Tre

25.03.2026

Tutto filò liscio per un po' di tempo: la famiglia degli Spigola prosperava, la famiglia Strazzera viveva serenamente, fino a che il diavolo non ci mise la coda. Fabrizio mori in circostanze oscure: venne trovato una notte da un guardiano notturno nella piazza principale della città con la faccia dentro la grande fontana. Il medico di fiducia diagnosticò la morte per annegamento in seguito ad un malore, la famiglia confermò che negli ultimi tempi il marchese ultraottantenne andava soggetto a mancamenti improvvisi che gli facevano perdere conoscenza. Probabilmente si era avvicinato al bordo della vasca per sedersi ed era caduto nell'acqua. Le alte gerarchie del partito avevano manifestato alla famiglia il loro sincero cordoglio, i muri della città erano tappezzati di necrologi elogiativi del marito esemplare, del padre affettuoso, del cittadino integerrimo e tutto era pronto per le esequie solenni nella cattedrale. Era prevista la partecipazione delle autorità locali e di alcuni rappresentanti politici della capitale nonché delle élite cittadine, della banda, di una rappresentanza delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco, di varie associazioni laiche e religiose; il vescovo in persona avrebbe officiato il rito funebre. Dopo la funzione in chiesa diversi oratori si sarebbero avvicendati sul podio, già innalzato sul sagrato, per l'ultimo saluto all'insigne cittadino. Molti si auguravano che quelle esequie si concludessero il più rapidamente possibile e che il marchese venisse rinchiuso nella cappella di famiglia insieme a tutti gli imbarazzanti segreti che custodiva. La notizia della sua morte era stata accolta con un sospiro di sollievo in molte sedi.

Ma un troppo solerte magistrato, di concerto con un perspicace poliziotto, in seguito ad un inaspettato ritrovamento, avanzò qualche dubbio. Venne eseguita l'autopsia e non fu rilevata alcuna traccia di acqua nei polmoni, ma parecchie contusioni in tutto il corpo. Un netturbino, che spazzava nel vicolo adiacente alla piazza, aveva trovato alcuni indumenti intimi da uomo e li aveva consegnati al vicino commissariato: un paio di eleganti mutande di seta con un ricamo sul fianco raffigurante lo stemma degli Spigola con le iniziali FdS, una camicia anch'essa in seta con gli stessi contrassegni, una canotta ed un altro paio di mutande da uomo da poco prezzo, due calzini spaiati. Questi oggetti erano stati trovati nel vicolo, nascosti in un mucchio di spazzatura, proprio sotto le finestre di un alberghetto nel quale avvenivano incontri particolari. Era noto in città che gentiluomini reputati insospettabili lo frequentavano per consumare rapporti illeciti con giovanotti compiacenti e, a quanto si diceva, piuttosto esosi in fatto di tariffe. Il defunto marchese in vecchiaia aveva manifestato questa inclinazione e frequentava quell'alberghetto per soddisfarla. Il figlio Adriano, grazie alla sua efficiente rete di informatori, ne era a conoscenza e faceva tener d'occhio il padre vizioso da un uomo di fiducia perché non si cacciasse nei guai. Ogni tanto la polizia, giusto per salvare le apparenze, fingeva un'irruzione della quale gli illustri clienti venivano preventivamente avvisati riuscendo così a mettersi in salvo. Qualche ragazzotto veniva accompagnato in guardina e dopo qualche ora buttato fuori con un occhio nero e con il consiglio amichevole di tenere la bocca chiusa.

Anche la notte in cui il marchese morì era prevista una visita della buon costume secondo la solita prassi, ma la coda del diavolo prese la forma del malore, improvviso e mortale, del marchese che a causa dell'età non aveva retto agli intensi trattamenti cui amava sottoporsi. Il nerboruto giovanotto probabilmente era stato troppo zelante e il suo cliente non aveva retto. Con ammirevole sangue freddo il portiere di notte aveva rivestito alla meglio il marchese e il ragazzo lo aveva trascinato fuori come se stesse sostenendo un ubriaco. La polizia era già nel vicolo ma indugiava per dar modo agli stimati clienti di filarsela dall'uscita di servizio. Il marchese fu sistemato a sedere sul bordo della fontana, ma naturalmente cadde nell'acqua e il giovane se la diede a gambe tirando il fiato per lo scampato pericolo. Il poliziotto aveva ricostruito facilmente la vicenda e ne aveva messo al corrente il magistrato, ma qualcuno dall'interno del commissariato aveva informato chi di dovere. Lo scandalo minacciava di trascinare nel fango le persone più in vista e più stimate della città. Una tempestiva promozione premiò per il loro silenzio il commissario e il magistrato che avevano svolto le indagini e tutto fu messo a tacere in gran fretta. La versione ufficiale della morte, ampiamente diffusa sui giornali e in tutte le sedi opportune, fu la seguente: il marchese, che abitava non lontano dalla piazza, era uscito per la sua solita passeggiatina serale, aveva avuto un capogiro e si era seduto sul bordo della vasca, ma era sopravvenuto un secondo mancamento che gli era stato fatale, quando era caduto nell'acqua era già morto. Il suo decesso quindi non era avvenuto per annegamento, come era stato precedentemente annunciato, esami clinici successivi avevano determinato senza ombra di dubbio le vere cause della morte. 

