Cinque

Andreina Timossi dattilografa, ultracinquantenne, nubile - detta Stipetto per la sua figura squadrata e per essere considerata poco più che un mobile dell'ufficio da superiori e colleghi - una mattina, entrando al suo posto di lavoro, trovò l'Eccellenza Andrea Mancuso, suo quasi omonimo e diretto superiore, davanti all'armadietto – spalancato - dove erano conservate le carte private del di lui predecessore, il defunto marchese Adriano degli Spigola. Quasi tutto il contenuto era ammucchiato alla rinfusa sulla scrivania, all'interno restavano solo poche carte sparpagliate che il Mancuso si affrettò a raccogliere, quindi avendo sentito la donna entrare si voltò chiedendole molto cortesemente di spolverare per bene i ripiani dell'armadio, cosa che fu fatta in un baleno. Alla domanda di Andreina, che si offriva di mettere ordine in tutte quelle carte, Andrea rispose scuotendo il capo e indicando delle lettere accanto alla macchina per scrivere. La donna comprese e si mise subito al lavoro, ma era in uno stato di grande agitazione e mentre batteva sui tasti allungava spesso il collo per dare un'occhiata ai documenti che venivano esaminati e smistati a seconda del contenuto. Alcuni riprendevano posto nell'armadio, altri finivano in una scatola di cartone che stava sul pavimento, altri ancora venivano riposti in una cartelletta aperta sopra una sedia. Entrambi sapevano che l'altro sapeva, ma mentre Andreina cercava a fatica di dissimulare il tremito delle sue mani, il suo quasi omonimo ostentava un atteggiamento tranquillo e disinvolto.
Quella mattina, ormai certo di avere la nomina in tasca e libero da ogni cautela, Andrea aveva deciso di sistemare una questione rimasta in sospeso e che gli dava non poco pensiero nonostante la sicurezza esibita davanti alla sua sottoposta: metter le mani sulle carte private di Adriano. Egli ne conosceva esattamente il contenuto perché l'amico per lui non aveva segreti. Quell'armadio era un'autentica babilonia, il defunto non era stato certo un archivista preciso e meticoloso. Accanto alle lettere delle sue numerose amanti e a foto non proprio di famiglia, c'erano ritagli di giornale che riportavano le sue imprese sportive e mondane, le copie dei discorsi e di molti documenti scritti da don Gianni, ma soprattutto c'erano gli incartamenti delle persone protette secondo l'accordo stipulato dai due fratelli. Questi venivano nuovamente sistemati nell'armadio, lettere, fotografie e ritagli di giornale finivano nella scatola, ma non sempre, alcuni elementi di questo mucchio, dopo essere stati esaminati attentamente, prendevano posto nella cartelletta che, appena colma, Andrea ripose nella sua borsa.
Anche Andreina conosceva bene il contenuto dell'armadio, Adriano, considerandola come tutti poco più che una suppellettile, non si era mai preoccupato di nascondersi mentre riponeva alla rinfusa lettere e foto piccanti, documenti riservatissimi, e frivoli resoconti mondani. La dattilografa anzi conservava, ben custodita, una chiave di riserva che egli le aveva dato perché dimenticava spesso la propria. Un giorno alle obiezioni di Andrea, che riteneva imprudente affidare ad una semplice dattilografa l'accesso a simili segreti, Adriano aveva risposto che la signorina Timossi era come la sua Olivetti : sapeva scrivere ma non sapeva leggere. Il Mancuso, accorto e attento osservatore, non ne era così certo ed ora si affrettava a mettere al sicuro quelle carte compromettenti. Quei documenti provavano che l'insospettabile marchese degli Spigola, esponente di spicco del Partito e funzionario statale, si era macchiato di tradimento proteggendo elementi sovversivi e assai pericolosi per la sicurezza della Nazione. A dire il vero Adriano avrebbe voluto distruggere tutta quella documentazione, ma l'amico gli aveva suggerito di conservarla perché rappresentava una garanzia per il futuro. Le rivalità all'interno del Partito e fra i funzionari erano tali che nessuno poteva dirsi al riparo da qualche rovescio di fortuna, la denuncia di un bel po' di nemici della patria al momento giusto gli avrebbe conferito un merito indiscutibile. In realtà era alla garanzia del proprio futuro che Andrea pensava: se le cose fra lui e l'amico fossero cambiate, se per qualunque ragione avesse perso il suo posto privilegiato di portaborse, non avrebbe esitato a denunciarlo di connivenza con i sovversivi. Ma se fossero capitate ora nelle mani sbagliate (o in quelle giuste secondo il punto di vista) Andrea rischiava di essere accusato di complicità per non aver denunciato tempestivamente il grave reato. Se avesse distrutto lui tutto quell'archivio il pericolo sarebbe stato scongiurato, ma aveva deciso diversamente.
