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Il vicequestore, raggiunto il suo ufficio, in attesa dell'arrivo del perito dell'assicurazione, cercò di riordinare le idee anche alla luce del breve comunicato dei Carabinieri secondo il quale la devastazione dell'ex studio notarile era stata quasi certamente una vendetta dal momento che, era ormai certo, nulla era stato rubato. Questo poteva suffragare l'ipotesi di un collegamento con l'omicidio: la stessa mano aveva colpito chi aveva usufruito di una donazione illecita e chi l'aveva ratificata a norma di legge, quindi quella di Alberico, vittima di quel sopruso. Ma perché adesso, dopo tanti anni?
L'incendio invece pareva fuori discussione: poteva proprio trattarsi di un banale tentativo di truffa ai danni dell'assicurazione, viste le condizioni in cui versava l'albergo. Era possibile che la Luisa avesse beccato il Direttore proprietario Ferrando col fiammifero in mano da cui la minaccia di spifferare tutto. Se le cose stavano così almeno la rogna dell'incendio se la sarebbe grattata il malfidato di professione dottor Quattrocchi che, proprio in quel momento, dopo un discreto colpetto alla porta, fece il suo ingresso nella stanza. Costui era un uomo dall'età incerta, fra i trenta e i quaranta, a giudicare dal suo nome di battesimo d'annata. Basso di statura, grassoccio, con gli occhi porcini, stringeva fra le mani sudaticce una cartella di cuoio consunta e rigonfia. Rivolgendo al vicequestore un sorriso stereotipato si sedette pesantemente senza attendere il si accomodi! Dalla sua borsa vennero fuori un bel po' di notizie fra cui una particolarmente interessante.
Riferì a Montessoro che, vista l'entità della somma assicurata, si era precipitato immediatamente sul luogo dell'incendio trascurando tutte le altre perizie in corso; in questi casi un rapido intervento poteva scongiurare l'inquinamento delle prove.
«Anche per voi è così vero?» chiese con tono condiscendente.
La tacita risposta di Luca non ebbe nulla da invidiare al commento che avrebbe fatto la sua ispettrice dal linguaggio forbito. Il perito spiegò inoltre che i suoi sospetti, al di là della doverosa cautela professionale, si erano attivati, disse proprio così, al nome della persona che occupava la suite distrutta. Aveva avuto l'impressione di averlo già sentito e gli era bastata una rapida ricerca – in un data base ad uso di noi professionisti – per trovarlo: compariva in una lunga serie di piccole truffe ai danni di differenti compagnie di assicurazione.
Luisa Bisso, che indebitamente si faceva chiamare vedova Perego, era in realtà nubile come aveva personalmente verificato all'anagrafe: non si era mai sposata e fin qui, commentò il Quattrocchi, niente che possa interessarci. Sara Andreoli – che proprio in quel momento si precipitò nell'ufficio, senza bussare, sventolando trionfante alcuni fogli – gli avrebbe dato torto. Ma questo si vedrà in seguito. Il vicequestore la fulminò con un'occhiataccia, ma lei chiudendo la porta esclamò ridendo: «Vedrà, ne valeva la pena!»
Il perito, sollevando le sopracciglia in segno di sdegnosa disapprovazione, continuò elencando una lunga serie di piccoli imbrogli, tutti smascherati. Il primo risaliva ad una ventina di anni prima, quando la signorina aveva ancora il permesso di guida: aveva tentato di farsi risarcire per un grave danno alla sua auto che, come si scoprì, aveva lei stessa volontariamente provocato. Seguivano poi a distanza di tre o quattro anni altri tentativi simili, tutti scoperti. Per esempio aveva cercato di farsi pagare i danni da un supermercato per uno slogamento alla caviglia che si rivelò essere avvenuto altrove. Un'altra volta non aveva esitato a sostenere di essere stata travolta, sulle strisce pedonali, da un motociclista: fu sbugiardata da un testimone attendibile, un vigile urbano in borghese che passava di lì per caso. Di questi giochetti se ne potevano elencare almeno una decina; il sospetto che fosse coinvolta come complice nell'incendio non era da escludersi.
Il meticoloso professionista bloccò il echissenefrega che aveva letto negli occhi del vicequestore calando il suo carico da undici. Tutte le volte che la truffatrice veniva minacciata di denuncia riceveva un aiuto, si potrebbe dire, dal cielo.