Le esequie ufficiali vennero annullate e fu annunciato a mezzo stampa che la famiglia aveva scelto di celebrare il funerale in forma privata come era sempre stato desiderio del caro estinto. Dopo una semplice messa, officiata da don Gianni in una chiesetta fuori mano nelle vicinanze del cimitero, il marchese Fabrizio degli Spigola venne accompagnato dagli stretti famigliari e dalla servitù di casa nella cappella di famiglia dalla quale alcuni anni dopo, privato del titolo post mortem, sarebbe stato sfrattato per finire in un ossario comune. Fra coloro che avevano tirato un sospiro di sollievo per la felice conclusione della scabrosa vicenda, c'era anche Adriano il quale aveva visto seriamente minacciata la posizione che si era conquistata a prezzo di tanti sacrifici, per fortuna tutto era finito nel migliore dei modi ed egli poteva guardare al futuro coltivando le più rosee speranze. Queste si concretizzarono alcuni mesi dopo quando annunciò il suo fidanzamento con una ricchissima ereditiera, Clelia, figlia unica di un importante commerciante di tessuti, il commendator Girolamo Canepa. Brutta come il peccato, confidò Adriano al suo vecchio compagno di bagordi Andrea Mancuso - ora suo uomo di fiducia - ma ricca di ben altre virtù. Il matrimonio venne celebrato con grande sfarzo, gli sposi andarono ad abitare in una bella villa con parco situata sulla collina sovrastante la città dalla quale si godeva di uno splendido panorama.

Il diavolo però gironzolava ancora nei paraggi della famiglia degli Spigola e questa volta prese di mira proprio Adriano; la sua coda assunse l'aspetto del Treponema pallidum, che per anni era rimasto quietamente annidato nel sangue del giovane aspettando il momento giusto per sferrare il suo attacco devastatore. Il medico di famiglia dopo una serie di controlli clinici emise la diagnosi che equivaleva ad una sentenza di morte: morbus gallicum in fase avanzata, gli organi vitali erano stati gravemente intaccati e le cure dell'epoca insufficienti. Adriano si confidò con l'amico di sempre Andrea, detto la Zecca da chi lo conosceva bene; anche lui come il Treponema era rimasto in paziente attesa, attaccato all'amico, aspettando l'occasione giusta per rivelarsi. Nel corso degli anni da semplice compagno di avventure di letto e di bevute ne era diventato il collaboratore, il confidente, il consigliere, l'uomo di fiducia; si era reso indispensabile con la costante presenza, con la totale disponibilità per ogni genere di incarico: un'ombra che seguiva l'amico senza domandare nulla. Ora finalmente era arrivato il momento per lui di raccogliere i frutti delle sue fatiche. Andrea come sempre si mostrò all'altezza della situazione, poiché Adriano stava già molto male prenotò una costosa clinica in Svizzera offrendosi di accompagnarlo personalmente con la sua auto garantendo la massima discrezione. Nulla sarebbe trapelato sulla vera natura della malattia, insieme al medico di fiducia avrebbe concordato una giustificazione verosimile per il suo improvviso ricovero. Ma non ci fu bisogno di tutto ciò. Data la sentenza irrevocabile Adriano, senza indugio e questa volta senza chiedere consiglio, provvedette da sé all'esecuzione della pena capitale: con la sua fiammante auto sportiva si lanciò a grande velocità da una delle più alte scogliere della Riviera. Fu forse l'unica decisione seria della sua vita, quella che riscattò in extremis un'esistenza inutile e superficiale.

