Cinque

04.02.2026

«Devi darmi una mano Stêa , tu sei nato qui e conosci tutti, ho bisogno di capire chi è questa gente che, in un modo o nell'altro, ruota intorno all'uccisione della suora. In un primo momento credevo di dovermi occupare solo di un omicidio, poi sono saltati fuori dei collegamenti, un po' vaghi a dire il vero, con l'incendio probabilmente doloso dell'albergo e con la distruzione dell'appartamento dell'ex notaio. Ti dico quello che so, che non è molto. Una vecchia amica della morta era alloggiata nella suite che è andata a fuoco; i rapporti fra le due donne si erano guastati, ma ignoro il perché. L'ex notaio si era occupato della donazione di Tommaso Maria Del Pilastro. Cosa hanno in comune questi tre fatti? Sono solo coincidenze? La stessa mano ha compiuto questi tre crimini? Qual è il movente? Sicuramente le radici di questo mistero affondano nel passato. Sono come uno che deve comporre un puzzle disperato, passatempo da nevrotici già se hai le tessere nella scatola, figurati se devi pure andare a cercartele in giro e indietro nel tempo! Un bel casino!»

Il vicequestore poi riferì a Stefano tutto ciò che aveva saputo della vita di suor Ildergarda e dei suoi rapporti con la signora Luisa Bisso Perego. A quel proposito si ricordò che il Quattrocchi l'aveva chiamata signorina ed aveva omesso il secondo cognome, c'era una ragione? Domani mattina, anzi stamattina fra qualche ora lo saprò pensò Luca. Per il momento non fece parola delle perplessità del medico legale, che erano strettamente riservate, né della lite avvenuta fra la vittima e Alberico. Ora la palla passava a Stefano, lui si era scoperto anche troppo.

Questi sapeva qualcosa a proposito della donazione della villa, glielo avevano raccontato i suoi genitori perché all'epoca era solo un bambino. Dopo la lite col figlio – a causa della falsificazione dell'assegno – e il conseguente trasferimento della famiglia di Agostino, Tommaso Maria era rimasto solo con la sua dispotica governante. Questa si era fermata al suo servizio ancora per qualche tempo dopo di che aveva trovato, con grande sollievo, un lavoro più soddisfacente, ma soprattutto più regolarmente retribuito giacché le condizioni economiche del vecchio conte non le garantivano mai la puntualità del salario. Le domestiche si avvicendavano con frequenza mensile o addirittura settimanale, poi fuggivano via esasperate.

Un giorno una donna, che stendeva i panni all'ultimo piano di un palazzo situato dietro la villa, vide un uomo disteso bocconi sull'erba del prato: era Tommaso Maria, abbattuto da un colpo apoplettico. Ricoverato al Marchesa Clotilde rimase per qualche mese fra la vita e la morte ma, sia pure semiparalizzato in tutto il lato destro del corpo, sopravvisse. Al momento della sua dimissione, il medico che si era occupato di lui aveva cercato fra le suore infermiere dell'ospedale qualcuna che potesse essere distaccata e adibita alla sua assistenza privata. Venne scelta suor Ildegarda , che si trasferì a casa dell'infermo in pianta stabile. Luisa continuò a lavorare all'ospedale e mantenne il proprio domicilio in famiglia, ma ogni sera si recava alla villa per il turno di notte.

Era un servizio che aveva prestato altre volte, ma sempre per brevi periodi, essendo i suoi pazienti tutti nella fase terminale della malattia. Questa volta l'incarico durò molto più a lungo perché l'assistito, quantunque gravemente impedito nei movimenti e non autosufficiente, nel complesso godeva di una discreta salute. Dormiva saporitamente per tutta la notte e non disturbava troppo la giovane Luisa che occupava una stanzetta contigua; le notti erano così tranquille che la ragazza poteva dedicarsi a bell'agio ai suoi convegni amorosi. Almeno questo era quello che insinuava la donna delle pulizie che prestava la sua opera due volte la settimana.

Non si conoscevano esattamente gli accordi economici che regolavano questi servizi: sicuramente all'infermiera diplomata, che svolgeva anche la mansione di cuoca, era garantito il vitto oltre che l'alloggio, ma non si sa se ricevesse anche un compenso in denaro. C'era chi diceva che il conte aveva dovuto vendere certi terreni per permettersi un'adeguata assistenza; chi sosteneva, con l'aria di saperla lunga, che il compenso sarebbe stato saldato, alla morte del malato, con la donazione, secondo quanto stabilito in anticipo da un contratto in piena regola stipulato presso il notaio Ricci.

