura che lo avevano preservato dal cadere in una simile trappola. Implacabile e sferzante sempre di più era invece il suo disprezzo per coloro che facevano della religione uno strumento di potere e di affermazione sociale, che vi aderivano per far carriera o per conformismo. Andava fiero del soprannome Staffilapreti che i colleghi gli avevano affibbiato.
Le suore – in virtù di un certo vinello rosato, leggero e frizzante – erano diventate loquaci. Suor Giuseppina, come il prestigiatore che fa balzare il coniglio fuori dal cilindro, aveva estratto quella bottiglia da un cestone che stava sopra il suo armadio. Era un regalo segreto di Stefano, doveva servire per un'occasione speciale e quella lo era anche se nessuna di loro lo avrebbe mai confessato, neppure a se stessa: si brindava alla ritrovata libertà.
La solitamente cerea suor Giustina aveva le guance rosse e gli occhi brillanti. Suor Serafina, seduta col busto eretto, discorreva compunta dispensando ovvietà e luoghi comuni e non aveva più lo sguardo da cane bastonato di chi è abituato a sentire solo rimproveri. Le povere dementi, proprio come due bambine, guardavano di sottecchi Luca e ridevano sussurrandosi all'orecchio chissà quali segreti. Solo suor Giuseppina era sempre la stessa, tranquilla e sicura di sé. Anche lei aveva subìto la stupida tirannia di suor Ildegarda, ma contrariamente alle altre non aveva permesso che la umiliasse: obbediva senza inchinarsi e quando l'ordine si rivelava sbagliato o inopportuno aveva il coraggio, senza dire una parola, di guardare dritto negli occhi la Superiora che, più di una volta, era stata costretta ad abbassare i suoi. Sì, pensò Luca, questa donna sarebbe in grado di uccidere, ma anche di difendersi senza ricorrere a una tale misura estrema. Suor Giustina, esile ed esangue, era forse capace di muti, pazienti rancori, ma la sua fragilità fisica la collocava piuttosto nella categoria delle avvelenatrici. Suor Margherita e suor Antonia, volate via in un mondo fantastico, avrebbero potuto insieme aver ucciso la strega cattiva? Chissà. Invece suor Serafina era proprio da escludere, facile da sottomettere e da umiliare, ma incapace d'odio e soprattutto priva di immaginazione come la sua conversazione, anche sotto l'effetto alcolico, aveva rivelato. Luca si scosse, il vinello di Stefano aveva dato alla testa anche a lui e si era abbandonato a fantasticherie non degne di un razionale investigatore quale era.
A parte questa momentanea debolezza – indotta dal vino, dalla circostanza, dall'inconsueta compagnia – Luca sbirro era e sbirro rimaneva, anche nei momenti più teneri e privati, cosa di cui lo aveva accusato spesso la ex moglie e che lui, sia pure a malincuore, doveva ammettere. In questo caso si era rilassato e aveva, se non deposto, almeno sbottonato la veste del poliziotto: mostrandosi amichevole e protettivo aveva cercato di carpire qualche utile informazione. La giornata e la sera precedente al delitto erano state così ricostruite, fra una chiacchiera e l'altra, senza che le interrogate si fossero accorte di essere tali.
In generale non si poteva certo dire che i giorni festivi fossero particolarmente eccitanti per le monache: la messa, una breve passeggiata sul Lungomare e al ritorno una puntatina alla rinomata pasticceria Otello per il peccato di gola settimanale concesso dalla Superiora, una Desdemona a testa, il rinomato chou della casa farcito di panna profumata alla cannella, grande il doppio di quelli normali. Poi il gruppetto se ne tornava a casa, sempre alla stessa ora, precisa al minuto secondo. Questo il quadretto che gli venne descritto in seguito da Stefano: suor Ildegarda, in testa, procedeva col mento sollevato tenendo il pacchetto leggermente in avanti come se porgesse il cuscino che regge la corona; dopo di lei in processione suor Margherita e suor Antonia per mano, poi suor Giustina e suor Giuseppina che le sorvegliavano da dietro, perché ogni tanto tentavano di scappare e, come sempre, a serrare la fila, suor Serafina. Una volta a casa la Madre Superiora si chiudeva nel suo studio e non ne usciva fino al momento di andare a tavola; del pranzo si occupavano a turno due delle altre suore, la terza doveva sorvegliare le bimbe, come le chiamava suor Giuseppina. Non era un compito facile perché la malattia le aveva rese dispettose e astute, ma soprattutto pericolose per se stesse e per gli altri.