«E vedrà – disse il perito con l'aria di chi sa il fatto suo – che non ho usato a caso questo termine!» Qualcuno metteva a tacere i truffati con sostanziose somme che venivano pagate sempre dallo studio notarile Ricci e, quando questo cessò l'attività, dalla filiale di una banca tedesca. Il solerte professionista era in grado di rivelare l'identità del misterioso pagatore anzi, pagatrice, naturalmente sempre attingendo al suo esclusivo data base che era meglio del Pozzo di San Patrizio. « Falla corta e dimmi chi è, stronzo!» pensò Luca che sperimentava di persona le qualità terapeutiche del turpiloquio. Chi tirava fuori dai guai la signorina Bisso era una certa Brigitte Müller, alias la defunta suor Ildegarda, come il dottor Quattrocchi aveva accertato.
«Caro dottor Quattrocchi! Lei è veramente un investigatore straordinario, ha mai pensato di entrare nella Polizia?»
«Oh, signor vicequestore, lei mi fa troppo onore!» disse, ostentando modestia, il diligente perito mentre fra sé pensava E bravo, col cazzo di stipendi che prendete!
Luca dovette riconoscere onestamente che questa notizia, oltre ad essere oltremodo interessante, aveva fatto risparmiare un bel po' di tempo ai suoi collaboratori. Il povero Quattrocchi era antipatico come la merda, ecco che parlava di nuovo come la Andreoli! Però solo fra sé e sé, si giustificò; aveva perso il filo dei suoi pensieri, ah! era odioso ma doveva offrirgli almeno un caffè, però non al distributore. Prima di uscire per andare al bar, stabilirono che il bravo Christian avrebbe atteso un po' prima di inoltrare il suo rapporto, giusto il tempo di sentire la Bisso Luisa – signora o signorina che fosse – e anche Oreste Ricci, che di cose doveva saperne parecchie. Sarebbe stato meglio che si sentissero tranquilli.
Bevvero il caffè come due vecchi amici, si scoprirono tifosi, sostenitori come preferiva dire il vicequestore, della stessa squadra di calcio, il trionfo della quale aveva scatenato il giubilo di piazza dalla domenica sera fino a gran parte della notte. Espressero qualche parere sull'allenatore e sulle tecniche di gioco, Luca si rammaricò di non aver avuto il tempo di leggere i commenti sui giornali: il lunedì lo aveva passato alle prese con un cranio fracassato. Christian allora, molto premurosamente, si offrì di portargli quelli che aveva ancora nella sua auto, segnalandogli un paio di articoli veramente eccellenti. Con i giornali sotto il braccio Montessoro, mentre si congedava dal Quattrocchi stringendone la mano umidiccia, vide arrivare Stefano. A giudicare dall'ampio cenno di saluto e dal sorriso a tutta bocca che gli aveva rivolto, doveva essere latore di buone nuove.
«Allora! Che sei felice si vede, ci manca solo che scodinzoli!»
«Sentirai, sentirai che novità!»
Una volta in ufficio, decisero di leggere per primo il rapporto che Sara aveva consegnato facendo irruzione nella stanza durante la visita del perito Quattrocchi. La ragazza si era ricordata che lo zio, Luciano Devoto, era stato per anni barelliere al Marchesa Clotilde nello stesso periodo in cui vi prestavano servizio la Luisa e suor Ildegarda. Si ricordava benissimo di entrambe e di tutte le voci, non proprio benevole, che circolavano sul loro conto.
«Misterioso caso di omicidio risolto da una banda di vecchi pettegoli!» commentò un po' acidamente il vicequestore.
«Vai avanti a leggere, il tuo parere lo dirai dopo!»
La Luisa Bisso, venticinquenne e bellissima, era stata assunta come inserviente, lavorava in cucina e si occupava delle pulizie. Se necessario dava una mano a lavare i malati, ad imboccarli, a girarli nel letto. Le sue ore di lavoro erano solo giornaliere. Appena arrivò, tutti, giovani e meno giovani, cominciarono a farle la corte, compreso lo zio Luciano che era belloccio e scapolo, e lo è ancora, scapolo, belloccio non lo è più.
