La mimosa non basta
8 Marzo: Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne,*
non della Donna, perché non siamo un'entità singolare, astratta, idealizzata,
ma tante, tutte diverse, ciò che ci accomuna, insieme agli uomini,
è l'appartenenza al genere umano,
e il diritto di avere diritti.
* NON È UNA FESTA

Per queste ragioni la mimosa non basta; anche se l'uso di offrire questo modesto e luminoso fiore è nato con intenti di gentilezza, le donne vogliono altro: ciò che chiedono per sé - diritti, giustizia, pace - è per tutti. La scelta, in questa ricorrenza, di dare la parola ad un uomo, non è solo simbolica: questo è un libro che fa ben sperare.
Un'analisi dell'interiorità maschile, scritta da un uomo, dall'allusivo sottotitolo, - Le solitudini degli uomini - che può aiutare le due metà che reggono il cielo a capire e a capirsi; a superare la costruzione sociale dei generi che si è realizzata al prezzo di pesanti condizionamenti per entrambi, forzando inclinazioni e sentimenti in nome di un modello funzionale a malintesi interessi collettivi e di potere, che ha portato nel tempo, e ancora porta a strazianti conflitti.

Un libro coraggioso che analizza stereotipi e luoghi comuni, senza polemizzare, con uno sguardo doloroso nell'evidenziare le sofferenze che hanno prodotto; uno stimolo per tutti, senza distinzione di genere, a riflettere, senza moralismi. Un libro che non insegna a vivere, invita a pensare, e a pensarci, nei ruoli che ricopriamo nel mondo. Sono pagine dense, da leggere lentamente, pagine che non scorrono, ma fanno inciampare. Difficile dar conto di tutto il loro contenuto, mi limiterò ad evidenziare qualche concetto chiave, con la consapevolezza che il mio è un resoconto lacunoso, incompleto, ma forse potrà stimolare la lettura, magari da farsi in due.
Sfogliando il libro
Il primo capitolo ha un titolo significativo: Con sguardo preoccupato
Lo sguardo è il mio. Osservo le persone affluire in biblioteca. Mi hanno invitato a parlare di maturità e immaturità. Le donne presenti sono una trentina, di età diverse. Gli uomini due o tre. Oltre i quaranta, mi pare. So già, ci scommetto, che tra costoro qualcuno poi alzerà la mano. Mi farà una domanda, tra il provocatorio e il saccente. [...] ciò accadrà per ammiccare alle signore presenti che le loro battute meritano un applauso. Non le tesi del relatore. Mormoro tra me e me, intuendo l'imminente rituale: "Non c'è scampo, non cambieremo mai".
In quell'istante, mi riprometto di approfondire i motivi della scarsa partecipazione degli uomini alle occasioni culturali, gremite invece di donne, nelle quali mi si chiede spesso di parlare di problemi esistenziali. [...]
Poiché colleghi e colleghe mi segnalano lo stesso fenomeno, l'impressione non è dunque soltanto soggettiva. [...] Da un paese come il nostro, dove c'è chi loda pubblicamente l'ignoranza, chi si vanta di non aver mai letto un libro e di non pensare se non a cose pratiche e concrete, che cosa possiamo aspettarci?
Da quest'episodio inizierà dunque a prender forma il saggio che vi disponete a leggere. Lo debbo alla mia appartenenza di genere. Non per prenderne le difese, per trovarle alibi e scusanti alquanto fragili e impudenti. Né per autoassolverci come maschi. [...] La pessima fama di cui godiamo, in una gamma illimitata di abusi e soprusi diversi, ereditati o odierni, è più che meritata.

Federigo Zandomenighi
L'autore non fa sconti, le accuse al genere cui appartiene, ma nel quale non si riconosce per gli aspetti deteriori, sono puntuali e implacabili, se le facesse una donna sarebbe sicuramemente tacciata di femminismo isterico.
