Dalle nove alle nove

In un giro di orologio
In un giro d'orologio, dalle nove alle nove, come recita il titolo, si consuma la vicenda tragico-grottesca di Stanislaus Demba studente universitario, bizzarro e stravagante, nell'aspetto e nelle maniere. Seguiremo il suo peregrinare e le sue tappe, una sorta di concitata e ansiosa via crucis, attraverso vari luoghi della Vienna del primo '900, dove con i suoi strani modi non mancherà di suscitare stupore, pietà, disprezzo, e in qualche caso terrore. Ogni stazione è anche una vivida e ironica descrizione di differenti ambienti e personaggi e situazioni piccolo borghesi.
Al suo apparire in scena lo vediamo mentre tenta di entrare in una salumeria, abbassando la maniglia col gomito e spingendo la porta col ginocchio: è un uomo giovane, alto, dalle ampie spalle, dai baffi corti e rossicci; porta il soprabito avvolto attorno alle mani a guisa di un manicotto, ha gli stivali sporchi e i pantaloni infangati, come se avesse fatto molta strada. Nel negozio sembra avere molta fretta, ma poi, ricevuto il panino imbottito richiesto, indugia ostentatamente, facendo molte domande e guardandosi intorno per perder tempo; la pizzicagnola si allontana per prendergli del liquore, al suo ritorno l'uomo è sparito, ma ha lasciato le monete del conto sul bancone.
La tappa successiva lo vede al parco, seduto su una panchina insieme a due compassati eruditi, tratteggiati con graffiante sarcasmo, impegnati in una dotta quanto vacua conversazione; il cane di uno dei due si impadronisce del panino di Demba senza che questo muova un dito per metterlo in salvo, ma in compenso assestando una violenta pedata all'animale; i due studiosi ipotizzano che la brutalità del losco individuo sia dovuta all'assunzione di hashish.
Segue, sempre al parco l'incontro con una giovane bambinaia alla quale confessa di essere un mutilato da incidente sul lavoro, perché ora Demba porta il soprabito sulle spalle, abbottonato sommariamente, ma con le maniche vuote e svolazzanti.
La scena successiva si svolge "nell'ufficio della ditta Oskar Klebinder, tessuti all'ingrosso per gilè" dove lavora Sonja Hartmann, fidanzata, o meglio ex fidanzata, almeno per intenzione unilaterale, di Demba, e in procinto di partire per un piacevole viaggio con un altro uomo. Dettagliata e puntuta, impietosa, la descrizione degli impiegati, ottusi e supponenti e del loro angusto mondo, quale si palesa dai loro discorsi insulsi.
La scena di gelosia nella quale Stanislaus si produce provoca il terrore della ragazza che crede di aver visto un'arma fra le sue mani, sempre nascoste; la paura la induce a promettere di partire con lui, anziché con il rivale.
Ora lo scopo delle peregrinazioni dello studente è quello di procurarsi il denaro per il viaggio, e qui cresce l'ansia del lettore che lo vede in situazioni diverse nell'impossibilità di compiere il gesto di prendere il denaro, che pure, almeno in parte, riesce ad ottenere, perché il giovane non allunga mai le mani, anche quando sarebbe semplicissimo farlo, una sorta di supplizio tantalico, di cui che legge non riesce a darsi ragione.
Verso la metà del romanzo veniamo a sapere (ed io non ve lo dirò) il motivo di questo impedimento, banale in fondo, ma terribile per le sue conseguenze. La giovane amica dalla quale Stanislaus si reca confidando il suo problema, propone una soluzione, concreta, che dovrebbe porre fine ai tormenti del poveretto. Ma anche in questo caso la faccenda non andrà a buon fine, per il classico, fortuito, granellino di sabbia nell'ingranaggio che blocca tutto un meccanismo.
Se dapprima le peripezie di Demba potevano sembrare misteriose sì, ma grottesche e quasi comiche, con il procedere del racconto fatalmente e inesorabilmente si fanno cupe e drammatiche. L'ultima tappa della via crucis avviene nel ristorante nel quale si ritrovano Sonja, alcuni suoi colleghi, il suo nuovo innamorato; all'umiliazione del giovane, eccitato anche dall'alcol, segue una lotta furibonda per sottrargli la presunta arma nascosta.
Non dirò di più sugli eventi, se non che Il suo destino è segnato, il tempo sta per scadere e la tragedia è imminente, il giro d'orologio sta per completarsi.
Questo testo, come tutta la buona letteratura, ha diversi livelli di lettura. C'è la vicenda del convulso girovagare di Demba e del suo incomprensibile (almeno fino a metà della narrazione) comportamento, che tiene sulle spine il lettore e lo spinge a fare mille ipotesi. C'è la garbata, ma pungente ironia di costume che fa sfilare in passerella una serie di personaggi di volta in volta boriosi, saccenti tronfi, supponenti, sciocchi, vacui, ma compresi nel proprio ruolo, inconsapevoli della loro misera mediocrità. Fa eccezione Steffi, la giovane amica di Stanislaus, ragazza di buon senso e di buoni sentimenti, il cui tentativo di liberare il poveretto viene vanificato dalla noncuranza altrui. Infine c'è l'aspetto metaforico, simbolico, rappresentato da tutta una serie di cose che potrebbero essere "a portata di mano" ma diventano di fatto irraggiungibili; impedimento che viene qua e là sottolineato con ironia da frasi fatte quali "alzare un dito", "allungare le mani" "avere le mani legate". Trattandosi di una rilettura, e conoscendo il motivo dell'impaccio di Demba, nonché l'epilogo della vicenda; è venuta meno solo la curiosità del "perché fa così" e del "come andrà a finire", tuttavia, a parte ciò, il piacere della lettura è rimasto intatto, anzi ho vieppiù assaporato la satira di costume riflettendo inoltre sulla superficialità con cui diamo per scontate certe funzioni che ci sembrano automatiche. Ultimo, ma non meno importante, il godimento dato da un meccanismo narrativo funzionante come un orologio di alta precisione, e da un'atmosfera kafkiana non casuale, vista l'amicizia e la temperie culturale comune dei due autori.