La signorina Timossi non solo sapeva leggere e capiva quel che leggeva, ma aveva anche un'ottima memoria, ricordava tutti i nomi delle persone che don Gianni proteggeva. C'erano semplici conoscenti, vicini di casa, amici d'infanzia, perfetti sconosciuti, tutti accuratamente e minuziosamente schedati. In quei dossier, sigillati e con la dicitura RISERVATO accanto al nome, era contenuta tutta la loro vita e nell'ultima pagina una nota in rosso precisava: NON PROCEDERE . Ora queste persone erano nelle mani di sua Eccellenza Andrea Mancuso. Appena tutti i documenti furono catalogati e collocati al loro posto e la scrivania fu di nuovo sgombra, Andrea firmò le lettere che la dattilografa aveva appena scritto e la incaricò di andarle a spedire subito perché erano molto urgenti. Mentre scendeva le scale ella incontrò un giovane con la borsa degli attrezzi a tracolla, ma non ci fece caso. Al suo ritorno in ufficio il suo superiore non c'era più, la scatola era stata sigillata e l'armadio era di nuovo chiuso a chiave. Andreina provò ad aprirlo e capì: la serratura era stata cambiata e questa volta non avrebbe ricevuto una chiave di riserva. Approfittando del fatto che l'ufficio era deserto chiamò don Gianni per dirgli che quei poveri parrocchiani avevano di nuovo bisogno di aiuto, erano ancora una volta soli e abbandonati. Il parroco comprese immediatamente, era preparato: dalla morte del fratello aspettava questo momento. Si stupì ma non troppo di tanto ritardo, non pose tempo in mezzo e cominciò a darsi da fare.
Andrea avrebbe potuto prender possesso delle carte di Adriano subito dopo la morte di questi, ma aveva aspettato di proposito, anche se poteva essere rischioso. Voleva tranquillizzare il parroco, e indirettamente i suoi protetti, facendogli credere che nulla era cambiato, i due si conoscevano da quando erano ragazzi e Andrea si comportava come il vecchio amico di sempre. Ma proprio l'antica frequentazione aveva dato modo a don Gianni di scoprire quanto il vecchio compagno di giochi potesse diventare pericoloso, e se questi sapeva abilmente dissimulare la sua vera natura, il prete non era da meno, per carattere e per formazione professionale. L'apertura del famoso armadio poi doveva avvenire in modo plateale e alla presenza della signorina Timossi - che il suo superiore non considerava affatto come un arredo dell'ufficio - non solo per farle capire che le cose erano cambiate, ma anche per tenerla sulla corda poiché fra i numerosi dossier compromettenti ce n'erano due proprio a nome Timossi, Alfredo e Giulio, rispettivamente padre e fratello della signorina.