Quali i problemi? Violenza, prevaricazioni
Si tende a dimenticare che una parte cospicua di questa nostra specie è stata ed è ancora vittima di quei maschi barbari, nonostante oggi portino la cravatta, che hanno trattato i loro uguali per sesso con violenze e vessazioni pari a quelle esercitate verso le donne. La sottocategoria prepotente, violenta, dispotica dei maschi dominanti e dominatori non ha mai cessato di offendere, eliminare o rinchiudere in ghetti di varia natura tutti coloro che tentassero di svincolarsi dalle divinità falliche, di prendere le distanze dai patriarcati culturali, religiosi e politici di ogni tempo.
[...] La contesa tra gli uomini miti, mansueti, riflessivi e i maschi bellicosi, prevaricatori, divorati dalle smanie del potere è tutta interna , lo ribadisco, al nostro genere. È una guerra di civiltà e morale. Non è faccenda di cui soltanto le donne, per prime, hanno fatto le spese.
Non si contano le vittime del mio sesso che hanno pagato cara la loro volontà di non soccombere inermi alle violenze, alle ingiurie, al disprezzo di altri maschi. Soltanto perché dello stare al mondo e del suo senso avevano, hanno, ben altra opinione.
I
Maschi e uomini Una specie interiore?

Guido Reni, Davide con la testa di Golia (1605). Museo del Louvre, Parigi.
Né un barlume di compassione, non un sussulto interiore.
Soltanto la compiaciuta celebrazione di una mira perfetta.
Scena di una gara qualunque, vinta dal più giovane, dal più scaltro.
Nell'eterna competizione maschile.
Dalla contemplazione e dal commento di questo quadro, prendono il via le riflessioni sulla violenza.
Le scene si ripetono con sconfortante monotonia e ciclicità.
Maschi che si uccidono tra loro, benedetti da alterne bandiere.
Maschi che misurano il valore d'un uomo in base a forza o a debolezza.
Maschi che, a un cambiare del vento, abbandonano chi un istante prima idolatravano.
Maschi che si vantano delle loro imprese cruente, dissolute, immorali e non si chiedono mai chi sono.
Maschi che rinascono dalle proprie ceneri, già in armi.
Maschi che usano il bene comune della libertà, per asservire e concedersi licenze di ogni sorta.
Maschi che non possono stare senza sconfitti, vittime e clientele.
Maschi che non sanno che cosa sia il senso di colpa, che confondono la tragicità dell'esistenza con un'occasione vantaggiosa persa.
Maschi che se la prendono con le donne, tanto in affari quanto in amore.
Maschi che rimpiangono di non essere stati maschi fino alla fine, rallegrandosi di non essere riusciti a diventare uomini, una specie minoritaria che disprezzano e che li inquieta.
Maschi che hanno sempre bisogno di una corte, di paggi e giullari, di squadre o comitive per allontanare da sé l'angoscia della solitudine.
Maschi che hanno insegnato alle donne pessime abitudini, che si lamentano di averle per concorrenti migliori di loro e più temibili.
Maschi che, per il solo fatto di essere tali, si arrogano il diritto di abusare di tutto ciò, e di chiunque, li attragga e li alletti.
E altro, molto altro ancora. Ciò che conta, per questa sterminata genia, fu ed è fare, vincere, non pensare a nient'altro che non fosse, o sia, una mossa letale da infliggere all'avversario di turno.
E tutto questo si tramanda di padre in figlio, da millenni; una storia lunga e dolorosa, raccontata dai libri di storia, ma per capirne il senso, a volte, può bastare anche una canzone.
Maschi/uomini, esteriorità/ interiorità: attraverso queste polarità si snoda il testo, complesso, articolato, le cui argomentazioni si avvalgono anche di esempi tratti dal mito e dalla poesia. Descrizioni intense e appassionate, molte le pagine di intenso lirismo nel libro. In qualche modo, l'autore manifesta quello che è stato il suo processo di crescita, porta per così dire la propria interiorità all'esterno, senza patetismi personalistici, in modo indiretto, mostrando un percorso culturale, che può essere una traccia, non un insegnamento.
