Cento storie per cento canzoni

03.07.2026

Saranno anche solo canzonette, ma hanno avuto ed hanno un posto importante nella nostra vita. Ci hanno fatto ridere, piangere, hanno favorito amori; qualcuna ci ha fatto riflettere, altre ci hanno regalato momenti di spensieratezza; non poche hanno cantato ideali, prospettato un mondo diverso e sottolineato lotte politiche e sociali.
In questo libro ce ne sono cento, numero tondo, simbolico, scelte sulla base delle preferenze dell'autore, dei ricordi che gli hanno suscitato, delle associazioni con persone o eventi. Nessuna pretesa di stabilire un canone, le famigerate da ascoltare-almeno-una-volta-nella-vita, un libero florilegio raccolto da una moltitudine sterminata. Alcune sono legate alla vita professionale dell'autore, altre a personaggi carismatici del mondo musicale, ma anche dell'arte, ad avvenimenti entrati nella storia. Una lettura piacevole perché il linguaggio è evocativo e mai banale, rivelatore di un buon retroterra culturale dell'autore. La struttura antologica consente di leggere a saltabecco facendosi attrarre da una o un'altra canzone che magari ha contato qualcosa per noi. 

Sfogliando il libro e ascoltando

Insieme a te non ci sto più

Azzurro (Adriano Celentano), Insieme a te non ci sto più (Caterina Caselli), Io che non vivo (Pino Donaggio), Messico e nuvole (Enzo Jannacci), Le mille bolle blu (Mina), Nel sole (Al Bano), Amorevole (Nicola Arigliano), Deborah (Fausto Leali), Tripoli 1969 (Patty Pravo), Amore scusami (John Foster). Tutti questi titoli hanno un solo denominatore comune ed è l'autore dei testi: Vito Pallavicini. Nasce nel 1924 a Vigevano, si laurea in ingegneria chimica e poi si mette a fare il giornalista. Fino al 1959 non ci pensa nemmeno a scrivere testi per canzoni, se non quando glielo propone il Maestro Pino Massara, suo amico. È grazie a lui se di lì a poco Pallavicini diventerà uno dei più originali e prolifici autori della canzone italiana. Raramente a un autore capita di scrivere per così tanti interpreti e di collaborare con tanti diversi musicisti. Massara, Donaggio, Kramer, C. A. Rossi, Conte, Baldan Bembo, Bindi, Bongusto, B. Martino, U. Balsamo, Cutugno, E. Vianello, Santercole, sono solo alcuni dei compositori con i quali avrà a che fare. Sinceramente non saprei con quale pezzo iniziare, ma devo per forza concentrarmi su un titolo, fa parte del gioco che sto portando avanti. Scelgo Insieme a te non ci sto più . E non a caso. Paolo Conte firma la musica di un brano particolarmente significativo. È una vera e propria dichiarazione di libertà, di autodeterminazione, del diritto di allontanarsi da chi non ci dà quello che cerchiamo in una relazione. Non c'è attenzione né tenerezza, non c'è rifugio da un mondo stupido, e allora arrivederci, andarsene in fondo è anche un modo per non ferirsi. Tutto questo detto da una giovane ragazza di grande carattere. Caterina Caselli canta Insieme a te non ci sto più a Canzonissima del 1968. Solo a leggere i titoli in gara vengono le vertigini: La bambola, Vengo anch'io no tu no, L'immensità, Angeli negri, E la chiamano estate, Stasera mi butto, Cuore matto, Il sole è di tutti, Canzone per te, Il cielo in una stanza, Se stasera sono qui, Il nostro concerto. Sono solo alcuni dei brani che ci avrebbero fatto cantare, ballare e sognare nei decenni a venire. Per la cronaca, vincerà Morandi con Scende la pioggia davanti a Claudio Villa e la Caselli arriverà arriverà sesta con Il carnevale. Insieme a te non ci sto più era solo uno dei due brani che presentava quell'anno. Grazie a un rifiuto dell'Equipe 84, la canzone arriva alla Caselli che insiste con la CGD per interpretarla. Quando però entra in studio per registrarla con l'orchestra del Maestro Franco Monaldi si rende conto che la partitura è in una chiave troppo alta per lei. In studio passa a trovarla Paolo Conte che, mentre tutti vanno a mangiare, si mette a riscrivere le partiture per i musicisti in una tonalità più bassa. Quando la truppa ritorna in studio dal pranzo, trova gli spartiti pronti e Conte abbastanza provato dal gran lavoro svolto. A quel punto tutto è perfetto per la voce di Caterina che la incide esattamente come è arrivata a noi. La Caselli racconta che l'unica nota stonata di quella session di registrazione fu un'imperdonabile dimenticanza. Paolo Conte non esitò a fargliela notare: siete andati a mangiare mentre ero qui a lavorare per salvare la baracca e non mi avete portato nemmeno un panino: insieme a voi non ci sto più. 