Andrea come al solito aveva il suo piano ben preciso in testa. Nello scatolone erano finite le cartacce insignificanti: anonime foto pornografiche, lettere di amanti non firmate, brogliacci di documenti, ritagli di giornale. Il giorno successivo pregò il caro amico Gianni di passare dall'ufficio perché lui non poteva proprio muoversi! e gli porse lo scatolone scusandosi mille volte per il ritardo con il quale gli consegnava le carte del povero Adriano, cari ricordi che ti farà piacere conservare in sua memoria. Al sicuro nella sua borsa c'erano invece lettere e fotografie che nelle sue abili mani diventavano vere e proprie polizze assicurative, molti illustri personaggi personaggi gli avrebbero mostrato la loro gratitudine pagandogli il premio. Non un ricatto, non era così volgare la Zecca, semplicemente si era procurato qualche cagnolino di riserva per i tempi difficili o per qualche occasione speciale. Un paio di lettere e la foto eloquente della bella moglie del titolare di una ditta concorrente alla sua, gli avevano consentito di ottenere la fornitura delle lenzuola del principale ospedale della città. Un'altra volta ad un pranzo di gala aveva notato che Clelia guardava, come un bambino davanti alla vetrina dei giocattoli, la collana di zaffiri della bella signora seduta davanti a lei, nientemeno che la moglie di un ministro. La gentile signora si sfilò immediatamente la collana in cambio di pacchetto di lettere legate, come si usa, con il nastro rosso. Sì perché una volta pagato il premio si otteneva la restituzione della polizza e della tranquillità, e si restava amici come prima. Clelia fece i salti di gioia e non finiva di abbracciare e baciare il marito quando, la settimana successiva, la domenica di Pasqua, trovò la collana nell'uovo di cioccolato.
Andrea in casa era un marito amorevole e premuroso, un padre affettuoso e comprensivo; in ditta un padrone paternalista e benevolo, pronto ad ascoltare le richieste dei dipendenti e qualche volta perfino a soddisfarle, ma nell'espletamento delle sue funzioni pubbliche era una autentica carogna, una Iena come lo definivano con altro termine zoologico non proprio lusinghiero amici e nemici. Se ne rese subito conto la povera dattilografa che una mattina su due vedeva il suo superiore aprire l'armadio maledetto, trarne fuori un dossier a caso, rompere i sigilli, radunare tutti i fogli, sistemarli in una cartellina nuova e riporla nella sua ormai famigerata borsa. Cercava di rimanere impassibile ma dai suoi occhi trapelava tutto il suo tumulto interiore. Andrea lo vedeva e si divertiva. Portava a termine tutta l'operazione con esasperante lentezza, voltava all'improvviso lo sguardo verso di lei che non poteva trattenere un moto nervoso delle mani; lasciava per un momento in vista il nome scritto sulla cartella, per darle il momentaneo sollievo di vedere che non si trattava di un suo congiunto, ma per infliggerle al tempo stesso la tortura dell'attesa, perché prima o poi sarebbe toccato ad uno dei suoi. Sua Eccellenza Andrea Mancuso provava la sensazione esaltante di avere fra le mani il destino di quelle persone che non conosceva, ne sceglieva una caso e non si curava neppure di leggere i rapporti che le riguardavano. Le condannava con indifferente malvagità perché non era mosso né dalla convinzione politica, né dal senso del dovere e neppure usava quei fascicoli per acquisire meriti presso i suoi superiori, si limitava a consegnare il dossier, come se lo avesse appena ricevuto dai suoi informatori, agli agenti preposti lasciando loro oneri e onori. Ogni tanto prima di andare a pranzo ne buttava uno nel cestino, sempre scelto a caso e ancora sigillato, sapendo che Andreina appena lui fosse uscito lo avrebbe distrutto. In questo modo dalla sua misera prospettiva giocava a fare Dio.
