Delitti esemplari

18.10.2026

Potrei ucciderti per questo!

Alzi la mano chi non lo ha mai detto ma, fortunatamente, la maggior parte di noi non è passata dalle parole al fatto. Almeno per ora.
Si uccide per denaro, per ottenere qualche potere, per vendetta, per gelosia, per paura, per legittima difesa… ma anche per futili motivi - almeno visti dal di fuori. Gli omicidi qui descritti, o meglio, confessati in forma molto sintetica, essenziale, appartengono a quest'ultima categoria.

Questo è materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca alla carta, sfiorando appena l'orecchio. Confessioni senza storia: chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che di spiegare il furore. Raccolte in Spagna, in Francia ed in Messico nel corso di più di vent'anni, non potevo - oggi - migliorarle: questo spiega la loro semplicità.

Ciò è quanto dichiara l'autore in una breve prefazione, quindi questa è una raccolta di testimonianze e non un'opera di invenzione.
Sarebbe consolante pensare che si tratta di provocatorie storielline all'umorismo nero, che mettono "l'ipocrita lettore" faccia a faccia con i suoi inconfessabili impulsi a fini catartici, lasciandolo a libro chiuso con la coscienza immacolata.
No, queste sono persone vere, comuni, ordinarie, come noi (ci ho trovato uno del mio mestiere); non sono "mostri", i malati mentali sono solo due. L'essere umano è anche quello assurdo, paradossale, che viene fuori da queste confessioni: homo sum, nihil humani a me alienum puto.
L'autore, meglio il curatore, non commenta, non giudica, si limita a mostrare. Al lettore resta comunque il legittimo dubbio, o la speranza, che il tutto sia un espediente letterario, che queste storie minime siano in realtà pura invenzione.

Andammo a caccia di anitre selvatiche. Restai a lungo acquattato nel fango. Chi mi spinse a puntare su quell'uomo tracagnotto e ridicolo, con il suo cappello tirolese, con penna e tutto?

Confesso, lo avrei fatto anche io.

Mi invitò sette volte di seguito a ballare. E non valevano pretesti: i miei genitori non mi perdevano di vista. Quell'imbecille non aveva il minimo senso del ritmo. E gli sudavano le mani. E io avevo uno spillone, lungo, lunghissimo.

Come biasimarla!

Era scemo. Gli spiegai e rispiegai tre volte la strada da fare, in modo chiarissimo. Era molto semplice, non aveva che attraversare il Viale della Riforma all'altezza della quinta traversa. E tutte e tre le volte si confuse nel ripetere la spiegazione. Gli feci una piantina chiarissima. Restò là a guardarmi con aria interrogativa: - E poi... Oddio, non ho capito.
E si strinse nelle spalle. C'era da ammazzarlo. E io lo feci. Se mi dispiace o no, è un'altra faccenda.

Quando mi chiedono indicazioni di questo tipo rispondo di non essere del posto, meglio evitare tentazioni.

Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente niente: perché non voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva effetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo picchiai: non ci fu verso. Gli altri bambini cominciavano a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l'appetito, finché un giorno non ne potei più, e, perché servisse d'esempio, lo impiccai all'albero del cortile.

Collega, quanta pazienza ci vuole!

Jan Steen, La scuola del villaggio, 1670 

L'umorismo nero, posto che questo lo sia, non a tutti è gradito, per apprezzarlo occorre adottare una modalità di lettura particolare. Bisogna astrarre dalla vita vera, dall'empatia e dal giudizio morale; queste letture sono in qualche modo una valvola di sfogo degli impulsi aggressivi, attraverso di essi si attua una sorta di catarsi, la simulazione del gesto violento inibisce quello vero: la stessa cosa che accade quando in un'impeto d'ira auguriamo la morte a qualcuno, nel momento in cui lo dichiariamo evitiamo di farlo veramente.

Per riflettere

Gralli

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