Ben presto però fu chiaro che le preferenze della ragazza erano diverse. Ben lungi dal farsi insidiare, era piuttosto lei che molestava le altre ragazze. Ci fu qualche lamentela, poi messa a tacere, e l'insinuazione – pronunciata a bassa voce e con tono molto scandalizzato – che fosse stata vista, in una camera vuota, amoreggiare in modo spinto, come si diceva allora, con un'infermiera. Qualche minaccia di rapporto ai superiori bastò a tappare la bocca ai pettegoli, almeno fra le corsie. Quando, pochi mesi dopo di lei, arrivò suor Ildegarda, le chiacchiere sembrarono riprendere vigore, perché questa monaca, solitamente così dura, le manifestava il suo affetto in modo tanto aperto e tenero da destare i peggiori sospetti, visti i precedenti. La controffensiva a queste malignità consistette nel divulgare la voce che la Luisa, da bambina, fosse stata assistita, durante una brutta malattia, proprio da suor Ildegarda, che le aveva salvato la vita. Non si sa chi avesse avuto la bella trovata, fatto sta che funzionò almeno per un po', fino a quando si venne a sapere che entrambe provenivano per nascita dallo stesso istituto di accoglienza per ragazze madri. I pettegolezzi, veri o falsi che siano, sono come le barzellette: hanno sempre un'origine misteriosa, forse si producono per generazione spontanea.
La Luisa però, in qualche modo, riusciva sempre a dare scandalo. Capitava spesso che molti anziani malati, di sesso maschile, all'oscuro delle sue inclinazioni, pretendessero di essere accuditi solo da lei; molti avevano anche le mani lunghe, ma era il massimo che potessero permettersi. La ragazza non si lamentava perché riceveva sempre in cambio qualche regalino – in denaro, si capisce – che gli astuti infermi si facevano portare dai parenti con la scusa di far dire una messa o per qualche offerta caritatevole. Bisogna ammettere che quest'ultimo pretesto non era poi così lontano dal vero. Ogni tanto qualcuno di essi – moglie, figlio, nipote – grazie alla delazione di qualche invidiosa, lo veniva a sapere, ma la capo–infermiera delle suore, con diplomazia, ovvero mentendo spudoratamente, non solo li tranquillizzava negando una simile assurdità, ma riusciva ad ottenere un ulteriore obolo.
Secondo la testimonianza dello zio Luciano, le due rimasero per qualche anno in servizio insieme; la Luisa poi, come sappiamo, integrava i suoi guadagni con l'assistenza privata notturna. Questa non era di tipo specialistico: ciò che le veniva richiesto era di sorvegliare il malato, di fargli assumere le medicine, di provvedere al suo nutrimento e alla sua igiene. Ed ecco, a tale proposito, entrare in scena l'industriale lombardo Aristide Perego, che trascorreva i mesi freddi nella nostra città perché il clima mite giovava alla sua salute. Una notte venne ricoverato d'urgenza in seguito a gravi problemi respiratori e rimase al Marchesa Clotilde per varie settimane. Afflitto da molteplici patologie e necessitando di essere accudito come un bambino, aveva manifestato, come molti altri, una spiccata preferenza per la Bisso.
Al momento della sua dimissione, i parenti la assunsero volentieri per l'assistenza notturna, convinti che i desideri del malato andassero assecondati. Poiché il Perego era vedovo e i suoi due figli maschi erano impegnati nella conduzione della ditta, a tenergli compagnia era rimasta una sua sorella nubile, anziana, ma attiva e in ottima salute che, con l'aiuto di una cameriera, si occupava di lui durante il giorno. Essendo l'infermo assai devoto, riceveva molto spesso la visita del parroco. Tutto andò bene per qualche mese, poi la Perego sorella cominciò ad insospettirsi per il rapporto troppo affettuoso che si andava instaurando fra il fratello e l'avvenente badante, come si direbbe oggi.
Non si poteva negare che l'umore dell'infermo, di solito cupo, si era decisamente rischiarato e il suo temperamento bilioso, addolcito. Per queste ragioni aveva acconsentito al desiderio dell'Aristide di manifestare con qualche regalino, di tanto in tanto, la sua riconoscenza a chi lo accudiva con tanta dedizione; dapprima roba da poco, un foulard, un'acqua di colonia, un libro di Liala, una piccola somma cosicché la tusa potesse comprarsi quel che voleva. Col passare del tempo però i regalini aumentavano di frequenza e di valore e, secondo il giudizio dell'avveduta signorina Perego, non potevano più essere considerati semplici presenti offerti, per gratitudine, ad una persona di servizio. Anche gli sguardi che i due si scambiavano sembravano più quelli di due innamorati che quelli che un paziente rivolge alla sua infermiera e viceversa.
Informò i nipoti di questo stato di cose ma costoro, che avevano ben altri problemi, la tranquillizzarono con buoni argomenti: il padre aveva abbastanza denaro per permettersi qualche dono, la ragazza meritava riconoscenza per la sua pazienza e conveniva tenersela buona. La zia rimase con i suoi dubbi ma, poiché contava come il due di briscola e dipendeva economicamente da loro, se ne stette e non ne parlò più.