Don Gianni avvalendosi della sua rete segreta di collaboratori, pochi ma efficientissimi, aveva provveduto ad avvisare le persone in pericolo, fra i primi Libero e i suoi amici, i quali nel giro di poche ore si erano dileguati. Un paio avevano passato il confine trovando rifugio in Francia. Quello con il dossier più voluminoso si era rintanato in un convento di frati penitenti, di cui il fratello era priore, approvando per la prima volta la scelta professionale del congiunto. I rimanenti, due o tre, avevano trovato adeguato nascondiglio in remote frazioni di campagna raggiungibili solo a dorso di mulo. L'oste era rimasto al suo posto, dietro al bancone a mescere vino e liquori. Il suo fascicolo era stato uno dei primi a finire nel cestino, ridotto in minutissimi pezzi e poi bruciato da Andreina, la quale il giorno stesso era passata dall'osteria e con un giro di parole, presentandosi come la segretaria di sua Eccellenza Mancuso, aveva comunicato al signor Dell'acqua (nome decisamente imbarazzante per un oste) che poteva star tranquillo. Ottavio, un omone di circa sessant'anni virilmente panciuto e baffuto, non privo di galanteria, insistette garbatamente perché Questa graziosa signora... No no signorina! Ah meglio! accettasse un bicchiere di vino, No grazie mi fa girare la testa. Ma no è leggero, è dolce! Rossa in viso ed imbarazzatissima la signorina Andreina. Ma che bel nome! dovette cedere alla insistenze, accettò il bicchiere di vino e mostrò di gradirlo tant'è che ne sorseggiò un secondo. Veramente ottimo signor Dell'acqua! Mi chiami Ottavio la prego! Quando si alzò dal tavolo barcollava leggermente e la testa era diventata leggera, aveva la sensazione che ondeggiasse sul collo come un fiore sullo stelo. Ottavio senza dire nulla la accompagnò alla porta sostenendola delicatamente per un gomito, qui si produsse in un impeccabile baciamano con inchino, per quanto glielo permettesse la pancia, e affidò la signorina all'aria fresca - panacea per tutte le ebbrezze - rimanendo sulla soglia a guardarla mentre si allontanava. L'oste era rimasto piacevolmente colpito dalla signorina Andreina, gli piacevano le sue maniere garbate ed eleganti, si vede che è una persona istruita, la sua voce ben modulata e il parlare forbito che riservava agli estranei, ma soprattutto aveva ammirato la rassicurante solidità della sua corporatura.
Andreina subito dopo fece una seconda visita. Con la sporta piena di generi di conforto e qualche scatola di sigari, a piedi per placare l'ansia, si spinse fino alla periferia ovest della città e da qui si inerpicò sulla collina fino a raggiungere una grande villa dall'aspetto un po' malandato che doveva aver conosciuto tempi ed ospiti migliori: la pia casa di riposo Villa Lieta San Gaudenzio retta dalle Suore Ospedaliere dei Poverelli. Di lieto e di gaudente in quel luogo c'era poco, di poverello molto: ospitava una decina di vecchi, tutti uomini, la maggior parte senza famiglia e non paganti. Le suore, anch'esse non più nel fiore degli anni, tiravano avanti con un piccolo sussidio pubblico, con qualche donazione saltuaria, con i modesti ricavi provenienti da lavori di cucito e ricamo e con la vendita dei loro rinomati Biscotti del Paradiso di cui l'ordine si tramandava la ricetta da almeno due secoli. Qui soggiornava anche Alfredo Timossi padre di Andreina. A dispetto dei suoi settantacinque anni era ancora sano e robusto, non aveva bisogno di alcuna cura e avrebbe potuto vivere tranquillamente nella sua casa, passare il tempo all'osteria e a giocare a bocce con gli amici superstiti: un meritato riposo dopo aver lavorato per oltre sessant'anni come fornaio, prima da garzonetto poi con una bottega tutta sua. Alfredo non era propriamente un ospite, faceva il pane e la focaccia per tutti, vangava l'orto, spaccava la legna, si occupava di piccole riparazioni. Soggiornava a Villa Lieta per prudenza, perché era sempre stato, fin nella culla, socialista e di quelli arrabbiati, ben noto alla polizia e considerato ancora un elemento pericoloso. Vista l'aria che tirava Andreina aveva preteso che si trasferisse alla Villa dove viveva anche suor Margherita sua sorella maggiore quasi novantenne e cieca. Alfredo là dentro si sentiva come una volpe presa nella tagliola, ma capiva che era necessario e soprattutto non voleva dare altre preoccupazioni alla figlia che doveva badare che il fratello minore, anche lui noto sovversivo, non si cacciasse nei guai.