La notizia dell'incidente, come fu dichiarato ufficialmente, cadde come un fulmine a ciel sereno suscitando reazioni diverse. Uno stronzo di meno! fu il necrologio della maggior parte dei comuni cittadini. Non tutti quelli che manifestarono il loro cordoglio in maniera più consona agli usi, alla buona educazione e all'opportunità politica furono altrettanto sinceri. Ci fu chi apprese la notizia con preoccupazione per le conseguenze che avrebbe avuto nella successione all'incarico. Non mancarono neppure quelli che si sentirono liberati da un peso e da una minaccia costante. Qualcuno vide riaccendersi le proprie speranze di far carriera. Ai tavoli da gioco ci si rammaricò per la perdita di un buon cliente, così come nelle più eleganti alcove pubbliche della città. Diverse signore della buona società dopo una lacrimuccia e un sospiro si diedero alla ricerca di un valido sostituto. Anche in famiglia nessuno si stracciò le vesti e si cosparse il capo di cenere, come poté constatare Andrea che si prese l'incarico di annunciare il triste evento. La madre affetta da demenza senile non comprese neppure la notizia, credette che il figlio non sarebbe venuto a pranzo da lei quel giorno. Adelaide si fece il segno della croce e recitò sottovoce un Requiem aeternam. Don Gianni si nascose il viso fra le mani per non far vedere che non piangeva, quel fratello gli era sempre stato indifferente, più che un estraneo, se ne vergognava come di una grave colpa, ma sapeva bene che i sentimenti non si possono imporre né si possono soffocare. L'unico che provò un sincero dolore per la morte di Adriano fu il cagnolino Dudù, un bastardino che egli aveva raccolto per strada affamato e infreddolito. Per molti giorni la povera bestia corse attraverso il parco con una pallina in bocca alla ricerca del padrone che era solito farlo giocare. Poi prese ad esplorare tutte le stanze della villa guaiolando, finché un giorno scomparve senza fare ritorno.

L'annuncio della ferale notizia alla nuova famiglia di Adriano era una faccenda molto più delicata, la giovane vedova poteva accontentarsi come tutti della versione ufficiale, ma data la vera causa di quella morte si doveva fare in modo che la poveretta si sottoponesse al più presto ad una visita medica per scongiurare le conseguenze del contagio che doveva essere già avvenuto. Al rude commendatore invece si poteva parlar chiaro. Appena ricevette la notizia, quella della malattia, perché della scomparsa di Adriano poco gli importava, il ricco commerciante di tessuti commendator Girolamo Canepa cominciò a bestemmiare contro tutti i santi del calendario, invocando altresì tutti i diavoli dell'inferno perché trascinassero nelle fiamme eterne quel bastardo figlio di puttana del genero, che aveva compromesso la salute della sua figliola lasciandola per di più vedova a soli venticinque anni. Sbollita l'ira prese a riflettere. Non sapeva bene quali dei due mali poteva essere il peggiore per la neo vedova marchesa degli Spigola, forse la malattia essendo ancora agli inizi, poteva essere curata, ma la vedovanza si presentava come un gravoso problema da risolvere, perché il buon padre, essendo molto anziano, voleva sistemare la figlia e ora avrebbe dovuto ricominciare da capo. Un altro matrimonio avrebbe richiesto complesse trattative per la ricerca di un volontario ed esborsi di denaro forse ancora maggiori di quelli sostenuti per le prime nozze, la pulzella non era più tale e, secondo la delicata concezione che il padre aveva delle donne, si era deprezzata. Il commerciante, e Andrea lo sapeva bene, oltre ai ricchi doni di nozze compresa la grande villa in collina, aveva saldato numerosi debiti di gioco di Adriano; aveva tacitato alcune vecchie amanti che minacciavano lo scandalo; aveva altresì garantito il mantenimento, fino alla maggiore età, di un paio di figli illegittimi di madri diverse. Quello che l'affettuoso padre non sapeva era che Andrea aveva già considerato l'idea, apparentemente senza pretendere nulla, di sollevarlo da questo problema: bisognava solo aspettare la fine del periodo di lutto e nel frattempo cominciare a tessere una delicata, ma ferrea rete intorno alla vedovella.