Erano sorelle e probabilmente il loro male aveva un'origine genetica. Non erano molto più giovani di suor Ildegarda: quando suor Giustina era arrivata, trent'anni prima, avevano già raggiunto la mezza età. Suor Margherita era stata una raffinata musicista, suonava più di uno strumento e componeva; ai tempi d'oro della scuola teneva corsi di pianoforte, molto redditizi per le casse dell'Istituto, ai quali partecipavano anche allievi esterni. Lei e la sua due volte sorella Antonia – che era una sensibile artista, una brava insegnante di disegno e organizzatrice a sua volta di corsi molto frequentati – erano le sole ad avere un'autentica competenza professionale e pedagogica. Luca fu condotto a vedere gli strumenti musicali che erano appartenuti a suor Margherita quando ancora era in grado di dar loro la voce. Un pianoforte a mezza coda ricoperto da un panno bianco, una grande arpa anch'essa rivestita come un fantasma; un violino e un flauto traverso nella loro custodia, riposti in un armadietto a vetri nel quale erano conservati anche numerosi spartiti e gli album delle sue composizioni.
La stanzetta, lontana dai locali di abitazione delle suore e da quelli riservati alle attività scolastiche, era una sorta di piccolo museo dedicato alle due monache: alle pareti erano appesi pregevoli acquerelli, diversi dipinti a olio di vari soggetti, ed altri lavori realizzati con tecniche diverse. Luca poté sfogliare anche alcuni album di schizzi di suor Antonia e vedere la sua piccola, ma rappresentativa, collezione di libri d'arte che dimostrava la sua conoscenza anche teorica dell'argomento. Contrariamente a quel che si sarebbe potuto pensare di una monaca artista, i suoi lavori non erano per nulla femminei né oleografici: il suo tratto era vigoroso e personale, i soggetti, anche se consueti, interpretati secondo una visione grafica e di pensiero non convenzionale. Non conoscendo il linguaggio scritto della musica, il vice questore non poté apprezzare le composizioni di suor Margherita e se ne rammaricò perché era quasi certo che dovessero essere, come i lavori della sorella, di pregevole qualità.
Anche suo r Giuseppina le aveva conosciute nel pieno della maturità, quando riscuotevano grande stima e ammirazione per i loro talenti. Suor Ildegarda a denti stretti le lodava in pubblico, ma era verde dall'invidia. Disse proprio così senza curarsi delle occhiatacce di suor Giustina e suor Serafina, che forse si sentivano ancora sorvegliate dalla presenza invisibile della tiranna. Le due sorelle erano gentili, di buone maniere, parlavano bene, si sentiva che avevano studiato, tiravano fuori certi paroloni che la Superiora non ci capiva niente. Luca ebbe l'impressione di sentire un piede muoversi sotto la tavola, ma la suora continuava imperterrita: suor Ildegarda non le poteva soffrire perché lei voleva comandare ed essere sempre al centro dell'attenzione, ma non sapeva fare niente, neanche nelle cose di scuola . Nel suo linguaggio semplice aveva delineato un quadro perfetto della vita che doveva svolgersi fra quelle belle mura e di quello che avevano dovuto subire le altre suore, ma anche dei motivi per cui la scuola era progressivamente decaduta.