L'esteriorità è il palcoscenico su cui i maschi recitano l'affermazione di sé attraverso la competizione e la lotta, in perenne conflitto col mondo, con i propri congeneri e con le donne; inseguendo il successo senza mai fermarsi a guardarsi dentro, ad esplorare il territorio dell'interiorità; significativo il titolo di un paragrafo del libro: Forse non vogliamo sapere chi siamo. Proprio qui sta il punto, prendere coscienza di noi stessi e di ciò che stiamo facendo, autocoscienza si diceva ai tempi del femminismo militante, ma se a quell'epoca si deve il nome, spesso abusato, la pratica che sottende è millenaria, appartiene da sempre alle donne.
Se l'interiorità è il luogo di noi più profondo, ascoso o il laboratorio instancabile della propria coscienza, i maschi ne hanno una? [...] Tutti e tutte ne siamo dotati. Interiorità è pensare, custodire intimità, è avere una memoria alla quale poniamo domande, è tutto quanto non può sfuggire alla coscienza. L'interiorità è preoccupazione etica, è propensione filosofica e artistica, è vocazione religiosa o soltanto sensibilità per quanto, della vita, non riusciamo sempre a comprendere . Nessuno, il bruto quanto l'animo migliore, ne è esente. Varieranno i contenuti e le tensioni interiori, ma tanto il criminale quanto l'uomo integerrimo ne hanno una.
[...] È a questo punto che le qualità interiori si divaricano: per taluni sono fonte di una ricerca continua, per altri sono lo strumento per pensare (anzi covare), non visti, pensieri e azioni non particolarmente elevati. O funzionali ai propri più disparati tornaconto.
Perché dunque questa opportunità sorprendentemente inafferrabile a ogni occhio e orecchio indiscreto, questo privilegio umano, questa ricchezza solitaria, non riusciamo a viverla come un luogo sempre disponibile, cui dedicare attenzioni e cure? Pari a quelle tributate ai nostri corpi ancora giovani o cadenti, ai nostri interessi virili: pratici e ostentabili. Ci mancano, evidentemente, la voglia e la costanza di indagare noi stessi.

Il pensatore di Rodin visto da Munch
Dunque chi sono gli uomini, opposti ai maschi? Sono l'altra faccia della storia, come dal titolo di un paragrafo, La specie interiore.
Anche nella Bibbia, non solo nei miti mediterranei, germogliava la seconda storia, quella dei maschi-uomini . Molto più complessa e intricata della prima. Invisibile sovente a occhio nudo. Abitata da esseri, seppur di specie maschile, non meno sicuri di sé. Inquieti: e non per una sconfitta al gioco o in battaglia.
Uomini : figli di un fato o di una cultura diversa, dedita ad affrontare e a interrogare l'ignoto, senza nulla chiedere in cambio. Sempre in dubbio, non su come e dove vibrare il colpo mortale, su come far cadere l'ennesima testa, ma sul senso del vivere; sulla parola giusta e bella da pronunciare, sulle sorti dell'essere uomini: come donne e maschi. Diversi ma spesso insieme alleati, nel comune scopo di limitare lo strapotere delle specie maschile e femminile accomunate dalle stesse avidità, dall'indifferenza verso ogni problema insolubile. Da risolvere con la spada, senza pensarci troppo.
Non si deve tuttavia credere che i maschi-uomini, abituati ad addentrarsi fra i sentieri dell'interiorità, siano deboli e imbelli, queste sono le accuse loro rivolte dai maschi, e talvolta delle femmine, appartenenti alle specie esteriori. I maschi interiori sono stati capaci di sostenere le sfide più audaci, le lotte più temerarie.
Sfidati spesso furono da Dio, il Quale, in quanto di specie maschile, con i più imbelli si divertì a lottare per mostrare la sua, ovvia, superiorità. Se il Dio ebraico è colui che afferma ancora "Io sono colui che sono", non ti offre certo libertà di scelta: "Ha già scelto al posto tuo, gettandoti nella vita". Vi furono uomini, di codesta specie interiore, che presero a impararne il nome senza averne paura. A sfidarlo, a fargli imbarazzanti domande, a dimenticarsene persino.