«Circolavano le voci più strane, questo è sempre stato un quartiere molto pettegolo e fantasioso» – commentò Stefano – . «Io ti ho riferito solo le più verosimili. Forse erano entrambe vere. La donazione poteva compensare ampiamente le cure prestate da suor Ildegarda per il benessere fisico e spirituale del paziente. Quanto alle vendite, di beni immobili o di titoli, dovevano comunque essercene state, e non poche, perché la rendita elargita a suo tempo dall'oculato armatore Traverso, suo suocero, era già da un pezzo bella che andata; il conte, anche se malato, qualcosa doveva pur mangiare, e poi c'era il salario della donna delle pulizie e della Luisa che, a quanto si diceva, non era davvero una che lavorava per niente.»
«Quindi, gli eredi vennero privati della dimora di famiglia», – intervenne Luca. – «E di cos'altro?»
«Di tutto» – rispose Stefano. – «Non c'era rimasto più nulla, neppure il becco di un quattrino.»

Questo fu quanto il notaio Ricci comunicò – allegando relativa documentazione di alienazioni, cessazioni, vendite, quasi tutte fatte per pagare debiti di gioco – a Sheila Bennett vedova di Agostino Maria Del Pilastro. Sì, perché sei mesi prima della morte del vecchio, il figlio era stato colpito dallo stesso male ma gli era andata peggio, o meglio, secondo i punti di vista. La contessa, affidandosi prudentemente ad un altro notaio, aveva sistemato la successione del marito, quella di parte materna, ed era tornata in Inghilterra. Quel lascito era tale da garantire una vita più che agiata a lei e al figlio il quale, da adulto, avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di lavorare.

Qualche tempo dopo venne data pubblicamente la notizia della donazione. Il vescovo in persona lo aveva comunicato alla cittadinanza – in un'intervista alla televisione – e ai fedeli durante una solenne messa in suffragio dell'anima del nostro amato fratello Tommaso Maria il quale, se non era morto in odore di santità, poco ci mancava. La conversione dell'aristocratico peccatore era stata una farsa recitata in piazza alla quale avevano partecipato tutti gli abitanti del quartiere: direttamente, con azioni più o meno civili di consenso o di dissenso; indirettamente, collaborando a seminari di discussione tenuti in sedi diverse – tram, negozi, mercati, saloni di parrucchiere, pianerottoli, portinerie – ciascuno secondo la propria sensibilità e visione del mondo.

Ogni giorno don Sandro, alle sette del mattino, si recava alla villa – solo o con un chierichetto scampanellante – per portare all'infermo l'eucarestia, per riceverne la confessione, per confortarlo e guidarlo nel suo percorso penitenziale. Varcava serenamente il cancello perché il cane Ferox, che anni addietro lo aveva costretto ad una fuga ignominiosa, era morto da un pezzo. Ora meno che mai poteva sperare in un obolo per la sua parrocchia, ma il vantaggio in termini di ritorno di immagine, espressione che all'epoca non era ancora stata coniata, era rilevante. Una volta, per puro caso, incontrò nei pressi del cancello un'anziana parrocchiana che al suo passaggio si segnò e chiese se il conte fosse morto; i maligni dicono che la risposta fosse stata non ancora, ma abbiate fede e pregate. Comunque andarono le cose, la vecchietta si inginocchiò davanti al cancello e cominciò a recitare il rosario.

L'esempio fu rapidamente imitato, e ogni giorno un gruppetto di fedeli, per lo più di età molto avanzata, aspettavano don Sandro e pregavano per il ravvedimento del reprobo. Col passare dei giorni il numero degli oranti cresceva e si organizzava. Quasi tutti si portavano un cuscinetto da casa, perché appoggiare le artritiche ginocchia sul macadam era molto doloroso. Qualcuno, dotato di orecchio musicale particolarmente sensibile, notò che la recitazione del rosario non avveniva all'unisono, come sarebbe stato corretto dal punto di vista religioso ed estetico, ma risultava essere un coro dissonante in cui alcuni partivano con molto anticipo e altri entravano più tardi e in tempi diversi. Quindi si era deciso di nominare un direttore del rosario. Venne scelto Aldo Picasso ferroviere in pensione che, munito di megafono per farsi sentire anche dai più duri d'orecchio, dava il via alla preghiera accompagnandosi con ampi gesti delle braccia. Sembra Toscanini ! Aveva commentato un bello spirito. Quel soprannome gli rimase appiccicato per sempre: tutti lo chiamavano così anche se pochi ricordavano o sapevano perché. Alla sua morte sul necrologio si poteva leggere: Munito dei conforti religiosi è serenamente spirato Aldo Picasso vulgo Toscanini ex ferroviere .

