Dieci

13.05.2026

Suor Ignazia sta per morire. Mi ha chiamata, vuole rivedere con me la storia che ho scritto finora. Prima che questa bestia mi prosciughi definitivamente. Vuole essere certa che tutto sia stato narrato con esattezza e senza omissioni. Quando nonna Léontine è morta mi ha detto che, come rappresentante più giovane della famiglia Strazzera, avevo il dovere di salvare queste vite nella memoria e mi ha ordinato di scrivere. Lei è stata la fonte principale per tutte le vicende di cui non potevo essere testimone, ha conosciuto quasi tutti i personaggi, ha raccolto resoconti e ricordi attendibili, ha avuto fra le mani documenti scritti mostrandomi quelli ancora in suo possesso. Fin dall'inizio mi ha esortato a fare in fretta perché gli ultimi due testimoni stavano per andarsene. La malattia non le avrebbe lasciato molto tempo e lo zio Settimio è vecchio, e rimbambito , ha aggiunto senza tanti complimenti. Queste ultime due cose non sono vere, lo zio ha trent'anni di meno, ma lei lo considera un testimone troppo sentimentale, poco obiettivo. Lei invece, ha mantenuto fino alla fine la lucidità e il vigore intellettuale dei suoi anni giovanili. La maggior parte di queste persone, molte del mio stesso sangue, e di questi fatti non li avrei mai conosciuti senza la sua puntuale testimonianza... Quelli che non conoscono ciò che è stato prima di loro sono come foglie sbattute dal vento, mi ha ripetuto anche oggi per l'ennesima volta,

Ora siamo sulla grande terrazza dove spira sempre la brezza di mare. In estate si riempie di tavolini e gli ospiti, fra i quali adesso ci sono molte donne, passano le ore più calde a giocare a carte, a lavorare a maglia, a leggere, a ricevere le visite dei parenti. L'aria è ancora fredda anche se siamo già in aprile. Suor Ignazia si è fatta trasportare fin qui sul suo letto a rotelle, dal piumone spunta solo la testa, scarnificata come un teschio e, di quando in quando, una mano lunga e ossuta a sottolineare un discorso o un concetto. Sta tremando ma non vuole rientrare, non può permettersi di perdere una giornata come questa, asciutta e cristallina. Ci sono cose che vuol precisare prima che quella mi acchiappi, ma dovrà aspettare che io abbia finito di raccontare tutto. Cose che forse ti stupiranno ha aggiunto con un sorriso tirato ma ancora malizioso. La bisnonna Maria Pia, per esempio, non era affatto delicata di salute come tutti sostenevano. Non era mai stata malata in vita sua, aveva fatto sette figli con naturalezza animalesca, accettava di passare in poltrona parte della gravidanza solo per compiacere il marito e i parenti. Mandava avanti quella famiglia così numerosa con allegria, senza troppa fatica. Non si capisce da dove provenisse questa convinzione. Forse dal suo aspetto fine e delicato, dalla sua pelle chiara e trasparente, dai suoi modi quieti, dalla sua stessa devozione che tuttavia... Insomma la tua bisnonna non era per niente cagionevole di salute e neppure devota. Ascolto incredula temendo che ormai l'anziana suora cominci a confondersi. Non ti permetto! Vuol dire il suo indice appena fuori della coperta puntato contro di me. Mi ha letto nel pensiero.