E già, perché Dio spesso si compiace delle proprie manifestazioni dell'immenso ego maschile, e pochi hanno osato sfidarlo o disubbidirgli.
Abbandoniamo definitivamente il fragore delle armi, le transazioni, i patti segreti, lo sfoggio, e la profusione di potenza che purtroppo mai si limitò a scannare soltanto i propri pari. Nella foga dello stupro, del bottino, della strage.
Quest'altra specie attinse a ben diverse fonti di ispirazione e di interessi: si scoprì dotata di sensibilità, talenti, vocazioni che le permisero, e ancora le concedono, di rialzarsi. Non una, ma più volte nella vita, come specie interiore
Nell'impossibilità di rendere in breve tutta la ricchezza e la complessità di questo libro, mi limiterò proseguire nella riproduzione dei dipinti che aprono ciascun capitolo accompagnati da citazioni significative.
II
In un corpo di donna
Miti e storie

Domenico Zampieri, detto il Domenichino, Rimprovero ad Adamo ed Eva (1623 - 1629). Musée de Peinture et Sculpture, Grenoble.
Adamo contrito, le sopracciglia da can bastonato,
vigliacco, addita al Signore la colpevolezza di Eva.
Lei, a sua volta, indica nel serpente
il vero responsabile dell'imminente rovina.
Rammenta al buon Dio che la serpe è cresciuta nel Suo seno.
Non verranno ascoltati.Impareranno a loro spese
il sapore acre del sudore e del travaglio interiore.
Se Adamo ed Eva non avessero peccato, non saremmo qui a domandarci che cosa sia la vita interiore e tanto meno a scriverne. Tutto ebbe origine da quel morso provvidenziale e ferale. Una dannazione e una salvezza insieme ci costrinsero ad averne una: prendere coscienza del bene e del male. Ma fu la donna, grazie a Dio – si fa per dire – , che "vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò".
Il demonio non offre loro i frutti dell'albero della vita immortale ("in mezzo al giardino" di Eden, dei cui prodotti però nulla si dice nella Bibbia) collocato a oriente; tenta invece Eva con un frutto che avrebbe donato a loro (a noi) pensiero, intelletto, interiorità. La donna vuole essere creatura interiore; per prima, desidera essere "saggia". Il Signore, con quel cenno imperioso, rapido precipitandosi adirato fino al primo uomo, dovette pensare, all'istante, che il suo primogenito fosse un maschio sciocco, più che ingrato. Non poté non domandarsi, nella sua onniscienza, come mai costui (Eva non la degna d'attenzione) avesse rinunciato a tutto quel "bendidio", a quel paradiso, all'immortalità, per distogliere lo sguardo beato dalle meraviglie del paradiso e dedicarlo a interrogare se stesso, a cercare la verità, a discernere il giusto dall'ingiusto, la bontà dalla malvagità.
III
Figure d'uomo nel tempo
Quando Narciso è triste

Valentin de Boulogne, Le quattro età dell'uomo (1629 ca). National Gallery, Londra.
Quattro maschi in posa. Distratti e incuranti. Tranne il giovane, agghindato e altero.
Ci guarda in tralice, infastidito. Nulla ha da spartire con Davide,
non gli interessa emularlo. Sa di essere sempre stato uomo già da bambino,
svogliato nei tornei, già un vecchio che il calice attrae.
I maschi, per diventare uomini, per accedere alla vita interiore, hanno bisogno di sentirsi confusi e smarriti. La sicurezza non si addice a chi si accinga, come nel racconto di Apuleio, a mutarsi da asino in essere umano. Svestirsi delle certezze è l'iniziazione che più evitano, rinviano, soffocano sul nascere: non solo oggi, tra tranquillanti, droghe ed eccitazioni di ogni sorta. Poiché ciò paventano come un cedimento e la peggiore ferita che possa capitare alla loro immagine. Spesso, nemmeno una chiamata in giudizio riesce a scalfirla, anzi ancor più pare riempirli di boria. Temono che se si svestissero mai delle loro corazze, potrebbero scoprirsi vuoti: con ben poco da dire, balbuzienti, impreparati a sostenere un confronto meno basato sulle apparenze.