Suor Giuseppina ricordò che un giorno c'era stata una lite furiosa, proprio nello studio dove la Superiora aveva trovato la morte, perché una delle due aveva fatto notare con una certa vivacità che le insegnanti erano incompetenti e danneggiavano la reputazione dell'istituto. Luca si annotò mentalmente che avrebbe dovuto indagare sui motivi che avevano portato questa donna, manifestamente inadatta, alla conduzione di un istituto scolastico che avrebbe dovuto essere un fiore all'occhiello dell'ordine monastico cui apparteneva e della cultura cattolica cittadina in generale.
Sempre a proposito delle bimbe , suor Giustina riferì quanto si favoleggiava intorno alla loro origine e al motivo per cui avevano abbracciato lo stato monacale. Nei primi anni della sua permanenza alla Villa Del Pilastro c'era una vecchia suora, ormai molto malata, che le aveva conosciute quando ancora erano novizie ed era stata la loro guida spirituale per diversi mesi fino al momento della vestizione. Costei raccontava, non si sa con quale attendibilità, perché la sua memoria e la sua capacità di giudizio erano piuttosto intermittenti, che le due ragazze, pur non somigliandosi, erano gemelle ed appartenevano ad una famiglia molto importante, addirittura imparentata a quella reale (a quel tempo la repubblica non era ancora nata). Erano però figlie illegittime e il loro illustre padre, noto donnaiolo, per non incorrere nelle ire della moglie, le aveva fatte allevare in un prestigioso collegio laico dove avevano ricevuto un'ottima educazione ed un'eccellente istruzione.
Erano poi tornate a casa dalla madre e dal di lei marito di comodo, di cui portavano il nome, per fare il loro ingresso in società e prepararsi ad un buon matrimonio. La leggenda narra che si fossero perdutamente innamorate dello stesso uomo, che naturalmente aveva potuto sceglierne una sola, anche se qualcuno insinuava che i tre vivessero nel peccato e nella lussuria più sfrenata, cosa che non stupiva da parte di figlie di tanto padre. Questo giovane improvvisamente morì in circostanze oscure, probabilmente avvelenato. Il poliziotto che aveva condotto le indagini era certo che una delle due fosse responsabile dell'omicidio, ma gli indizi conducevano ora all'una ora all'altra, senza alcuna possibilità di prova. La cosa venne messa a tacere per intervento della loro potente famiglia, ma le ragazze furono costrette a ritirarsi in convento; in via del tutto eccezionale, sempre in virtù delle loro origini, non furono separate. La storia era sicuramente molto suggestiva, ma chi l'aveva ascoltata dubitava fortemente della sua veridicità, sia per le non perfettamente integre facoltà mentali della narratrice, sia perché alla sua morte suor Giustina scoprì, ben occultati in un vecchio baule, una quantità di romanzacci d'appendice provenienti da chissà dove e nei quali non mancavano storie di monache peccatrici, di bastardi di nobili origini e di assassinii misteriosi, per cui il dubbio che reminiscenze di lettura e fatti reali si fossero mescolati era più che legittimo.
Suor Serafina, il cui nome nel mondo era Bonaria, raccontò brevemente la storia della sua vocazione. Proveniva da uno sperduto paesino della Sardegna, settima figlia e unica femmina di due contadini poverissimi. I fratelli, tutti molto più vecchi di lei, erano emigrati chi nel continente chi in Germania. Il parroco, durante le lezioni di catechismo, aveva potuto notare che era sveglia, di buona memoria e volonterosa e quando era rimasta orfana di padre aveva proposto alla madre di farla studiare, gratuitamente, in un collegio di monache del capoluogo. L'anno in cui doveva conseguire il diploma di maestra anche la madre morì e lei, che già aveva manifestato la volontà di farsi suora, interpretò quel lutto come un segno divino.