Una sera, subito dopo cena, si presentò come al solito il parroco per la consueta recitazione del rosario settimanale, questa volta però era accompagnato da due parrocchiane. La scettica signorina Perego, che bazzicava poco chiese e sacrestie, non si stupì più di tanto pensando ad una forma più solenne di preghiera, magari in occasione di una ricorrenza particolare che lei ignorava. «Forse oggi è sant'Aristide» pensò, e fece entrare nella stanza dell'infermo il terzetto al quale si aggiunse, insolitamente, la Luisa.
La cameriera invece espresse le sue perplessità: «Perché quella lì che non prega mai stasera è entrata?»
Tanto bastò ad attizzare il sospetto della sua padrona che, senza tanti riguardi, spalancò la porta proprio nel momento in cui il parroco portava a compimento la fatidica formula che sanciva l'unione indissolubile. Diversamente da quanto era accaduto in altri famosi tentati sponsali, la Perego sorella non aveva avuto il tempo di gettare un tappetino da tavolo sulla testa del celebrante per tappargli la bocca: il sacramento aveva avuto luogo e l'unione era valida, almeno davanti a Dio.
Su quel che accadde subito dopo, le versioni erano discordanti. Chi diceva che la Luisa venisse cacciata su due piedi – in pantofole e senza neppure i soldi per il tram – accompagnata da una raffica di insulti sull'onorabilità sua e della madre. Qualcuno giurava che il povero Aristide, in preda ad una crisi respiratoria causata dal dolore, fosse morto la sera stessa delle sue nozze. Qualche bene informato malignamente insinuava che il prete, dopo aver sveltamente recuperato l'assegno offertogli per il suo servizio, se la fosse data a gambe con una velocità insospettata per un uomo della sua età, seguito a ruota dalle due parrocchiane che avrebbero avuto però il tempo di sentirsi apostrofare come ruffiane dalla signorina attraverso la finestra.
Comunque fossero andate le cose, sicuramente doveva essersi scatenato un bel putiferio. Lo zio Luciano era venuto a conoscenza del matrimonio direttamente da una delle testimoni, ma non aveva avanzato nessuna ipotesi sul dopo cerimonia ; si era limitato ad attenersi ai fatti e a riferire qualche voce senza dare nulla per certo: non era mica una ciattella ! – una pettegola. La famiglia di Aristide Perego era intervenuta tempestivamente con tutto il peso della sua influenza. Il giorno dopo la parola d'ordine in ospedale era: Guai a chi apre la bocca! In ottemperanza a questa disposizione nessuno disse niente ma, poiché il divieto non valeva extra moenia e al di là delle ore di lavoro, la fantasia pettegoliera ebbe modo di scatenarsi nelle più audaci congetture. Ognuno, sul poco che sapeva, ricamava e abbelliva secondo le proprie capacità creative. E diffondeva.
L'inserviente Bisso Luisa riprese servizio, ma fu assegnata stabilmente alle cucine con l'espressa interdizione di avvicinarsi ai pazienti, specie se maschi, anziani, malandati e facoltosi. Il suo silenzio e l'obbligo di astenersi da qualunque rivendicazione pare fossero stati comprati con una somma di tutto rispetto. Il parroco, nel giro di poche settimane, venne trasferito ad altra sede; la cronaca non riferisce se fu obbligato a restituire il cospicuo assegno ricevuto per la celebrazione delle nozze.
Qualche mese dopo questi avvenimenti un altro paziente anziano, nobile, ma molto meno facoltoso venne ricoverato, in gravi condizioni, nello stesso ospedale. Lo zio Luciano era in quel momento uno dei barellieri di turno, quindi toccò a lui condurlo d'urgenza al Pronto Soccorso e consegnare all'assistente del medico, una delle suore infermiere, i suoi documenti. Costei dopo avervi dato una rapida scorsa fu colta da malore e cadde a terra svenuta. Si ricordò di questo episodio, di per sé insignificante, perché la suora in questione, burbera e sempre accigliata con i malati, soprattutto se uomini, era solita rimproverarli per le loro lagnanze accusandoli di essere delle donnette svenevoli. Questa volta era stata a lei a svenire e Luciano ci aveva provato gusto.
Nei giorni seguenti ogni volta che l'incontrava, con evidente falso interessamento per la sua salute, non mancava di domandarle se si fosse ripresa dallo svenimento.
«Le suore non dicono parolacce, ma chissà quante ne pensava!» aveva detto ridendo.
