Amok

25.10.2026

Possessione

La nave, una realtà parallela, extraterritoriale fra partenza e arrivo, oscillante su un elemento instabile, misterioso, soggetto a furie improvvise; scenario e metafora delle umane, meschine rappresentazioni. Su questo palcoscenico fluttuante, avviene, nell'oscurità, in forma di racconto, rivolto all'io narrante, la recita di uno sconosciuto che si nasconde agli sguardi degli altri passeggeri.
È un medico, fuggito in una remota zona nelle Indie Orientali Olandesi per una brutta faccenda di cui si è reso colpevole in patria. Nessuna terra promessa, nessun riscatto; i territori d'oltremare non hanno nulla di romantico. Nessuna missione di civiltà, ma febbri, clima torrido e malsano, straniante abbrutimento; nostalgia di una patria alla quale si è ormai divenuti alieni.
Poi l'incontro fatale, una donna venuta a fare una terribile richiesta al medico, per salvare la propria rispettabilità. Questi in preda ad una irrazionale, improvvisa, possessione erotica, richiede un ignobile scambio per acconsentire. Il rifiuto della donna, e quindi la tragedia, conseguenza di un rimedio clandestino, affrettato e maldestro. Non resta allora, sulla nave diretta in patria, che il tentativo disperato e folle di salvare l'onore di lei, serbando il suo ignominioso segreto, a qualunque costo. Un segreto celato in una bara, a sua volta chiusa nella stiva.
La possessione violenta, che già al primo incontro con la donna, scuote la mente del medico è l'amok*. Cominciata come un trasporto erotico, è diventata una furia autodistruttiva, dominata dall'ossessione di portare a compimento una tragica promessa.
Un racconto compatto e denso, pervaso da una fatalità da tragedia greca, nel quale il protagonista rotola verso la rovina posseduto da una forza incontrollabile.
Una scrittura sontuosa, raffinata, magicamente evocativa, che dipana davanti al lettore paesaggi e ambienti coloniali privi di ogni compiacente esotismo, mostrandone l'aspetto squallido e degradato.
Uno sguardo penetrante e minuzioso nell'abisso delle passioni umane e delle loro devastanti, ineluttabili, conseguenze.

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*L'amok è una sindrome culturale tipica delle regioni del Sud- est asiatico, della Malaysia, dell'Indonesia e della Nuova Guinea. La parola si riferisce a una condizione temporanea di furia violenta e omicida. (cit. Wikipedia)

Sfogliando il libro

 [...] io, assorto nel fissare in basso la schiumante lama della prora e in alto la Croce del Sud, sedendomi non avevo notato quel vicino, che doveva essere rimasto lì immobile tutto il tempo. In modo meccanico, ancora stordito, dissi in tedesco:
«Mi scusi!.»
«Ma le pare…» rispose in tedesco la voce dal buio.
Non saprei esprimere quanto bizzarro e orrendo fosse quello starsene seduti in silenzio, uno accanto all'altro nell'oscurità, a un passo da qualcuno che non si vedeva. D'istinto avevo la sensazione che quell'uomo mi guatasse, così come io guatavo lui: ma la luce sopra di noi era talmente intensa nel suo fluire bianco e scintillante, che uno riusciva a captare dell'altro solo la sagoma nell'ombra. Mi pareva di intendere soltanto un respiro e un succhiar la pipa fra continui sbuffi.
Il silenzio era insopportabile. Avrei voluto andarmene, ma la cosa poteva sembrare troppo brusca, troppo precipitosa. Nell'imbarazzo cavai di tasca una sigaretta. Il fiammifero si accese sibilando, per un attimo la luce illuminò lo spazio angusto. Scorsi dietro le lenti una faccia sconosciuta, mai vista a bordo, né durante i pasti né in altro luogo, e fosse il fastidio agli occhi per la fiammata improvvisa, oppure un'allucinazione: pareva orrendamente stravolta, fosca e coboldesca. Ma prima che potessi percepire con chiarezza i particolari, il buio inghiottì di nuovo i tratti fugacemente illuminati, vedevo soltanto la sagoma di una persona, scura dentro l'oscurità e, di quando in quando, il cerchio rosso fuoco della pipa nel vuoto. Nessuno parlava, e quel silenzio era soffocante e opprimente come l'atmosfera tropicale. A un certo punto non ce la feci più. Mi alzai e dissi con gentilezza: «Buona notte.» «Buona notte» rispose dal buio una voce rauca, dura, arrugginita. Mi avviai a fatica, inciampando nelle attrezzature, lungo le bitte. Ed ecco risuonare alle mie spalle, frettoloso e incerto, un passo. Era il vicino di prima. Istintivamente mi fermai. Non si accostò del tutto, attraverso l'oscurità percepivo nel suo modo di camminare non so quale timore e angoscia.
«Mi scusi» disse poi in affanno «se le rivolgo una preghiera. Io… io…» balbettò, incapace, per l'imbarazzo, di continuare senz'altro il discorso «io… io ho motivi personali… del tutto personali di rifugiarmi in questo posto… un lutto… io evito la compagnia a bordo… Non intendo lei… no, no… Vorrei soltanto pregarla… le sarei molto obbligato se non lo dicesse a nessuno a bordo che lei mi ha visto qui… Si tratta… si tratta, per così dire, di motivi personali, che mi impediscono al momento di stare in mezzo alla gente… sì… insomma… sarebbe imbarazzante per me, se lei ne facesse parola, che qualcuno qui di notte… che io….»