Non tutti però gradivano quelle pubbliche orazioni. Dalle case vicine cominciarono le proteste, volarono insulti e proiettili di origine vegetale, non proprio freschissimi. La leggenda narra che il noto miscredente Liborio Bottazzi si procurasse le munizioni raccogliendo i rifiuti del condominio e che, dall'alto del suo poggiolo al quarto piano, bombardasse gli inermi fedeli i quali, poco propensi al martirio, non potendo fare di meglio rispondevano con insulti che poco avevano dello spirito evangelico.
«Forse si trattava di esagerazioni» – ammise Stefano – «ma sta di fatto che Il Gruppo di Preghiera pro Tommaso Maria, come si era autonominato, fu sciolto per motivi di ordine pubblico.»

Le preci andarono a buon fine, il pio lascito ne fu prova tangibile e, anche se l'ingresso del nobile defunto in Paradiso non poté essere provato, gli interessati si accontentarono di buon grado dell'altro, ben più concreto, segno della benevolenza divina. Tutti sapevano che tale donazione non aveva validità legale, data la presenza di eredi legittimi, ma ci voleva qualcuno che la impugnasse. L'unica persona che poteva farlo era Sheila, senonché lei odiava quella casa e riteneva che il figlio avesse avuto abbastanza per cui lasciò le cose come stavano.

Ormai albeggiava e i due amici accolsero con gratitudine l'arrivo di Marietta – venuta per innaffiare l'orto – che portava una caraffa di caffè appena fatto. Era quel che ci voleva per fugare i residui effetti del cibo e delle bevande alcoliche e per affrontare la giornata, perché di andare a dormire non se ne poteva proprio parlare, almeno per il vicequestore che aveva già qualche appuntamento nella prima mattinata. Mentre i tre sorseggiavano in silenzio quella bevanda amara, calda e tonificante, Stefano, concludendo ad alta voce certi suoi ragionamenti, esclamò: «Poveretta, con la vita che ha fatto è da compatire; era una stronza ma avrei voluto vedere qualcun altro al suo posto!» Luca lo guardò interrogativamente senza capire, ma la Marietta che era sveglia, in senso figurato e in senso letterale, perché aveva dormito le sue regolamentari sette ore, chiese: «Parli della Mònega de Færo
E continuò senza alcuna simpatia, anzi con uno tono di ironico disprezzo: «E perché, che vita ha fatto?»

Luca le raccontò sinteticamente quello che aveva saputo dalla sua ispettrice, ricevendo in risposta un laconico: «Ah!» che Stefano, conoscendola, interpretò come: sì , può essere ma non ti do soddisfazione. In ogni caso manifestò tutto il suo stupore senza troppa delicatezza: « Belandi ! Era una bastarda, chi lo avrebbe detto!» E scoppiò a ridere per l'involontario doppio significato dell'appellativo. Quindi si rivolse al suo poco rispettato datore di lavoro che le aveva lanciato un'occhiataccia: «Anche quel Guilliam però, nelle sue recite, i bastardi non li tratta mica tanto bene!»
«Si dice William! Le sue sono tragedie o commedie, non recite, quante volte lo devo dire; e poi, a quei tempi …»
Si interruppe perché era cascato ancora una volta nella provocazione, così imparava ad essere pedante! « Va ben Marietta, ciantemmola lì!»

Ma di finirla lì non era il caso perché, se la Marietta ignorava le poco onorevoli origini di suor Ildegarda, aveva invece una conoscenza, vasta e approfondita, di tutte le fantasiose dicerie che circolavano su di lei e che le attribuivano non solo ascendenze nobiliari, ma anche storie d'amore romantiche e contrastate, con relativa drammatica morte o abbandono dell'amato e conseguente volontaria reclusione in convento. Luca dovette convenire che i pettegolezzi in quel luogo erano vere e proprie opere d'arte – si fa per dire – e a raccoglierli ci sarebbe stato materiale per una intera collana di romanzi d'appendice, o d'evasione come si dice oggi: strano che nessuno fra gli abitanti avesse mai pensato di buttarne giù qualcuno. E allora si perse in una breve fantasticheria: si vedeva in pensione, alloggiato nella soffitta della casa di Stefano mentre scriveva, accanto alla piccola finestra con vista mare, storie improbabili, di quelle gradite ad un pubblico di bocca buona, quelle che rendono un bel po' di quattrini. Tornò alla realtà ingollando un altro sorso di caffè proprio nel momento in cui la Marietta domandava: «Si è poi saputo chi era il padre della mònega? »