Capitò nella nostra città grazie alla gita scolastica di tre giorni che il collegio aveva offerto come premio alle neodiplomate: le ragazze e le loro accompagnatrici erano state ospitate alla Villa Del Pilastro . Suor Ildegarda venuta a conoscenza delle intenzioni di Bonaria si era offerta di accoglierla e di farle fare il noviziato nel proprio ordine. Una maestra giovane, che non doveva essere retribuita, era quel che ci voleva,; inoltre la vecchia volpe aveva intuito che la ragazza era facilmente plasmabile. Queste conclusioni, che Luca aveva tratto da sé, gli furono confermate da suor Giuseppina quando, alla fine del pranzo, lo aveva condotto in cucina per offrirgli in dono un cestino di conserve preparate da lei. In quell'occasione gli aveva anche raccontato la storia che circolava attorno a suor Giustina, anche questa non si sa quanto attendibile, ammise..
Si diceva che da giovanissima, appena finiti gli studi, fosse stata assunta come istitutrice da un ingegnere francese, da poco in Italia per lavoro, perché insegnasse la lingua ai suoi tre figli prima che cominciassero a frequentare la scuola. Una sera che la moglie era uscita e i bambini erano già a dormire, durante la cena insolitamente abbondante e raffinata, pare che l'uomo l'avesse violentata o avesse tentato di farlo. La ragazza era fuggita a piedi tornando a casa sua – che si trovava all'altro capo della città – , sconvolta, pesta e con gli abiti strappati. Stette male per diverse settimane durante le quali rifiutava il cibo e non voleva vedere nessuno. Si dice che fosse stata proprio una suora della Madonna del Gelo , assunta dai genitori per assisterla, ad aiutarla a superare il trauma e a farla ritornare alla vita; tuttavia quella drammatica esperienza aveva lasciato in lei un segno indelebile: l'anoressia. Poco tempo dopo manifestò la sua vocazione, prese i voti, venne assegnata alla Villa Del Pilastro, ma nonostante le sue competenze, non volle mai occuparsi di bambini, e diventò la segretaria della Madre Superiora e della scuola.
Di se stessa, molto brevemente e con grande franchezza, sempre nell'ambiente discreto della cucina, suor Giuseppina confidò a Luca che aveva scelto quel mestiere, perché era meglio di tanti altri; era comunque destinata a far la serva e quel che aveva sperimentato degli uomini l'aveva convinta che se ne poteva fare tranquillamente a meno.
La conversazione era andata avanti zigzagando fra confidenze personali, rievocazioni più o meno leggendarie del passato e riferimenti alla giornata precedente l'omicidio. A dire il vero questi ultimi erano scarsi e, ad un primo sguardo, poco significativi. La domenica, come si è detto, per le suore era solitamente una giornata deprimente e priva di avvenimenti di qualsiasi interesse, mentre almeno nei giorni feriali c'era il via vai e il vociare dei bambini a rallegrarle. In compenso però l'omicidio aveva riscattato anni di noia e di monotonia, pensò Luca con un po' di cinismo, ripromettendosi di esaminare le piccole variazioni alle annose abitudini, avvenute in quel giorno fatale, con uno sguardo scevro da pregiudizi.
Dopo il pranzo le monache si erano ritirate, come d'abitudine, nelle loro stanze per un breve riposo o per dedicarsi ad una attività di libera scelta. Suor Giuseppina, che era quella che faticava di più là dentro, si era concessa un pisolino ristoratore; suor Serafina aveva preparato del materiale per le lezioni della settimana successiva; suor Giustina, che dormiva poco anche di notte figuriamoci di giorno , aveva letto ad alta voce alle bimbe qualche storia e le aveva tenute occupate con un piccolo lavoro manuale. Mentre era intenta in queste occupazioni aveva sentito insoliti rumori provenire dallo studio della Superiora che confinava con la sua stanza; in tutti quegli anni mai da quel santuario – come lo definì concedendosi per la prima volta un tocco di lievissima ironia – era trapelato il minimo fruscio.