Egli aveva già in mente un piano perfetto: si sarebbe accontentato, si fa per dire, della cospicua dote versata per il primo matrimonio e rimasta intatta poiché Adriano, a soli due mesi dalle nozze e già sofferente, non aveva avuto il tempo materiale di sperperarla; la casa poi c'era già e non c'erano amanti da zittire né figli della colpa da mantenere perché Andrea era sempre stato un uomo molto prudente. Quindi le spese sarebbero state notevolmente ridotte anche perché il matrimonio, essendo il secondo, si sarebbe celebrato con minor sfarzo, alla presenza di pochi intimi. Il futuro secondo marito ragionava in grande e si preoccupava di garantire il proprio avvenire in solidi termini economici, perché sapeva che le fortune politiche sono troppo esposte al rischio di rovesci improvvisi. Sperava di potersi guadagnare la fiducia del suocero rendendosi indispensabile - come aveva fatto con l'amico sfortunato - fino a diventare il suo braccio destro e infine il suo successore nella ditta visto che il commendator Canepa aveva superato gli ottanta. La Zecca aveva trovato un altro cane.

Quello che il commendator Girolamo Canepa e il previdente Andrea Mancuso non sapevano era che la neo marchesa degli Spigola, o come dicevano i maligni degli Spigoli, alludendo alle sue misere rotondità, non correva alcun rischio riguardo la sua salute. Infatti quella che era stata la signorina Clelia Canepa, nonostante gli sponsali, aveva ancora il diritto a fregiarsi di questo titolo. La prima notte di nozze, alla vista delle esuberanti nudità del marito in assetto di guerra, era fuggita chiudendosi a chiave nello spogliatoio in preda ad una crisi isterica: la poveretta, orfana di madre, non era stata preavvisata di quanto sarebbe accaduto. Antonia già governante di casa Canepa, donna matura ed esperta nella quale la ragazza aveva la massima fiducia, era riuscita a farsi aprire e a calmarla cogliendo al contempo l'occasione per colmare le lacune della ragazza sulle pratiche coniugali. Ma ciò non fece che peggiorare la situazione, la conoscenza dei dettagli non fece che accrescere il suo terrore e non ci fu verso di convincerla, né quella notte né le successive per cui il matrimonio non era stato ancora consumato. Ma poiché non tutto il male vien per nuocere, questo suo comportamento l'aveva preservata da una disgrazia assai peggiore.

Alla notizia della morte del marito la ragazza rimase per alcuni minuti attonita, forse combattuta fra il dolore e il sollievo. Dolore per la perdita del coniuge, ma soprattutto per quella dello status sociale acquisito col matrimonio, essere marchesa le aveva spalancato le porte di un mondo meraviglioso al quale da vedova non avrebbe più potuto accedere. D'altra parte però si sentiva molto sollevata al pensiero di non dover più essere sollecitata, quotidianamente e insistentemente, al compimento dei suoi doveri coniugali. Il marito non smaniava dal desiderio di possederla, aveva alternative migliori, ma voleva un erede per consolidare la sua posizione. Il problema della salute di Clelia si risolse non appena Andrea ebbe parlato con Antonia, grande fu la gioia del commendatore, finalmente una buona notizia! Quel ragazzo poi così educato, gentile, modesto, disponibile gli piaceva proprio. Il lavoro di Andrea sul fronte famigliare era cominciato bene e prometteva meglio. Anche sul versante politico le cose procedettero secondo i suoi desideri, egli era stato il più ascoltato consigliere di Adriano ed era al corrente di ogni pratica amministrativa ufficiale o segreta. In alto loco si pensò che quel giovane assennato e modesto, abituato ad obbedire, era la persona giusta per quel periodo di interregno durante il quale avrebbero potuto scatenarsi battaglie assai pericolose per i delicati equilibri all'interno del Partito. Egli avrebbe garantito la tregua necessaria a preparare la candidatura di un successore gradito a tutti, volenti o nolenti.

Intanto Adriano, libero dagli affanni terreni, riposava fra i fiori nella camera ardente allestita nel salone di rappresentanza del Municipio e riceveva gli omaggi della cittadinanza. Per tre giorni personaggi illustri e anonimi cittadini sfilarono davanti al catafalco e il registro delle visite si riempì di firme eccellenti e di qualche insulto che fu opportunamente occultato. Tutto si svolse in perfetto ordine salvo uno spiacevole episodio del quale fu protagonista un vecchio signore elegante e distinto che giunto vicino alla bara sputò in faccia all'illustre defunto. Venne prontamente afferrato da due carabinieri in alta uniforme e condotto fuori. Le esequie si svolsero con la dovuta solennità, quella che non era stata tributata al marchese Fabrizio, quindi un lungo corteo attraversò le strade cittadine e al suono della banda municipale accompagnò il defunto al cimitero. Adriano fu deposto accanto al padre nella cappella di famiglia dove, pochi mesi più tardi, li raggiunse la madre Donna Laura e dalla quale, come si è detto, furono tutti sfrattati alcuni anni dopo.

                                                                                                                 Gralli

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