Veronica

Se andate al civico 41 di via Canonica a Milano, trovate una targa in memoria di Enzo Jannacci. Uno dei numerosi omaggi della città di Milano a un artista unico per genio e sregolatezze. Era un poeta come solo i folli sanno essere, un folle come solo un poeta può. Potremmo passare in rassegna tutte le sue canzoni più belle, divertenti o drammatiche. La sua comicità disorientante, sorprendente, non necessita di un filo logico, importante, le basta un po' di tutto e un po' di niente. Ma siamo davanti a una targa in una strada della sua Milano e, con toponomastico rispetto, procediamo per gradi. Perché proprio qui? Beh, si sa, via Canonica è la residenza ufficiale di Veronica, una ragazza di quartiere che si concedeva proprio dietro al Carcano, in pè, in piedi. Veronica, primo amore di via Canonica, esigenze di rima o vero ricordo? Both, direbbero a Oxford, il risultato, comunque la si metta, è insieme esilarante e poetico. E qui dallo studio ci dobbiamo collegare con i campi, come in Tutto il calcio minuto per minuto. Racconta Sandro Ciotti, leggendaria voce del calcio italiano, che una sera alla Bussola una madre chiamava a gran voce la figlia Veronica che si era persa. Veronica, Veronica, gridava la poveretta, e Ciotti buttò lì per gioco una rima con la musica sinfonica. Si dà il caso che lì con lui ci fossero Dario Fo ed Enzo Jannacci. Insieme scrivono questo pezzo che inizia col coro che ripete "in pè". Solo durante lo svolgimento di questa storia da neorealismo italiano scopriamo il vero significato di quel coro. La generosa fanciulla, per usare un eufemismo, usava concedersi in piedi al Carcano. In più aveva anche l'accortezza di fingere imbarazzo, rossore e timidezza, smorzando l'ansia da prestazione del giovane iniziando. Il testo è baciato dall'ironia e dall'intelligenza di questo trio irripetibile. Un cronista sportivo appassionato di musica, un drammaturgo futuro premio Nobel e un chirurgo-musicista-cantante. La Veronica di Jannacci, tra musica sinfonica, fisarmonica e via Canonica, avrebbe tanto voluto farsi monaca, ma si trovò a svolgere un altro tipo di missione, con rispetto parlando. Per i ragazzi ai quali offriva i suoi favori rappresentava l'America, ma non quella dalla faccia triste di Messico e nuvole. Torna in mente la scena in terrazza di C'era una volta in America, anche lì c'è un'iniziazione sessuale per gentile concessione di. Mondi distanti ma atmosfere che si somigliano. In pè.

Vincent

Vincent van Gogh dipinge la sua Notte stellata durante uno dei suoi soggiorni in manicomio. Pare si sia da poco mozzato un orecchio e che i suoi tormenti siano molto lontani dal placarsi. Nonostante tutto, dipinge incessantemente. L'unica cosa che lo tiene ancora aggrappato alla vita è la sua strabiliante capacità di mettere su tela quello che prova, ossia ciò che solo i suoi occhi, ma soprattutto la sua immaginazione, riescono a vedere. È il 1889, tra un anno morirà suicida ad Auvers-sur-Oise a soli trentasette anni, in circostanze mai del tutto chiarite. Nel frattempo, dalle finestre della clinica per alienati mentali di Saint-Rémy-de-Provence, dove ha accettato di essere ricoverato, vede paesaggi notturni che si fondono con il suo stato d'animo. Durante un anno di ricovero produce centoquaranta tele, una vera e propria febbre creativa che si contrappone al suo profondo malessere. Lui stesso ne parla così in una delle numerose lettere all'adorato fratello Theo: "Invece di abbandonarmi alla disperazione, ho optato per la malinconia attiva, per quel tanto che mi consentiva l'energia, in altre parole ho preferito la malinconia che spera, che aspira e che cerca, a quell'altra che, cupa e stagnante, dispera." Si libera dei cliché di stile dettati dall'Impressionismo, e dà libero sfogo a una sua personale visione. Mette tutto se stesso, le sue ombre, le sue fobie, le sue tempeste interiori al servizio di quelle opere che ancora oggi ammiriamo nei musei di tutto il mondo. Tra i dipinti di questo periodo spicca Notte stellata o Starry Night, che dir si voglia. L'opera, per la cronaca, è tutt'ora esposta al MoMA di New York e, oltre al mondo intero, deve aver parecchio impressionato il songwriter americano Don McLean, l'autore di American Pie, che, partendo da questo dipinto ("Starry starry night … ") ci consegna un ritratto di Van Gogh utilizzando, al posto dei pennelli, le corde della sua chitarra folk. Evidentemente ha fatto tesoro degli insegnamenti del suo mentore Pete Seeger ( We Shall Overcome ). "Partendo dalla celeberrima Notte stellata, McLean canta la sofferenza di un genio della pittura, riuscendo a mostrarne anche il candore e le fragilità".
Il testo passa attraverso alcuni elementi simbolo della pittura di Van Gogh, ma riesce anche a mettere a fuoco quanto il mondo attorno non fosse ancora pronto ad accoglierne l'esuberanza esistenziale e artistica. La musica è struggente e dolcissima al tempo stesso, questa canzone è uno dei capolavori del folk-rock americano. In Italia godrà di popolarità grazie allo sceneggiato televisivo
Lungo il fiume e sull'acqua del 1973. Per chi ama le rarità, oltre all'intensa versione di Vecchioni, segnalo un giovanissimo De Gregori che firma il testo italiano su musica di McLean. Il singolo si intitola Come un anno fa ed è interpretato da Little Tony. Ancora sconosciuto, il futuro autore di La donna cannone e altre meraviglie, viene indicato sul 45 giri come De Gregorio. 

La versione italiana

Gralli

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