Claude Monet Navigazione al chiaro di luna (dettaglio)

L'uomo misterioso racconta la sua storia.

 Era giusto dopo il periodo delle piogge, per settimane e settimane l'acqua era caduta a scroscio sul tetto, non si era visto assolutamente nessuno, nessun europeo, e io lì, un giorno via l'altro, in casa, con le mie donne gialle e il mio buon whisky. In quel momento ero proprio giù, in pieno mal d'Europa; se in qualche romanzo leggevo di strade luminose e di donne bianche, cominciavano a tremarmi le dita. Non riesco a descriverle per bene quello stato, è una sorta di malattia tropicale, una nostalgia dirompente, febbrile e tuttavia inerte, che a volte ti piglia. Sicché quel giorno me ne stavo, mi pare, a contemplare un atlante, sognando non so quali viaggi. Quand'ecco, bussarono concitati alla porta: fuori c'è il boy e una delle donne, entrambi con gli occhi sbarrati per la sorpresa. Gesticolano come matti: è arrivata una signora, una lady, una donna bianca. Io salto su. Non ho sentito carrozze o automobili. Una donna bianca lì, a casa del diavolo? Faccio per scendere le scale, ma poi mi ritraggo. Un'occhiata allo specchio, mi riordino un poco alla svelta. Sono nervoso, inquieto, come tormentato da un brutto presentimento, non conoscendo nessuno al mondo disposto a venire da me per amicizia. Finalmente scendo. Nell'ingresso mi attende la signora, che mi viene incontro affannata. Un fitto velo da automobilista le copre il volto. Mi accingo a salutarla, ma lei mi tronca le parole in bocca. "Buon giorno, dottore" dice in un inglese sciolto (un po' troppo, forse, e come se il discorso fosse preparato). [...] "  Ho sentito tanto parlare di lei; con il vicepresidente ha compiuto un vero miracolo, la sua gamba funziona di nuovo alla perfezione, gioca a golf come prima. [...]   «E così seguita a chiacchierare, in fretta, sempre più in fretta, senza che io possa fare motto. C'è qualcosa di nervoso, di isterico in questa verbosità, e finisce che mi innervosisco anch'io. Perché parla tanto, mi chiedo dentro di me, perché non si presenta, perché non si toglie il velo?  [...]  Sa, oggi, fra l'altro (e seguitava a non voltarsi), mi è venuto in mente di consultarla magari anch'io… e siccome si  passava di qui, ho pensato… be', ma ora lei avrà certo da fare… è meglio che ripassi un'altra volta". «Le vuoi scoprire, finalmente, le tue carte? mi venne fatto di pensare. Ma non lasciai trasparire nulla, anzi le assicurai che per me sarebbe stato comunque un onore essere a sua disposizione anche subito, o in qualsiasi momento lei volesse.  [...] A quel punto lei si gira di scatto. Attraverso il velo sento uno sguardo freddo, deciso, puntarmi addosso.  [...]  «Dunque, mi stia a sentire… ma prima cerchi di afferrare un attimo la situazione. Uno si sta sfacendo nella sua solitudine, ed ecco che gli piove in casa una donna, entra nella sua stanza la prima donna bianca da anni… e di colpo io avverto: c'è qualcosa di perverso nella stanza, un pericolo. Era come un brivido: provavo orrore per la ferrea determinazione di quella donna capitata lì con i suoi discorsi a ruota libera, che poi all'improvviso ti sfodera la sua richiesta come un coltello.  [...] lì c'era una… sì, una determinazione ferrea, virile… dal primo istante mi resi conto che quella donna era più forte di me… che era in grado di piegarmi al suo volere come le pareva… Ma… ma… anche in me c'era qualcosa di perverso… il maschio che si ribellava, non so quale risentimento, perché… l'ho già detto… dal primo istante, anzi, ancor prima di vederla, sentii quella donna come un nemico. Lì per lì non feci molto. Tacevo astioso e caparbio. Sentivo che lei mi fissava da dietro il velo, secca e imperiosa, che voleva costringermi a parlare, ma… cercando di svicolare… istintivamente imitai i suoi modi ciarlieri, svagati. Finsi di non capirla, perché - non so se lei è in grado di immedesimarsi nel mio stato d'animo - volevo costringerla a diventare esplicita, non volevo essere io a offrire, ma… essere pregato… proprio da lei, perché si presentava con tanta spocchia… e perché sapevo che nelle donne niente è per me più irresistibile di quei modi arroganti e freddi. Sicché tergiversavo.

Qui mi fermo, la donna, con alterigia, fa al medico la sua richiesta, e questi stabilisce "l'onorario", un prezzo che non si richiama certo all'etimologia del termine, da qui ha inizio la tragedia.

Ritratto di Adele Bloch Bauer Gustav Klimt

Gralli

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