Trovare il padre naturale di una donna di novant'anni, forse tedesco, che all'epoca sicuramente aveva fatto in modo di far perdere ogni traccia di sé, era impensabile. E inutile. «Il gentiluomo avrà avuto la sua bella famigliola regolare e dopo una lunga vita felice avrà tirato le cuoia nel suo letto, circondato da uno stuolo di figli, nipoti e pronipoti, tutti legittimi, senza mai aver incrociato la sua strada con quella di una monaca dispotica e arrogante morta per una madonnata in testa. E poi quale movente dopo tanti anni? Non poteva certo essere una questione di scandalo o di eredità.»

Questo era il parere di Luca.
«Però – rifletteva Stefano – questo bel tipo avrebbe potuto benissimo essere italiano; Ernestine certamente era stata a lungo nel nostro Paese, parlava bene la lingua, potrebbe aver conosciuto un bel maschio latino, e mascalzone, ed ecco fatto.»
«Comunque, tedesco o italiano o turco, dopo tanti anni, ripeto, quale movente per l'omicidio?»

A questo punto nella discussione si inserì Marietta: «Questa Ernestine, quando è entrata in quella casa per ragazze madri, di quanti mesi era?»
Luca lo ricordava bene, il rapporto di Sara Andreoli diceva: secondo mese, entrata a settembre. Quindi era rimasta incinta a luglio, forse mentre era in vacanza.
La Casa di Accoglienza si trovava sulle alture di una cittadina balneare, non lontana dal capoluogo; certo, tutto era possibile, anche che fosse arrivata già incinta dalla Germania e venuta a nascondersi per partorire. Ma era verosimile anche l'ipotesi che il fattaccio fosse avvenuto in una città balneare delle vicinanze, magari anche qui da noi: turisti tedeschi all'epoca ce n'erano parecchi e anche giovanotti intraprendenti.

«Oh, basta!» – sbottò Luca. « – Ci stiamo perdendo in strade secondarie che non portano a nulla; sono sempre dell'idea che questo fantomatico padre di suor Ildegarda con la sua morte non c'entri proprio, né direttamente, è logico, né indirettamente. Piuttosto dovremmo concentrarci sul movente: chi aveva interesse a sopprimere una monaca novantenne? Era solo per qualche antico rancore, per vendetta o per un motivo più concreto?»
Ma Stefano insisteva: «Bisognerebbe chiedere a qualcuno che l'avesse conosciuta.»
Al che Luca, che non ne poteva più: «Stefano, sarai anche un esperto del teatro shakespeariano, ma in aritmetica sei un somaro! Fatti due conti! Questa persona, ammettendo che sia ancora viva e coetanea di Ernestine, dovrebbe avere come minimo centootto anni e la testa a posto per rendere valida testimonianza , e noi dovremmo sapere chi è e dove cercarla, cazzo!»

Qualche eterno secondo di silenzio e poi Marietta: « A méistra
A méistra , ovvero la maestra Elisa Baghino detta Lizìn , era una pimpante vecchietta che possedeva tutte le caratteristiche che il vicequestore aveva elencato come impossibili: centoquattro anni, lucidissima, di ottima memoria e reperibile grazie all'impareggiabile Marietta. Tie' Luca pensò Stefano, ma se lo tenne per sé per non umiliare ulteriormente l'acuto poliziotto. Questa signora era stata una maestra elementare come lo era stata, prima di lei – in tempi in cui l'analfabetismo era la normalità – la madre Maddalena Oneto in Baghino. Appartenente ad una famiglia di fede socialista, si era prodigata, ben oltre le ore scolastiche, per alleviare i dolori dell'ignoranza, come amava dire, che non di rado hanno peggiori conseguenze e fanno più male di quelli del corpo. Era nubile e viveva con una nipote, figlia di un fratello morto nella guerra partigiana e nata già orfana di padre.