Quella suora era Ildegarda; il paziente che aveva provocato il suo turbamento era Tommaso Maria Del Pilastro. Sappiamo già che questo malato sopravvisse al grave colpo ricevuto e poté tornare a casa, godendo dell'assistenza della Mònega de Færo e, all'insaputa dell'ospedale, della Luisa. Il barelliere però aggiunse un particolare inedito.
Il medico, in un primo momento, aveva chiesto per il vecchio Tommaso Maria un'altra infermiera, comprensiva e gentile, cioè suor Marta, che aveva già dato buona prova nel trattare pazienti difficili; ma il giorno prima del suo distacco avvenne un fatto increscioso: un malato a lei affidato ebbe una grave crisi e rischiò di morire. Si scoprì che c'era stato un errore nel dosaggio del suo farmaco e la poveretta fu accusata di negligenza. Nessuno poteva crederci, tutti sapevano quanto fosse scrupolosa e attenta e con quanto zelo si adoperasse per alleviare le sofferenze dei malati. Quando poi si venne a sapere che suor Ildegarda si era immediatamente offerta per quell'incarico, tutti si convinsero, anche se non c'erano prove, che fosse stata lei a manomettere il medicamento di quel poveretto. Forse non era vero, ma era possibile: più di una volta aveva cercato di mettere in cattiva luce altre infermiere, sia laiche che religiose, e non mancava mai di sottolineare pubblicamente gli errori altrui né di segnalarli ai superiori. Comunque fossero andate le cose tutti, personale e degenti, furono felici che se ne andasse; speravano che quel paziente arrogante e maleducato le desse del filo da torcere, e lei a lui: sembravano fatti l'uno per l'altra. La dolce suor Marta poteva invece essere utile ai malati che apprezzavano le sue cure.
Questo accurato rapporto era stato steso, sulla base del resoconto dello zio, dall'ispettrice Sara Andreoli, la quale aveva dimostrato che le sue competenze linguistiche andavano ben oltre il turpiloquio colloquiale di cui si compiaceva in ufficio. Il ritratto di Luisa Bisso, signorina per lo stato civile, signora davanti a Dio, venne completato con le informazioni che il vicequestore aveva ricevuto dall'amico Christian .
Alla fine del racconto Stefano, abbandonando per il momento la lingua di Shakespeare che gli era congeniale, esclamò enfaticamente: «Oh, tout se tient!» e, senza risentirsi dell'occhiata beffarda di Luca, cominciò il suo resoconto.
La méistra Elisa Baghino, detta Lìzin di anni 104, abitava con la nipote Marisa, classe 1944, sul Lungomare in un piccolo appartamento ereditato dal nonno, al primo piano di una palazzina che era stata un tempo una casa di pescatori. Minuta, fragile come una foglia secca, si muoveva tenendo le braccia un poco discoste dal corpo, come se fosse sospinta da leggeri soffi di brezza; una nuvola di capelli candidi le incorniciava il viso rugoso, gli occhi scurissimi e vivaci – che puntavano dritti in quelli dell'interlocutore – avevano conservato un luccichio malizioso, quasi infantile. Andò lei stessa ad aprire la porta e ricevette i visitatori con cordiale allegria. Nulla amava di più che stare in compagnia, soprattutto di persone che volevano ascoltare i suoi racconti del tempo passato, ma non disdegnava neppure di ascoltare le novità o i pettegolezzi del momento.
La Marietta, alzando il tono della voce, presentò se stessa e Stefano fornendo una breve genealogia, il figlio o la figlia di… quello che abitava... sì suo fratello era... sua sorella ha sposato... ed altre notizie utili per una corretta identificazione. Al che la Lìzin aveva annuito e aggiunto alcuni particolari, mostrando così di aver capito bene e di ricordare perfettamente le persone e i fatti citati.
Garbatamente poi fece notare che era vecchia, però ci sentiva benissimo, quindi li pregava di parlare con voce normale. Al nome di Ernestine Müller rispose immediatamente: «Ah, quella refiôza!» Quell'antipatica.
I suoi genitori erano degli arricchiti, ignoranti e volgari; da sempre – fatta eccezione per il periodo della Grande Guerra – trascorrevano le vacanze in quello che oggi è solo uno dei tanti quartieri della città, ma che allora era una rinomata località balneare con propria autonomia amministrativa. Madre e figlia scendevano al Mare Nostrum alla metà di giugno e si fermavano fino alla fine di agosto ma, se il tempo lo consentiva, anche per parte del mese di settembre. Il marito, proprietario di una fabbrica di tubi, le raggiungeva quando era libero dai suoi gravosi impegni. Gli altri ospiti dell'albergo li evitavano: il loro denaro poteva comprare quasi ogni cosa, dal soggiorno nella prestigiosa Suite delle due Marchese all'auto di lusso, ma non la compagnia di quegli snob spocchiosi che non rispondevano al loro saluto, quando li incontravano nei corridoi dell'albergo, e proibivano ai loro figli di frequentare la loro.