Non comprendono che la loro salvezza e salute mentale si celano proprio là dove non vogliono andare.
IV
La tragicità maschile
Nel labirinto, non si estingue l'eroe

Bartolomeo Veneto, Ritratto di gentiluomo (1510 ca). Fitzwilliam Museum, Cambridge.
Va girovagando ancora il maschio, inseguendo la sua identità d'uomo.
Nel labirinto che si è costruito, fingendosi perso,
non può trovare il sestante adatto. Pare finito quel tempo in cui l'eroe,
da solo, ritrovava l'uscita senza fili d'Arianna,
non si assopiva in esso appagato di essere padre.
Tragico è vivere . È una condizione incancellabile, è incisa nei nostri destini in quella parentesi breve tra il nascere e il morire. Il tragico non si aggiunge a noi, è già in noi: e facciamo ogni sforzo, inventiamo ogni artificio, per non vederlo. Ogni purificazione e lavacro sono inutili però se non lo si accetta, nella sua tremenda bellezza. Il tragico è la costitutiva mancanza di qualcosa di irraggiungibile: l'eternità, la verità, la suprema saggezza, la rivelazione. Per la sorte del maschio, abbiamo già detto, è la penuria di una parte di sé, che la donna possiede e che gli impedisce di raggiungere la pienezza e la felicità. Felice è chi accetta la tragica impossibilità di generare in proprio. Ma soltanto (per grazia o disgrazia) per il tramite di un corpo di donna, di cui ha bisogno per mutarla nello strumento, nell'alambicco, nel crogiolo che la natura gli ha negato. In un vaso fertile: nel quale riversarsi a proprio piacimento, ammesso che gli interessi veder nascere un estraneo che potrebbe, per giunta, non assomigliargli o non essere del sesso atteso: un maschio. Un contenitore docile, la donna, che esprime a sua volta la sua tragicità: di essa, a lungo, maschi e uomini, qui il distinguo è indifferente, ritennero di poter fare quel che più loro garbasse. Sfiancandolo, dimentichi delle viscere prolifiche, fino a violentarlo e ad annientarlo. Per figliare, propagare la stirpe, per poi ripudiare chi fosse di troppo o non nato al momento giusto.
V
In fuga da se stessi
L'epica della solitudine

Gustave Caillebotte, La partie de bésigue (1881). Collezione privata.
Ai tavoli da gioco l'interiorità è calcolo, astuzia o imbroglio.
La lontananza dagli altri, una concentrazione bellica.
Il silenzio? Risparmio di fiato o inganno.
Qui, si celebra la dissacrazionedi ogni epopea della solitudine.
L'eroe, che non rinuncia alla sua missione ancestrale, vuole essere solo. Non teme la solitudine perché in ogni circostanza ha se stesso: nell'eremo o nella folla, nel convivio o nel pasto frugale, consumato nella propria cella cercata. In ogni luogo egli si trovi, la sua forza interiore coltivata con pazienza lo rende amabile, sollecito. Non è misantropo, asociale, intollerante. Sa di essere un uomo che ha imparato a farsi domande, prima di porle agli altri. Questa è la sua ancestrale condizione. Si stupisce che non si comprenda che per combattere o prevenire le solitudini più aspre e infelici questa sia la via maestra. Fare esercizi piacevoli e fecondi di solitudine, capire che dalla condizione umana non può essere estirpata sono consigli che timidamente propone a chiunque sia incuriosito da quel suo austero incedere. Lento e di parche parole. Schivo e insieme disponibile al mondo.
VI
Ritratti virili
Nobili d'animo e di silenzi

Gustave Caillebotte, Jeune homme à la fenêtre (1875). Collezione privata.