La cara signorina Timossi come la chiamavano le suore, fu accolta come sempre con grande affetto e non solo perché non mancava mai nelle sue visite di portare in dono generi alimentari e generose offerte: l'avevano vista nascere e le volevano davvero un gran bene. Quando arrivò, Alfredo era in quella che pomposamente veniva chiamata la sala della ricreazione, uno stanzone freddo e umido nel quale gli anziani ospiti - imbacuccati come se fossero sulla neve - cantavano o almeno ci provavano, sotto la sua direzione. Questa era infatti un'altra delle sue mansioni, egli aveva una bella voce tenorile e tutti lo ascoltavano volentieri; qualche volta le suore si univano al coro, quando le canzoni non erano troppo sconvenienti, perché il maestro non voleva saperne di canti di chiesa: canzoni popolari, di lotta, qualche aria d'opera, ma niente messe cantate come diceva lui. La Madre Superiora, suor Ignazia dalla bella voce di contralto, appena poteva si metteva al vecchio pianoforte e li accompagnava cantando anche lei, faceva un certo effetto sentire L'internazionale o Bandiera Rossa cantata e suonata da una monaca. Andreina, porgendogli i sigari che gli aveva portato, lo mise al corrente della situazione, al colloquio erano presenti la superiora e suor Teresa la cuciniera. « Quando la smetteranno quei maledetti figli di cani rabbiosi di opprimere il popolo! Verrà pure il momento che Satana se li trascinerà all'inferno!» sbottò furente suor Ignazia. Suor Teresa si segnò: « Madre che dite! Vi sembra questo il linguaggio adatto ad una suora? E poi il Cavalier B.M. ha fatto il Concordato, e il papa ha detto che il capo del governo è l'uomo della.... » « Rovina ! - la interruppe la superiora - credete che non ci siano papi all'inferno? ». La povera suor Teresa si segnò ancora e biascicando qualche preghiera se ne tornò in cucina.
Suor Ignazia era decisamente una monaca fuori dell'ordinario, non ancora quarantenne, alta, magra, muscolosa, aveva preso i voti piuttosto tardi. In gioventù era stata campionessa di tennis, come la sua vigorosa stretta di mano testimoniava, e aveva due lauree, in matematica e in filosofia. Si diceva che a condurla in seno alla Chiesa fosse stata una delusione d'amore, ma chi la conosceva lo riteneva assai poco probabile, anche se non sapeva spiegarne i motivi. Mise a disposizione la Villa per chi ne avesse avuto bisogno. Quel luogo, come disse, era dimenticato da Dio e dagli uomini e se la polizia si fosse presentata ci avrebbe pensato lei. Si offrì inoltre di far ricorso a certe sue conoscenze che avrebbero potuto essere molto utili in questa occasione. Andreina se ne tornò a casa molto confortata, il padre era al sicuro e se don Gianni le avesse chiesto aiuto lo avrebbe indirizzato a Villa Lieta .
Restava il fratello. Giulio Timossi, trent'anni, lavorava come impiegato in una ditta di spedizioni, anch'egli di fede socialista come il padre si era già guadagnato qualche arresto e la sua bella schedatura alla polizia. Per diverso tempo, in obbedienza alla sorella che gli aveva fatto da madre, se ne era stato tranquillo e grazie alla protezione di don Gianni - di cui era all'oscuro – non era stato disturbato. Ma ora Andreina dovette raccontargli come stavano le cose perché bisognava trovare subito una soluzione, il pericolo era grave e imminente. Il ragazzo dapprima andò su tutte le furie perché essere protetto da un prete gli sembrava una cosa ripugnante, di andare alla Villa col padre poi non se ne parlava nemmeno! Pareva non ci fosse proprio una via d'uscita, ma anche questa volta il diavolo ci mise la coda, non a danno di Giulio però, ma del suo capoufficio Giovanbattista Bacigalupo, che una sera mentre portava a spasso il cane, scivolò su una buccia di banana, cadde malamente e si fratturò una gamba. Questo signore, per incarico della ditta di spedizioni Terramar, doveva recarsi negli Stati Uniti per la prossima apertura di una filiale, aveva già bagagli e documenti pronti, ma l'incidente lo avrebbe fermato per almeno un