«La Lizìn ha più di cent'anni ma dà dei punti ai giovani e ne sa più di un libro, si ricorda di tutto quello che è successo in questo quartiere e anche più in là!», sentenziò Marietta.
Stando così le cose, l'assemblea deliberò che lei e Stefano sarebbero andati a trovare questa testimone e avrebbero poi riferito. Luca ora doveva proprio andare, aveva cose più importanti da fare, pensava, che perder tempo ad ascoltare i ricordi di una vecchietta. Stefano lo sollecitò bruscamente: stava friggendo perché aveva visto Alberico sul viottolo che portava all'alloggio di Tògnin e non voleva che quel bezûgo si facesse vedere dallo sbirro.

Il vicequestore passò da casa a darsi una rinfrescata e a cambiarsi d'abito, aveva deciso di andare al bar del Mare per cercare di sapere qualcosa dell'incendio e della signora o signorina che occupava la suite andata in fumo. Avrebbe dato un'occhiata in giro e scambiato quattro chiacchiere col barista, consumando la colazione (solo un succo di frutta come si era ripromesso per compensare gli eccessi della cena). Ebbe fortuna perché Luisa Bisso, forse anche Perego, era seduta ad un tavolino un po' appartato intenta alla medesima bisogna. Luca Montessoro era un sessantenne benportante e decisamente attraente: corporatura solida e rassicurante, viso aperto e simpatico, capelli ricci e brizzolati, occhi azzurri e penetranti, sorriso accattivante; a tutto questo univa un'eleganza sobria e maniere vagamente d'altri tempi. Ispirava fiducia alle signore, grazie alla sua garbata galanteria, e agli uomini coi quali trattava alla pari ma senza volgare cameratismo. Si avvicinò al tavolino con un: permette signora , detesto far colazione da solo, pronunciato con voce profonda e accompagnato da un leggero inchino. Era intenzionato a servirsi di tutte le arti seduttive che possedeva, e delle quali era ben consapevole, senza sapere che con la signora avrebbero funzionato solo in maniera generica. Luisa era un'ottantenne asciutta e ben conservata, che dimostrava dieci anni di meno; quel mattino indossava, come sua abitudine, un completo giacca pantaloni in lino blu, una camicia azzurrina, scarpe bianche e blu col tacco basso e una semplice borsa con le stesse tinte.

Con un sorriso e un appropriato gesto della mano lo invitò a sedersi, non c'era nulla che apprezzava di più delle persone distinte. Col tempo aveva imparato a assumerne le parvenze esteriori, buon gusto e semplicità nel vestire e maniere discrete. Aveva lavorato un bel po' per controllare il tono della voce, ma non sempre le riusciva di capire come e in che modo intervenire nella conversazione, rivelando così le gravi manchevolezze della sua educazione. La sua vera natura trapelava nel momento in cui sceglieva le sue dame di compagnia : la loro eleganza vistosa esercitava su di lei un sex appeal irresistibile.

Fu una conversazione amabile, fruttuosa e divertente, almeno fino ad un certo punto, per il poliziotto. Col linguaggio affettato che credeva di bon ton , la signora rievocò il suo spavento per lo scampato pericolo, per fortuna ero fuori a cena con la mia dama di compagnia. Raccontò come si era divertita a girare per le strade animate dall'allegria dei tifosi, uno spettacolo davvero fonkloristico (sic). Espresse tutto il suo rammarico per i suoi abiti finiti nel rogo, tutti capi sgriffati (sic)
«Ma il Direttore mi ha garantito che l'assicurazione me li ripagherà tutti.»

Abilmente sollecitata da quel volpone di Montessoro, un poco alla volta gli aveva raccontato la sua vita, veramente ab ovo usque ad mala , ma con molti opportuni abbellimenti.
Un padre capitano di lungo corso – di lunga corsa piuttosto – pensò il vicequestore che conosceva le sue origini. Una madre, figlia di proprietari terrieri, che purtroppo non aveva conosciuto: era stata allevata da una stola (sic) di bambinaie. Il lavoro al Marchesa Clotilde , prima come caposala e in seguito come assistente di sala operatoria dei più famosi chirurghi. Il matrimonio con il cavalier Aristide Perego, ricco industriale lombardo, molto più anziano di lei, che aveva conosciuto in ospedale; un vedovo senza figli che aveva perso la testa per lei e che le aveva fatto una corte spretata (sic). Se ne era andato presto ma l'aveva lasciata molto bene : intendeva provvista di quattrini.