Senza un volto, quest'ombra in controluce insegue un'ispirazione a noi ignota.
L'uomo solo guarda nella quasi deserta e tranquilla strada o in se stesso?
Pensosamente, nell'uguale silenzio, attende di voltarsi
alla ricerca del ritratto e delle parole che più gli si addicano.
Il capitolo si compone di alcuni monologhi recitati da uomini diversi, definiti da un epiteto quali L'indocile, Il predestinato, L'innocente, La sentinella, e altri. Siamo di fronte ad un cambiamento brusco di genere letterario: dal saggio, ancorché permeato di toni lirici, si passa alla prosa introspettiva; quanto esposto, nelle pagine precedenti, in maniera denotativa, viene esemplificato soggettivamente, i personaggi rendono palese al lettore il proprio esercizio di autocoscienza. "Confessioni" vivide, coinvolgenti, non di rado criptiche, che emozionano e fanno riflettere il lettore, che non necessariamente può identificarvisi o approvare.
L'innocente
L'uomo che osò tornare bambino
Fui bambino, ma non lo seppi in tempo; fui ragazzo, me ne accorsi troppo tardi; fui uomo dalle tentazioni maschili e, con parsimonia, mi dedicai a esse. Non mancai mai agli appuntamenti odiosi; ascoltai parole vacue mostrando dispiacere; fui ipocrita, non v'è dubbio. Mio malgrado, il volto che mi ero piallato addosso insospettì chiunque volle incontrarmi e preferì rinunciare a chiedermi consiglio. Mi dedicai, allora, a esercizi di rappacificazione con l'umana specie: feci pratica d'essi, meticolosa e paziente. Poi decisi che i gatti facevano soprattutto per me. Il loro andare e venire sul davanzale, quel ritmo, mi dava sollievo contro la luce estiva. Mi spiegarono, sornioni, che il mio cappello ridicolo attraeva i passeri. Lo colmai di briciole. Tardivi, i giochi entrarono nelle mie giornate: mi concessi innocenti evasioni e inganni. Ai gatti si avvicendarono le donne. Mi sorpresi a ridere con me stesso, mi piacque: imparai a schernirmi. Divenni più libero nelle idee, lo sguardo entrò nella leggenda della mia ironia proverbiale. Ai giardini pubblici, in camicia, volli entrare nelle fontane per il sollazzo dei fanciulli. Fu un battesimo breve, poi redento da un gelato alla vaniglia.
VII
A scuola dalle donne
Esercizi per maschi affaticati

Edgar Degas, Monsieur et Madame Manet (1868 - 1869). Kitakyushu Municipal Museum of Art.*
Abbandonato, anzi riverso e svogliato, lui si annoia.
Pensieri non a fondo pensati vagano e scivolano sul guanciale.
Lei è operosa: forse scrive, legge, ricama,
suona il piano per l'indolente incanutito, amato nonostante tutto.
Figure di interiorità riconciliate dal silenzio.
I valori civili dell'interiorità
Ormai è tempo di congedarci. Non prima di aver speso qualche auspicio. Affinché tra uomini con uomini, tra donne con donne, tra gli uni e le altre, si saldino alleanze all'insegna della difesa della vita interiore di tutte e di tutti. L'abbiamo dichiarata in pericolo. Anche se non parrebbe. Dinanzi agli esibizionismi odierni. La minaccia è costituita dal farne commercio all'eccesso, non un'occasione privata e discosta di ricerca. Come fin qui tanto abbiamo insistito. La vita interiore autentica rifugge dallo sfoggiarla ai quattro venti. Il silenzio, il sussurro, l'ammiccamento ne sono le qualità virtuose.
L'interiorità sa ispirare climi civili di convivenza, stili di vita e di condivisione. Modi di essere e lavorare bene insieme.
ll capitolo si chiude, fra il serio e il faceto, con tre suggerimenti per favorire le arti della vita interiore; tre conversazioni aventi come temi la poesia, l'autocoscienza, il cammino come metafora: consigli, suggerimenti, istruzioni per l'uso, mai moralistici, né supponenti, da "padre spirituale".