Leo Perutz
Prima di decidersi a entrare, Demba era passato tre volte davanti al negozio e, ogni volta, aveva gettato uno sguardo timoroso all'interno. Dava l'impressione di cercare qualcuno. Anche il suo modo di entrare fu bizzarro: non abbassò la maniglia con la mano, ma col gomito sinistro, cercando contemporaneamente di aprire la porta col ginocchio destro: il che gli riuscì solo dopo vari tentativi.
Infine si ritrovò nella bottega. Era un uomo alto, largo di spalle, con un paio di corti baffi rossicci su un viso altrimenti ben rasato. Portava il soprabito marrone chiaro avvolto intorno alle mani a mo' di manicotto e ve le teneva nascoste. Sembrava aver fatto molta strada, gli stivali erano sporchi, i pantaloni inzaccherati di fango fino al ginocchio.
«Un panino imburrato, per favore! ».
Frau Püchl mise mano al coltello, ma lì per lì non pensò certo d'interrompere la sua chiacchierata con la tabaccaia.
«Dunque, già questa non m'è andata giù: come arriva la cassetta, pesa settantaquattro chili, ma io, di formaggio di pecora, ne avevo ordinati settantacinque chili. E poi, appena tolgo il coperchio... be', le dico, il formaggio aveva un aspetto, si poteva mandarlo subito in villeggiatura a tirarsi un po' su. Tutto molle, tutto squagliato. Cosa le do, signore? ».
Stanislaus Demba, nella sua impazienza, aveva scalciato più volte contro il bancone. «Un panino imburrato, per favore, ma subito. Ho fretta».
La pizzicagnola tuttavia non si lasciò distogliere così facilmente da quell'importante argomento di conversazione. « Scusi, la signora è venuta prima di lei» disse al signor Demba. «La dovrò pur servire prima». Il «servirla prima» significò solo che proseguì la storia del suo formaggio di pecora senza abbreviarla. [...]
A questo punto fu interrotta per la terza volta dal signor Stanislaus Demba, che non sembrava propenso ad aspettare ancora a lungo il suo pane imburrato.
«Forse,» disse in un miscuglio di impazienza, sarcasmo e rabbia trattenuta a stento «quando la sua giusta collera si sarà un poco calmata, potrò finalmente avere il mio pane imburrato».
«Lo sto preparando, solo un pochettino di pazienza. Ma ne ha di fretta, signore! ».
«Sì» disse Stanislaus Demba brevemente.
[...] « Il signore probabilmente ha un impiego fisso da qualche parte; in un ufficio o in una cancelleria?» chiese la pizzicagnola al suo nuovo cliente. «Dico così per dire, visto che il signore ha una tale fretta».
«In ogni caso il mio tempo non l'ho rubato» rispose sgarbatamente Demba.
«È pronto». Frau Püchl spinse verso di lui, attraverso il bancone, il pane imburrato. «Ventiquattro centesimi».
Il signor Demba fece un brusco movimento verso il pane. Ma non lo prese. Si passò un paio di volte, lentamente, la lingua sulle labbra, corrugò la fronte dando l'impressione che all'improvviso gli fossero sorti dei seri ripensamenti.
« Forse devo tagliarglielo? » chiese la pizzicagnola.
«Sì, certo, lo tagli».
La donna tagliò in più pezzi la fetta di pane e li mise davanti al cliente.
Demba non li toccò. Tamburellò con la punta del piede sul pavimento e fece schioccare la lingua, come chi aspetti, impaziente, un avvenimento che non vuole accadere. Da dietro il pince - nez di corno, i suoi occhi vagavano per la bottega quasi in cerca di aiuto.
« Il signore desidera ancora qualcosa? » domandò Frau Püchl.
« Come? Sì. Ha del salame di Cracovia per caso? ».
«Di Cracovia no. Di salame ne abbiamo all'aglio, stagionato, rosa oppure c'è della soppressa».
«Salame all'aglio, allora».
« Quanto? ».
« Ottanta grammi. O un etto ».
«Un etto. Come vuole». La donna avvolse il salame in un foglio di carta e depose il pacchetto vicino al pane imburrato. «Fanno sessantaquattro centesimi in tutto».
Demba non prese né l'uno né l'altro.

Valentin Kern Vienna
Demba che sembrava avere molta fretta, non solo non prende quanto ha chiesto, ma perde tempo a guardarsi intorno, a chiedere altre cose. Perché? La ragione, insospettabile, il lettore, con stupore, la scoprirà più avanti, sarà la causa di tutti gli eventi successivi.
Gralli