I Müller, nonostante fossero dei caproni con le tasche gonfie di palanche, desideravano per Ernestine la migliore educazione: le avevano fatto frequentare le scuole più esclusive in patria e quando erano in vacanza si portavano dietro almeno tre insegnanti private, una per il pianoforte, una per il disegno, una per l'educazione fisica, il portamento e le belle maniere.
«In quest'ultima materia – – commentò maliziosamente la Lìzin – – non faceva grandi progressi: era boriosa e villana con gli adulti e con noi bambini del popolo che, pur non avendo la proibizione di frequentarla, le stavamo alla larga perché ci metteva a disagio con gli abiti eleganti e i bei giocattoli. Lei tuttavia veniva sempre a cercarci, i nostri giochi erano senza dubbio più liberi e divertenti di quelli che facevano gli eleganti signorini dell'albergo. Aveva imparato l'italiano così come lo parlavano i monelli: contaminato da frasi, parole e parolacce in dialetto. Mia madre quando mi sentiva parlare in quel modo mi riempiva di sculaccioni, ed è stato così che ho appreso correttamente la lingua del bel paese là dove 'l sì suona citò ironicamente. Ernestine l'aveva imparata perché i suoi genitori le avevano chiesto di dar lezioni alla figlia.»
Secondo lo stile che li contraddistingueva, avrebbero preteso che l'insegnante si trasferisse presso di loro in albergo e restasse a disposizione; per questo servizio erano disposti a pagar bene, quasi quanto una maestra percepiva in un anno.
«Mia madre per lo stesso compenso era riuscita ad ottenere che fosse la refiôzetta a venire da noi: con quel denaro avrebbe potuto acquistare libri, materiale di cancelleria e soprattutto legna per la scuola serale nella quale lavorava gratuitamente e che aveva sede in uno scantinato umido e freddo. Ogni tanto chiedeva qualche extra per il gusto di spillare denaro a quel pescecane, è giusto che restituisca qualcosa di quello che guadagna sulla pelle degli operai! diceva sempre. Una volta Ernestine era a pranzo da noi e all'arrivo di una terrina di trenette al pesto si era segnata mormorando una preghiera a bassa voce; io, che non andavo mai in chiesa, le avevo domandato cosa stesse facendo e alla risposta ringrazio il Signore per il cibo mia madre aveva replicato seccamente che avrebbe fatto meglio a ringraziare quei poveracci che suo padre sfruttava in fabbrica.»
La maestra Maddalena Oneto, maritata Baghino, praticava una pedagogia moderna e personale. Data la stagione preferiva far scuola all'aperto: sulla spiaggia, in giro per le vie, nelle fasce sulle alture, soprattutto la prima estate, quando Ernestine aveva quattro anni e la piccola Lìzin sei mesi.
«Ci portava in giro tutte e due, io stavo nella carrozzella e lei insegnava alla sua allieva i nomi delle cose che c'erano intorno e le loro proprietà; poi il meritato riposo – su un prato o su una panchina del Lungomare o in spiaggia sotto l'ombrellone – a far merenda. Naturalmente questo me lo ha raccontato la mamma, io ero troppo piccola per ricordarlo. Negli anni successivi, fino a quando non sono stata in grado di camminare senza stancarmi, percorrevo una parte del tragitto facendomi scarrozzare e una parte sulle mie gambette. Imparavo così parole e frasi in tedesco già da piccolissima; quando è arrivata la guerra, l'ultima, capire quel che dicevano i crucchi mi è venuto bene.»
Maddalena conosceva i rudimenti di questa lingua per averli appresi da ragazzina quando, nelle vacanze estive, lavorava come cameriera stagionale al Mare. Poiché era curiosa e intelligente, si faceva insegnare il nome delle cose e le frasi di uso comune dai clienti che l'accontentavano volentieri, meravigliandosi della sua velocità nell'imparare. Era quindi in grado di padroneggiare un lessico sufficiente per parlare con Ernestine nel suo idioma, per poi tradurlo in italiano.