Non mancò neppure di versare qualche lacrima per la buonanima di suor Ildegarda, uccisa così vandalicamente (sic): ma come si può inferire (sic) con tanta cattiveria su una persona anziana e debole! Era una donna di grande cultura, che lei conosceva da moltissimi anni perché era stata per qualche tempo la sua istitutrice.
«Poverina» – disse Luisa. – «Era tedesca, di famiglia nobile ma caduta in disgrazia; allora mio padre, che era molto amico del suo, l'aveva accolta in casa nostra con la scusa di farmi da istitutrice, ma la trattava come una figlia. Siamo rimaste amiche per tutta la vita anche quando lei si è fatta suora.» Luca in un primo momento si era divertito, poi era stato colto da un'improvvisa tristezza nel ripensare al modo grottesco e patetico in cui quella donna riscriveva la sua vita squallida e stentata, abbellendola con particolari appresi da riviste scandalistiche o da romanzi sentimentali.

Andando al banco a pagare aveva notato lo sguardo ironico del barista che non aspettava altro per dire la sua: Luca non fece molta fatica a farlo parlare, piuttosto a farlo smettere. Apprese così quali erano le preferenze sessuali della signora e il luogo in cui reclutava le sue dame di compagnia. Venne a conoscenza delle voci che circolavano a proposito del personaggio misterioso che pagava i suoi conti per l'elegante suite, forse perché vittima di un ricatto. Veniva in albergo da molti anni e non si capiva come potesse permettersi quel costoso soggiorno, perché era chiaro che non disponeva di molti mezzi. Pochi minuti prima aveva litigato col signor Bartolomeo Ferrando, il Direttore proprietario, ed erano volate parole grosse. Il ragazzo addetto ai bagagli, al quale non dava mai la mancia con la scusa che la sua valigia non era pesante, aveva sentito molto chiaramente la frase Quella non vuole più tirare fuori un soldo urlata dal Ferrando e la sua risposta Li tirerai fuori tu se no spiffero quel che ho visto e mi farai pagare anche i vestiti, al che il Direttore aveva ribattuto Sì i tuoi stracci da mercato!

Il barista lo aveva anche informato delle difficoltà che il Mare attraversava e dell'assicurazione appena stipulata per una somma enorme. Il rischio di non prendere nulla era grosso e anche di andare in galera: si era capito che il fuoco lo aveva appiccato il Direttore ma loro, cioè il personale, stavano zitti perché gli conveniva. Tu certamente no pensò Luca. Il perito era uno molto sospettoso, ficcava il naso dappertutto e faceva domande a destra e a sinistra, aveva scattato anche un casino di fotografie. Luca diede una bella mancia a quel ragazzo loquace e imprudente; per il momento, visto che non tutti lo sapevano ancora, preferiva non dire che era un poliziotto.
«Ed ora – pensò – andiamo a ricevere il signor, anzi il dottor Quattrocchi.»

Mentre il vicequestore era intento in amabili conversari con la signora Bisso, Alberico era uscito mugugnando dal suo nascondiglio. Stefano, contento di vederlo fresco, roseo e riposato, provò ancora una volta ad interrogarlo sulla sua notte brava. Questa volta c'era una piccola novità: si era ricordato che a chiamarlo al cellulare era stata una donna; era poco, ma un buon segno: la speranza che la nebbia nella sua mente cominciasse a diradarsi. Stefano gli ripeté la frase che gli aveva sentito pronunciare più volte quando se lo era ritrovato davanti alla porta, quel sono stato io chiama la polizia poteva essere una sorta di delirio indotto dall'alcol, specie in lui che non ne aveva l'abitudine, almeno così credeva l'ignaro amico; ma bisognava anche prendere in considerazione l'ipotesi che avesse combinato qualcosa di grave. Con tatto, ma con franchezza, azzardò allora a dirgli che lo avevano visto, poco prima dell'incendio al bar del Mare, in preda ad ubriachezza molesta e che il guardiano notturno, dopo averlo portato fuori di peso, gli aveva rinfrescato le idee sotto una fontanella.