Di solito suor Ildegarda si muoveva con passo felpato: spesso le suore se la trovavano alle spalle all'improvviso senza averla sentita arrivare, parlava a voce bassa e qualunque cosa facesse non provocava il minimo rumore. Un vero felino predatore, pensò Luca. Quel pomeriggio invece, come rivelava il ticchettio delle sue scarpe sul pavimento, camminava avanti e indietro nervosamente. Si erano sentiti cassetti aprirsi e chiudersi con fracasso, mobili spostati e qualcosa di pesante cadere a terra. C'era stata anche una telefonata, brevissima, alla quale aveva risposto con voce concitata. Suor Giustina confessò di essersi spaventata, conosceva i furori freddi e il sarcasmo tagliente di Ildegarda e in qualche modo riusciva a sopportarli, ma quegli scoppi di rabbia, esplosi all'improvviso dentro il consueto silenzio, la lasciavano stupefatta e senza difese.
Poi all'improvviso la porta si era spalancata e lei come una furia, rivolta alle bimbe, aveva urlato: «Siete state voi! Siete state voi! Dove l'avete messa? Lo so che venite sempre a frugare nel mio studio!» Suor Margherita proprio come una bambina era scoppiata in lacrime, suor Antonia gridava con voce piagnucolosa: «Cattiva! Cattiva!». Se ne era andata sbattendo la porta dopo che suor Giustina l'ebbe rassicurata che le due discole, da diversi giorni, non erano più entrate in quel luogo proibito, come in verità erano solite fare in precedenza non appena la sorveglianza si allentava. Da quando si erano impadronite di una scatola di fiammiferi ed avevano dato fuoco ad una tenda, venivano guardate a vista e non rimanevano mai sole.
Finalmente qualcosa su cui riflettere, si disse Luca, perché sulla Madre Superiora non era riuscito a sapere granché se non i vari aspetti del suo caratteraccio che emergevano a poco a poco dalla conversazione con le monache. Tutte erano arrivate, anno più anno meno, una ventina d'anni dopo di lei, tranne suor Serafina che era lì da cinque o sei. Conoscevano poco o nulla del suo passato a parte quello che sapevano tutti: che era di origine tedesca da parte di madre, che aveva lavorato per qualche tempo all'ospedale Marchesa Clotilde fino a che era stata assegnata all'assistenza privata del nobilastro locale, gravemente malato, il quale in punto di morte aveva donato la bella villa alle Sorelle della Madonna del Gelo con la precisa clausola che venisse adibito a scuola e che a dirigerla fosse proprio la sua infermiera.
Quel pomeriggio c'era stato un altro piccolo evento: tutte erano state invitate al battesimo del figlio di una ex alunna. Mentre si recavano in chiesa avevano incontrato Luisa Bisso Perego insieme ad un'altra signora molto più giovane, vestita in modo vistoso. La Superiora le aveva rivolto uno sguardo ostile salutandola appena con un cenno del capo: strano, perché erano amiche da tanti anni; la Luisa invece era stata allegra e cortese e subito dopo aveva abbracciato e baciato la donna che era con lei. Ildegarda l'aveva guardata con disgusto e aveva tirato dritto. Luca non aveva capito: perché con disgusto? Al che suor Giustina precisò, abbassando gli occhi, che quell'abbraccio e quel bacio sembravano di quelli che si danno ad un uomo e non ad un'amica.