«Cantavamo canzoncine, recitavamo filastrocche, imparavamo divertendoci. Io dovevo domandare ogni cosa in tedesco ed Ernestine mi correggeva se sbagliavo; lei faceva la stessa cosa con l'italiano e toccava a me il ruolo della maestra.»
La Lìzin era consapevole di aver avuto un'opportunità rara, dati i tempi e la propria collocazione sociale, tuttavia non aveva serbato un bel ricordo di quel periodo.
I primi anni aveva provato una forte gelosia nei confronti di quella bambina che spesso la mamma lodava, perché era pronta nell'apprendere e diligente nell'eseguire gli esercizi. Poi, superata questa fase, era subentrata l'antipatia personale perché, come si è detto, Ernestine non era una bambina gradevole: lei, appena finita la lezione, non sentiva più nessun obbligo e scappava a giocare con le sue amiche predilette escludendo sempre la compagna di studi. Ad intristire il ricordo c'era anche un persistente senso di colpa ad onta dei numerosi anni trascorsi.
«La piccola Müller non era gentile con gli altri bambini, questo non si poteva negare, ma d'altro canto nessuno era stato mai gentile con lei. Se qualcuno di noi l'avesse accolta, il suo carattere forse si sarebbe addolcito e non sentendosi sempre rifiutata avrebbe evitato la trappola nella quale in seguito era caduta rovinandosi la vita.»
Oua ghe semmo, ora ci siamo, pensò la Marietta guardando in tralice Stefano che le diede una gomitata.
Per tutto il periodo della guerra – quella che chiamiamo Grande, come se quella successiva lo fosse stata meno – Ernestine rimase in patria; tornò nell'estate del 1919, scese di nuovo ad alloggiare al Mare con la famiglia come se il tempo si fosse fermato. Anche se la cittadina era rimasta uguale, lei invece era molto cambiata: aveva diciassette anni ed era diventata donna, una bellissima donna. Se ne accorsero tutti e, se l'atteggiamento della popolazione locale verso i suoi genitori non era mutato, con lei erano disposti a fare un'eccezione, i giovanotti in particolare.
«Ovviamente se ne compiaceva» disse la Lìzin – «ma i suoi modi erano sempre gli stessi: ricambiava gli sguardi di ammirazione con occhiate piene di disprezzo come a voler dire guardate pure ma girate al largo, non sono pane per i vostri denti. Non molto distante però, c'era qualcuno pronto ad azzannare senza tanti riguardi quel bel bocconcino.»
Anche le lezioni di italiano ripresero, ma questa volta Ernestine le affrontava da sola, si preparava ad entrare all'università e con la maestra Maddalena leggeva e commentava testi che la Lìzin ancora non era in grado di comprendere. Cominciavano a studiare al mattino quando era ancora fresco, ma appena il sole si alzava la ragazza scappava via per andare sulla spiaggia. I primi tempi si era mostrata attenta e diligente, come quando da piccola ripeteva parole e semplici frasi per imparare l'italiano, ma dopo un certo tempo era diventata distratta e svogliata. Molti di quei bambini, che anni addietro avevano ricevuto il divieto di frequentarla, ora da giovanotti le facevano la corte e la invitavano a partecipare a tutti quei divertimenti che le vacanze e la disponibilità di denaro permettevano. Sentirsi così al centro dell'attenzione, ammirata e desiderata, era una sensazione esaltante e lei voleva assaporarla fino in fondo. Anche i genitori, dopo anni di ostracismo e di umiliazioni, ebbero la loro rivincita.
Il loro vicino di ombrellone, sulla spiaggia esclusiva dell'albergo, era nientemeno che un aristocratico. Non un turista di lusso, ma un abitante del luogo che prendeva i bagni di sole e di mare con la famigliola: la moglie schiva e riservata, un po' affaticata dal parto recente, e un maschietto di circa tre mesi. La signora col bambino scendeva in spiaggia molto presto, subito dopo il sorgere del sole, e se ne allontanava dopo un paio d'ore quando la spiaggia cominciava a scaldarsi. Il marito rimaneva, faceva lunghe nuotate, si abbronzava, andava in barca a pescare. Era un bel signore simpatico e cordiale, molto alla mano, che non disdegnava le facezie in dialetto suscitando, dopo la traduzione, le risate dei suoi vicini.