La sua reazione fu di grande stupore: «Io ubriaco? Ma se non bevo mai, due dita di vino a pasto tutt'al più!»
Ora cominciava a preoccuparsi: quelle maledette pillole! E che vergogna! Lo stimato professor Del Pilastro ubriaco! Almeno questa sarebbe stata l'impressione della gente. Neppure al medico aveva confessato di averle prese e questi, dopo una visita sommaria, gli aveva prescritto riposo e tranquillità: è solo un po' di stress, la memoria piano piano sarebbe tornata. Speriamo. Alberico però un attimo dopo si rinfrancò: d'accordo, l'avevano visto al bar dell'albergo comportarsi come un volgare ubriacone e questo era mortificante, però ne era stato cacciato, anzi portato via, prima che le fiamme divampassero, e questo provava la sua innocenza: almeno si poteva escludere che non era un piromane. E poi non aveva nessun movente, quella donna che risiedeva nella suite lui non la conosceva: sapeva che era stata una domestica di suo nonno, ma all'epoca era un bambino, se l'avesse incontrata non avrebbe saputo riconoscerla.

Stefano dovette convenire che il ragionamento filava, per cui dei tre crimini uno si poteva depennare. Già, ma ne restavano due, uno dei quali era un omicidio, Alberico non sapeva che lo avevano sentito litigare con la vittima: in questo caso la conoscenza c'era e anche il movente. Quella donna da una cinquantina d'anni occupava senza alcun diritto la sua casa di famiglia, soprattutto il grande parco, il paradiso perduto della sua infanzia. Un rancore latente, risvegliato improvvisamente da una dose eccessiva di alcol, poteva aver scatenato un raptus omicida. Anche l'amnesia, in conflitto con l'ammissione di colpa, poteva essere interpretata come un segno di colpevolezza.

Alberico, divenuto adulto, avrebbe potuto fare ciò che sua madre non aveva fatto, ossia impugnare la donazione, ma sapeva che sarebbe stata una causa eterna, e poi mettersi contro la Chiesa! Si era accontentato di quel che aveva, e non era poco, limitandosi di quando in quando a crogiolarsi nel rimpianto per l'Eden da cui era stato estromesso ed alla guardia del quale non c'era un cherubino, ma una monaca grifagna. Questo tuttavia non escludeva un improvviso impulso alla vendetta, sia pure tardiva. Invece di impugnare la sentenza aveva impugnato una statua di bronzo e l'aveva calata con forza sulla testa della sua nemica. Stefano amava Alberico come un fratello e forse più, ma non si nascondeva che la peggiore delle ipotesi poteva essere possibile e questo lo faceva star molto male.

Visto che ormai aveva cominciato, gli propose anche di riferire al vicequestore la faccenda della telefonata: lui aveva i mezzi per risalire alla persona che lo aveva chiamato e questo poteva spiegare tante cose. Alberico era riluttante, aveva paura di scoprire qualcosa di molto sgradevole su se stesso, l'amnesia in fondo era un comodo alibi, ma alla fine accettò Trascrisse quel numero e lo consegnò a Stefano. Questi affidò l'amico a Tògnin e gli raccomandò ancora di non farsi vedere in giro, quindi se ne andò con la Marietta a far visita alla méistra .

Nel frattempo, l'ex notaio Oreste Ricci, evocato più volte a proposito degli affari della famiglia Del Pilastro e della donazione di Tommaso Maria, era seduto affranto e sconsolato su un montarozzo di macerie nel soggiorno del suo appartamento devastato da un ignoto vandalo. Di tanto in tanto, a turno, due anziane ma energiche signore lo spingevano di mala grazia da un lato per recuperare dal mucchio un brandello di documento, qualche oggetto di cancelleria ormai inservibile, un taccuino a brandelli, frammenti di soprammobili e rottami di varia natura. La maggior parte finiva in un grosso sacco nero di plastica che una delle due, la Pina Bacigalupo, donna delle pulizie, aveva ormai quasi colmato; i frammenti cartacei di una certa consistenza venivano invece raccolti dall'altra, la Caterina Pescetto, ex segretaria e cugina di primo grado dell'ex notaio. Questa, dopo averli esaminati attentamente attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali, li consegnava ad una ragazza giovane e carina, la Debora Vitiello neo diplomata ragioniera, che li sistemava su un grande tavolo formando delle mazzette.