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* https://oblivioni.org/degas-manet-and-the-mystery-of-madame/ qui per chi vuol conoscere la storia di questo quadro dimezzato, anche se non ha attinenza con il testo presentato.
VIII
Un commiato incruento
Per dimenticare Giuditta

Agostino Carracci Ritratto di dama come Giuditta 1590-1595
Avvicinatasi alla colonna del letto di Oloferne,
ne staccò la scimitarra di lui; poi ne afferrò la testa
per la chioma […]. E con tutta la forza di cui era capace
lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa […].
IL LIBRO DI GIUDITTA 13,6 - 8
Il libro, con macabra simmetria, si chiude con un'altra testa mozza; il colpo mortale stavolta è stato sferrato da mano femminile. La dama che ha posato nelle vesti dell'eroina biblica ha lo sguardo vacuo e il viso inespressivo, sembra, nonostante l'abito sontuoso, una massaia al mercato che ha sollevato un pollo dal banco. Chissà per quale ragione una paffuta signora, dal pacifico sembiante ha voluto farsi ritrarre nelle vesti della vendicatrice Giuditta. E chissà perché, fra le numerose Giuditta dei quadri, ben più drammatiche, penso a Caravaggio o ad Artemisia, l'autore abbia scelto proprio questa.
Giuditta, una donna questa volta, spicca la testa dal busto del nemico e, pure lei, come Davide, non conosce pietà. Simile a un maschio crudele. Poi, l'eroina, fatto un cartoccio del cimelio lordo di sangue, si presenta alle porte della città di Betulia e urla agli attoniti e ignavi maschi di Israele che a tanto ardire non avevano saputo arrivare. [...]
La sconfitta di Golia, la cui testa mozzata abbiamo ancora negli occhi, risfogliando le prime pagine, può vedere alternarsi i contendenti. Gli uni assumere i panni delle altre. In un gioco complicato che confonde le idee ai cercatori incalliti di qualche vagheggiata purezza: dei "veri uomini" e delle "autentiche donne".
Il giovane vincitore vanesio può trasformarsi in una sanguinaria Giuditta o in una spietata Salomè: così compiaciuta, nell'ammirare la testa servita su un piatto di Giovanni Battista. [...]
Senza misericordia, cinici, ingrati siamo stati e siamo noi uomini. Come negarlo? Lo siamo tendenzialmente più in gioventù, o quando cerchiamo di prolungarne i poteri conquistati fino a quello spasmo che può esserci fatale. Poi, allo scemare degli anni, le conversioni e i mea culpa sogliono moltiplicarsi. Per precauzione o per sincerità cui si possa credere. A meno che non sia stata la nostra storia interiore, la sua progressiva conquista, e non solo i successi mondani, a vederci meno vili – seppur mai veramente pronti – all'approssimarsi dell'epilogo. Oggi, come negarlo, molte cose sono cambiate nelle relazioni tra i sessi, chi potrebbe mai scagliare la prima pietra?
Chi può ritenersi esente da talune pessime consuetudini? Chi si permette di ritenere che il vuoto di interiorità, dinanzi agli spettacoli privati e pubblici cui assistiamo, sia soltanto un vizio, un istinto, una inequivocabile caratteristica tipicamente maschile?
Il pericolo, più volte lamentato, è che le donne possano contrarre per troppa frequentazione con noi qualche pessima consuetudine. Abbiamo insegnato noi per primi, a voi, a tagliare le teste: in nome di una passione travolgente, di una gelosia possessiva, di un popolo da salvare, di un regolamento di conti da adempiere. Il rischio è che restiate intrappolate in un troppo estroverso contagio maschile.
Insomma il sospetto, non tanto ipotetico, è che fra donne e uomini, più che di virtù, ci sia stato uno scambio di vizi. Su ciò sarà bene riflettere.
Gralli