Si mostrò da subito molto amichevole con i signori Müller; si interessava all'attività del marito col quale, lui che non aveva mai lavorato, discuteva dei problemi degli operai, quelli che costoro procuravano al padrone, naturalmente. Offriva in spiaggia piccoli cesti di frutta alla signora per dissetarsi nelle ore più calde, portava la figêua, la bambina, a prendere il gelato. Quando la moglie dovette partire per la montagna per motivi di salute, la frequentazione con i signori Müller divenne ancora più assidua: pranzi e cene nel ristorante dell'albergo, gite in auto alla scoperta dei pittoreschi dintorni, e in barca per godersi il panorama della costa dal mare, e per provare l'emozione della pesca al largo. La quotazione di quelli che la raffinata clientela dell'hotel aveva sempre considerato degli infrequentabili parvenu aveva fatto un considerevole balzo all'insù: ora non solo ricevevano e porgevano con grazia il saluto, ma venivano sempre più spesso coinvolti nei garbati scambi di battute – sulla temperatura in rialzo o in diminuzione o sulle condizioni del mare – d'obbligo durante il breve tragitto in ascensore.
«Una mattina, verso la fine di agosto, durante una delle solite lezioni – mentre la mamma era impegnata nel commento di un canto dell' Inferno ed io zitta zitta in un angolo mi sforzavo di risolvere un problema – Ernestine si era alzata improvvisamente e, sopraffatta da un conato di vomito, aveva rovesciato la colazione sul tavolo. Avevo appena fatto in tempo a mettere in salvo il mio quaderno e a scappar via schifata. La mamma l'aveva fatta distendere su un divanetto e dopo aver ripulito dappertutto, si era seduta accanto a lei per capire cosa fosse successo. Dal momento che non era stata un'indigestione, né un colpo di sole, la causa di quel malore imbarazzante poteva essere una sola, e il pianto disperato della ragazza ne era la conferma. Io ero tornata a far capolino dalla porta, ma mia madre mi aveva cacciato via in malo modo.»
La curiosità però era forte e la Lìzin, che aveva tredici anni, era rimasta dietro l'uscio ad origliare: non era riuscita a sentire tutto, ma che Ernestine era rimasta incinta lo aveva capito benissimo. Incalzata dalle domande di Maddalena, aveva negato che il colpevole fosse uno dei giovani ospiti dell'albergo ma finalmente, dopo tanto insistere, il nome venne fuori: Tommaso Maria Del Pilastro, l'aristocratico e amichevole vicino di ombrellone.
« Obbelin !» esclamarono all'unisono Stefano e la Marietta colti davvero di sorpresa.
Maddalena convinse la ragazza a confessare tutto ai genitori, le offrì il suo sostegno, ma non si propose come ambasciatrice di quella grave notizia: era più opportuno che credessero che nessuno, oltre a loro, ne fosse a conoscenza. Un paio di giorni dopo ci fu la partenza improvvisa della famiglia con il pretesto di un lutto: nessuno vide mai più i Müller. Qualche giorno dopo circolò la notizia, forse messa in circolazione dallo stesso Tommaso per vanteria, che la seduzione di Ernestine fosse stata l'oggetto di una turpe scommessa di costui. Correva voce che avesse festeggiato la vincita con una cena, in compagnia di alcuni mascalzoni della sua risma, durante la quale pare avesse esibito la prova della sua onorevole impresa. Si diceva anche che uno dei giovani corteggiatori della ragazza, che ne era sinceramente innamorato, lo avesse sfidato a duello, ma il giorno dopo il gentiluomo era partito per la montagna per raggiungere moglie e figlio.
Poco tempo dopo Maddalena, forse per metterla in guardia da certi individui, raccontò a Lìzin in che modo quéllo çiöto, quello sporcaccione, aveva convinto Ernestine. Ovviamente aveva confessato di essersi perdutamente innamorato di lei, aveva poi imbastito una lacrimevole storia a proposito della grave anemia della moglie, alla quale i medici avevano diagnosticato pochi mesi di vita. Il soggiorno in montagna era stato solo un palliativo per dare alla povera malata l'illusione che ci fosse ancora qualche speranza. Quando il triste evento si fosse verificato, e dopo un decoroso periodo di lutto, si sarebbero sposati e il suo povero bambino avrebbe avuto di nuovo una madre. Non si sa se Tommaso Maria fosse a conoscenza dell'altro figlio in arrivo. Un'altra cosa della quale a méistra non era al corrente era l'identità di questo figlio: né la madre né lei avevano più avuto notizie di Ernestine e di quale fosse stato il suo destino. A questo punto Stefano e la Marietta, che giustamente si sentivano in obbligo nei suoi confronti, le diedero l'informazione che le mancava. E questa volta fu lei ad esclamare: «Obbelin!»
(continua) Gralli