Il povero Ricci, la mattina dopo l'uragano, esaurite le lacrime, si era rivolto alle sole due persone che erano in grado di prestargli soccorso, la Pina e la Caterina, appunto. Quest'ultima però, dopo aver esaminato il luogo della sciagura, aveva ritenuto opportuno chiedere rinforzi e si era rivolta alla figlia di una vicina di casa, la Debora detta Debby, fresca diplomata, anche se non proprio col massimo dei voti, che avrebbe avuto l'opportunità di guadagnare qualcosina cercando di recuperare almeno una parte dei documenti distrutti. Prima di siglare l'accordo, però, aveva avvertito il parente, che conosceva bene, con un secco M 'arecomando Restin man inta stàcca! Che sarebbe a dire: Mi raccomando Orestino, mani in tasca! Al che l'attempato gaudente aveva risposto con un sospiro fra il rimpianto e la rassegnazione. Ogni tanto, nella stanza entrava, strascicando i piedi, un adolescente brufoloso con una cresta di capelli eretta come quella di un cacatua; di nome faceva Kevin ed era il nipote della Pina. Era incaricato di portare nella rumenta i sacchi pieni, bravo che la nonna patisce di sciatica! Anche lui si guadagnava quàrche palànca, qualche soldo.

A proposito di soldi. Un controllo in un paio di luoghi precisi, eseguito dal padrone di casa appena superato il primo choc, aveva accertato che di scasso – eccome! – si era trattato, ma non di furto. Infatti, un piccolo scrigno con qualche gioiello appartenuto alla signora Ricci madre, era stato trovato aperto e rovesciato sul letto, ma nulla era stato portato via. La stessa cosa si poteva dire per una vecchia cartella di cuoio, nascosta in un cassetto sotto una pila di mutande e contenente una notevole somma di denaro: era stata lacerata con un tagliacarte, le banconote gettate sul pavimento, ma neppure una era finita nelle tasche di chi aveva combinato quel disastro. Nella casa c'erano diversi oggetti di valore, quadri, argenteria, pezzi d'antiquariato, anche facilmente trasportabili: su di essi il vandalo aveva infierito senza pietà, ma anche in questo caso senza rubare nulla. Da scartare anche l'ipotesi che qualcuno fosse entrato alla ricerca di un documento custodito nell'archivio: questo individuo non avrebbe perso tempo a svuotare i pensili della cucina o a sventrare i materassi.

Era evidente che si trattava di una vendetta perpetrata da qualcuno che conosceva bene la sua vittima: il notaio infatti era noto per la sua precisione maniacale. Era ossessionato dall'ordine: un piccolo oggetto appena fuori posto scatenava la sua ansia e subito dopo la sua ira. Lo sapeva bene la Pina che, nei primi tempi del suo servizio, veniva sistematicamente aggredita con gli insulti più atroci e volgari solo per aver cambiato posto a qualche oggetto sulla scrivania o per aver sistemato un paio di pantofole sul ripiano sbagliato della scarpiera. La cosa ebbe fine quando lei, che imparava in fretta, non commise più errori, ma soprattutto quando dimostrò al suo datore di lavoro di possedere un repertorio di ingiurie adeguate ed incisive quanto le sue.

Il terremoto che aveva colpito la sua casa aveva lasciato il povero Oreste attonito e prostrato; a botta calda aveva avuto la forza di controllare preziosi e denaro, ma già la successiva mossa, chiamare al telefono la Pina e la sua vecchia segretaria, gli era costata uno sforzo indicibile. Quando le due donne erano arrivate, si era accasciato come un sacco vuoto su un mucchio di cocci, con lo sguardo vitreo: si alzava soltanto, e a fatica, quando le due dovevano frugare proprio nel mucchio sul quale stava seduto.

Dopo qualche ora di lavoro, la Pina e la Caterina si piazzarono davanti al Restin, lo sollevarono di peso reggendolo sotto le ascelle e lo depositarono su una sedia, miracolosamente intatta. Dopo avergli fatto bere un bicchier d'acqua ed essersi accertare che era in grado di intendere e di volere, gli comunicarono ufficialmente che da quel bombardamento non era possibile salvare nulla L'unica cosa da fare era caciâ via tùtto, buttare via tutto.

A sua volta la Debora detta Debby confermò – nonostante le dispiacesse perdere quel lavoretto – che per ricostruire anche un solo atto di vendita, tanto per fare un esempio, ci sarebbero voluti mesi. Visto che la denuncia era stata fatta conveniva disfarsi di tutte le cartacce, non c'era bisogno neppure del tritadocumenti; subito dopo bisognava eliminare cocci e rottami degli e, una volta sgomberato almeno in parte il campo di battaglia, tentare di recuperare gli oggetti di qualche valore. Era una proposta ragionevole e il notaio dovette accettare.
Per consolarlo la Caterina gli disse: «Così finalmente potrai rinnovare l'arredamento!»
Lui, con un fil di voce, la mandò affanculo.