mese. Fu così che la Direzione pensò di sostituirlo con Giulio Timossi: il ragazzo era sveglio, conosceva un po' la lingua e a fianco dell'esperto Bacigalupo aveva imparato bene il mestiere. Nel giro di una settimana era già sulla nave, in salvo e verso una nuova vita. Adriana non ringraziò il Signore perché riteneva questo un atto dovuto da parte Sua, anzi si considerava in credito nei confronti del Padreterno. Ora quel bastardo del Mancuso provi un po' a fare i suoi giochi di prestigio con le cartelle! pensò accompagnando il pensiero con un gesto non proprio da signorina beneducata. Per festeggiare, ma anche per scacciare la malinconia per la partenza del fratello amato come un figlio, decise di concedersi un bicchiere di quel vinello per signore nell'osteria di Ottavio. L'oste non credeva ai suoi occhi, era tornata! Non osava sperare tanto, lui era un uomo semplice e ignorante, lei una signorina istruita, eppure sentiva di non esserle indifferente. Si fece coraggio e la invitò per la sera stessa ad andare al cinema, lei accettò con piacere. Il Signore che non ama aver debiti decise di pagare completamente quelli che aveva con Andreina, dopo aver salvato i suoi congiunti ed averle fatto conoscere l'amore (perché la storia con Ottavio andò a buon fine) versò sul suo conto il saldo: la vendetta ai danni di sua Eccellenza Andrea Mancuso.
Poche settimane dopo la sua visita a Villa Lieta avvenne il decesso di uno degli ospiti più anziani, il novantatreenne commissario in pensione Alfio Cacciatore che nella sua lunga carriera aveva onorato il proprio nome catturando e consegnando alla giustizia un gran numero di delinquenti. Al momento del pensionamento, non avendo famiglia propria, era partito dalla natia Sicilia per raggiungere un fratello che abitava nella nostra città, alla morte di questi avendo superato abbondantemente gli ottanta si era trasferito nella casa di riposo. Con lui se ne andava l'ultimo ospite pagante. Dopo il funerale due suore si occuparono di sgomberare la sua stanza, un lavoro di poco tempo e di poca fatica: un po' di biancheria, qualche abito, poche fotografie, un paio di libri, una pipa ancora carica. Sotto il letto c'era però una grossa valigia che all'apertura si rivelò piena zeppa di documenti. La Madre Superiora ordinò che venisse portata nel suo studio perché voleva esaminarne il contenuto nell'eventualità di trovare traccia di qualche parente ancora in vita. I documenti erano tutti resoconti delle vecchie indagini del commissario, informazioni su indagati e testimoni che si riferivano a persone scomparse da tempo. Suor Ignazia li gettò nella stufa, ma in mezzo a tutte quelle pratiche di lavoro c'era un interessante fascicoletto relativo ad un certo Mancuso Andrea di Calogero e Russo Rosalia. Il ragazzo già dall'età di tredici anni era stato segnalato per diversi episodi di furto, aveva falsificato dei documenti scolastici e a quindici anni aveva aggredito un anziano mendicante portandogli via il cappello con pochi spiccioli. Condannato a sei mesi di riformatorio ne era fuggito dopo qualche settimana. Con l'aiuto di un compagno aveva picchiato il guardiano ed aveva scavalcato il muro di cinta facendo perdere le sue tracce.
Pochi giorni dopo sua Eccellenza Andrea Mancuso trovò sulla sua scrivania una busta rigonfia con il suo nome e cognome scritto a macchina. Poté così ritornare ai bei tempi della sua adolescenza leggendo le copie dattiloscritte dei dettagliati rapporti sulle sue imprese. Gli originali erano custoditi nella cantina di un'osteria, in una scatola dietro una fila di bottiglie di Vino dei Castelli. Per concludere la transazione non ci fu bisogno di parole, sua Eccellenza aprì l'armadio, prese gli ultimi fascicoli che vi erano contenuti e alla presenza della dattilografa li gettò nel cestino, solo il pallore cadaverico e la contrazione delle mascelle tradivano la sua rabbia. All'ora di pranzo se ne andò lasciando l'armadio spalancato, vuoto e con la chiave inserita nella serratura.
(continua) Gralli