Interessante, pensò il vicequestore, e cercò di mettere insieme quei frammenti. Primo: la Walkiria aveva perso qualcosa di molto prezioso, questo fatto l'aveva mandata su tutte le furie facendole perdere il rigido controllo che, chissà a quale prezzo, era riuscita a mantenere per decenni. Secondo: saltava fuori un legame con questa signora Bisso Perego sua vecchia amica ed ora non più, forse la stessa con la quale aveva avuto una telefonata breve e burrascosa. Terzo: e allora? Allora niente, ne sapeva quanto prima. Be' proprio niente non era esatto: una cosa, e non da poco, pareva certa, cioè che non era stato l'assassino a mettere a soqquadro lo studio, era stata proprio suor Ildegarda a rovistare dappertutto, nervosamente, in preda ad una grande agitazione, alla ricerca di chissà cosa Scoprirlo non sarebbe stato facile, ma avrebbe potuto gettare un po' di luce su quel mistero. Si spiegava anche la strana sensazione che aveva avuto osservando la scena del delitto: la sua intuizione che si dovesse guardare con occhi diversi era giusta e la testimonianza di suor Giustina gli aveva offerto la risposta facendogli risparmiare tempo e fatica. Certo però che se il movente del delitto non era il recupero dell'oggetto scomparso. era un bel problema. L'unica cosa da fare per il momento era cercare questa signora Luisa e indagare sul passato della vittima.
Era ormai pomeriggio inoltrato e Luca stava per uscire dalla villa, col suo cesto di conserve sotto il braccio, quando si imbatté nel guardiano notturno Orlando Garrone. Ne fu contento perché gli avrebbe potuto parlare subito senza doverlo convocare in maniera ufficiale. Questi aveva saputo dell'omicidio mezz'ora prima perché si era svegliato da poco. Come certi neonati, disse, aveva preso il giorno per la notte : dormiva dalle sette del mattino fino due o tre ore dopo il mezzogiorno, quindi si alzava, faceva un'abbondante colazione, un pranzo piuttosto vista l'ora, sbrigava qualche faccenda perché era scapolo, andava al bar, dove rimaneva fino all'ora di cena, dopodiché si preparava a prender servizio nella guardiola accanto al cancello della Villa Del Pilastro , incarico per il quale percepiva un modesto compenso che andava ad integrare la sua pensione di vigile urbano. Questa volta era arrivato prima del solito perché, avendo saputo del fattaccio , voleva vedere come stavano quelle povere donne .
Si mostrò subito molto loquace e collaborativo col poliziotto del quale si sentiva un collega. I due uomini si sedettero su una panchina di pietra, accanto ad un'aiola tutta fiorita di margherite gialle, e cominciarono a chiacchierare amichevolmente. Il vicequestore era una persona tranquilla, cortese e soprattutto molto paziente. Conduceva gli interrogatori quasi sempre fuori del suo ufficio, in ambienti famigliari agli interrogati per farli sentire a proprio agio. Costoro non avevano mai la sensazione di essere sospettati, anche quando lo erano per davvero, perché Montessoro dava sempre l'impressione di aver bisogno della loro collaborazione e non mancava mai di sottolineare quanto fossero preziose le loro informazioni.
Il guardiano era ben felice di collaborare, un avvenimento del genere aveva portato una ventata di eccitante novità nella sua vita ripetitiva e solitaria: di giorno a dormire da solo, di notte a far la guardia da solo; il sabato e la domenica una partita a carte o a bigliardo nel bar sotto casa con qualche vecchio amico o davanti alla televisione, che non era molto diverso dallo star da solo. La sua tenace speranza, nota a tutti, era che la Marietta, la governante di Stefano, gli dicesse finalmente di sì rispondendo alla sua corte ultraventennale.
Orlando era un fiume in piena, sembrava che in quella conversazione dovesse riscattare anni e anni di silenzi, giorni e giorni passati in solitudine a discorrere con se stesso o tutt'al più con Diablo. Parlò di tutto: delle suore, del suo cane, delle notti passate a far la sentinella al Pilastro , perfino di sua madre, della Marietta, del suo grande amico Stefano, di un compare del bar che barava alle carte, e non si sa più di quante altre cose ancora. Nonostante la sua sconfinata pazienza, il vicequestore Montessoro cominciava a non poterne più e a distrarsi pensando ad altro, per cui alcune cose gli sfuggirono. Se resisteva era perché qualcosa dentro di lui, il daimon dello sbirro come lo chiamava, gli suggeriva che da quello sfogo alluvionale poteva venir fuori qualcosa di utile. Infatti una litania di nomi maschili tutti seguiti da Maria attirò nuovamente la sua attenzione e fu così che venne in possesso di un'informazione veramente interessante.
Orlando aveva cominciato un nuovo filone di storie che avevano come protagonisti diversi esponenti dell'illustre famiglia dei conti Del Pilastro. I nobili, che a parole disprezzava chiamandoli parassiti e fannulloni, in realtà esercitavano su di lui una fascinazione irresistibile. Conosceva molti aneddoti sulla famiglia – tutti inventati dicevano i maligni – che celebravano comportamenti eroici o ignobili, attraverso i secoli, dei vari suoi componenti a partire da molto lontano, dal leggendario castello piemontese distrutto in una battaglia, avvenimento al quale ormai credeva solo lui. Era un guazzabuglio di vicende nelle quali non mancavano duelli, tradimenti, amori contrastati e neppure il classico fantasma femminile: una contessa Del Pilastro, adultera, strangolata dal consorte nel 1799 su una panchina che si trovava ancora in fondo ad un vialetto ombroso del parco della villa. Giurava di averla vista più volte durante i suoi giri di ispezione, perché ad ogni anniversario del barbaro omicidio l'infelice nobildonna tornava, naturalmente a mezzanotte, a sedersi in quel luogo a piangere. Peccato che la villa fosse stata costruita a partire dal 1831; ma questo era un dettaglio secondario per il romantico e un po' gotico Orlando.
Luca ricominciò a drizzare le orecchie alle parole l'ultimo conte Alberico Maria che è molto intelligente che fa il professore e che è amico di Stefano . Venne così a sapere tutta la storia della famiglia Mantero, che gli era stata raccontata in passato dall'amico in modo piuttosto sommario. La sua paziente perseveranza nell'ascolto dell'inarrestabile guardiano notturno fu infine premiata: venne a sapere che questo aristocratico e dotto rampollo, la domenica del delitto, aveva avuto un violento alterco con la monaca. Il Garrone aveva sentito le urla mentre sistemava cibo e acqua accanto alla cuccia di Diablo che era di turno perché era domenica. La lite era stata rabbiosa ma piuttosto breve, non era riuscito a capire le parole dei due litiganti perché si trovavano in una stanza lontana dal luogo in cui stava lui. Aveva visto però Alberico Maria, agitatissimo, uscire di corsa mentre borbottava frasi incomprensibili ma, appena fuori dal cancello, si era voltato e agitando i pugni aveva gridato molto chiaramente: Maledetta! Prima o poi ti ammazzo! Tutto questo avveniva alle ventidue e venti circa. Le suore avevano sicuramente sentito il litigio, ma non ne avevano parlato: un ingenuo tentativo di proteggere l'amico di Stefano.
Il vicequestore, esausto, invitò il Garrone ad andare a consolare le monache. La giornata era stata lunga: dall'arrivo sul luogo del delitto alla fine di quel torrenziale monologo erano trascorse molte più ore di quelle di una normale giornata lavorativa, tuttavia voleva passare dall'ufficio per controllare se c'era qualche notizia sulla vittima e sulla sua amica – nemica e per sapere se dai rilievi scientifici era emerso qualcosa di nuovo. Poi si sarebbe sdraiato sulla poltrona a sonnecchiare un po' prima di andare a cena da Stefano, dal quale sperava di sapere qualcosa di più sull'ultimo conte Del Pilastro che si presentava come un personaggio interessante del dramma, avendo un validissimo movente: la sottrazione della dimora avita e, anche dopo tanti anni, una buona dose di rancore non sopito.
(continua) Gralli