Maria Pia era una donna straordinariamente intelligente, ma soprattutto dotata di una pazienza infinita, non in senso giobbesco piuttosto in quello dell'opportunità politica. Suor Ignazia coniava spesso di questi neologismi quasi tutti piuttosto irriverenti. La mia bisnonna aveva passato molti anni in collegio dalle Suore della Santa Pazienza, un nome che sembra inventato e che non su tutte le allieve esercitava lo stesso benefico influsso. Lei e Ignazia erano state compagne di classe e amiche intime. Maria Pia era diligente, studiosa, obbediente, assidua nelle pratiche religiose, ma aveva sempre mantenuto una totale indipendenza di pensiero, le sue convinzioni non avevano nulla a che fare con il suo comportamento, e tuttavia non era un'ipocrita se non nel senso etimologico del termine. Recitava con piena consapevolezza la sua parte nel mondo e cercava di farlo nel miglior modo possibile, per essere utile a sé e agli altri, ma senza meschini egoismi e mai a danno di qualcuno. La sua era una forma raffinata di diplomazia che per definizione non può essere sincera. Finita la rappresentazione, proprio come fanno gli attori a teatro, si toglieva l'abito di scena e tornava ad essere se stessa, ma solo con chi poteva davvero capirla, Ignazia era una di queste rarissime persone. Costei al contrario era indisciplinata, polemica, ribelle, irriverente in materia religiosa, tollerata solo perché il suo facoltoso padre, vedovo e quasi sempre all'estero per lavoro, pagava una retta doppia e talvolta tripla quando la figlia le combinava davvero grosse. Le suore la punivano spesso, ma non potevano fare a meno di ammirare la sua mente vivace e brillante e le sue capacità atletiche che, nelle gare e nei concorsi fra le scuole cattoliche, procacciavano coppe e medaglie all'istituto. Le due ragazze discutevano di ogni argomento, si scambiavano libri e confidenze e per tutto il tempo della loro permanenza in quella scuola furono inseparabili.

La vita poi le divise per qualche tempo. Maria Pia, finita la scuola, conobbe Libero a una festa campestre, si sposarono poco dopo; entrambi avevano diciott'anni, e cominciarono a far figli. Comprese subito che le idee del marito andavano controbilanciate, per il bene della famiglia era necessario mantenere una finestra aperta sul fronte opposto perché, come diciamo qui, maniman... parola intraducibile che con molta approssimazione si può intendere come non si sa mai. La parte la conosceva bene, la recitò a lungo senza fatica, divertendosi a prendersi gioco di quel povero parroco che stravedeva per lei. La fede di Arcangelo invece era stata ingenua e spontanea, lei l'aveva assecondata, sempre per motivi di opportunità politica. Quella vocazione gli avrebbe permesso di ricevere un'istruzione superiore garantendogli anche una buona posizione sociale in futuro. E poi nulla era irrevocabile. Lei stessa ne aveva dato prova alla morte dei gemelli prima, e più tardi sostenendo coraggiosamente l'apostasia pubblica e scandalosa di Arcangelo. Questi, precisa suor Ignazia nella sua acribia di storica, doveva il suo nome al desiderio del bigotto nonno materno che fu accontentato di buon grado. L'aneddoto che veniva ripetuto era falso, vera invece era la foto della testolina pelata che lei aveva scattato al battesimo.

Diverso era stato il percorso di Ignazia, raccontato quasi senza reticenze. L'università, due lauree, i successi nello sport, molte relazioni amorose, viaggi all'estero. Poi improvvisamente la conversione o meglio la decisione di prendere i voti perché di conversione autentica non si poteva proprio parlare. Nessuno seppe mai il perché di una scelta così drastica, lei non lo rivelò a nessuno, così come non rivelava volentieri la sua identità secolare. Io stessa la conobbi sempre come Ignazia e non ebbi mai il coraggio di domandarle nulla della sua vita precedente. L'abito non aveva attenuato la sua attitudine per la provocazione e il paradosso. Si definiva una suora atea, diceva la verità ma tutti pensavano ad una delle sue solite boutade . Per un certo periodo si era dedicata all'insegnamento in diversi istituti religiosi. Le allieve la adoravano, i genitori, molto perplessi all'inizio, si convincevano constatando la preparazione eccellente delle sue studentesse. Le gerarchie ecclesiastiche facevano finta di nulla perché i vantaggi che procurava, di prestigio ed economici, compensavano i danni che potevano venire dal suo comportamento non proprio ortodosso. Intorno ai quarant'anni era al culmine della carriera in ambito cattolico. Dirigeva un prestigioso istituto femminile nella capitale, era dedita a diverse attività di ricerca e pubblicava articoli su riviste specializzate, poi all'improvviso un'altra svolta: era venuta a seppellirsi a Villa Lieta San Gaudenzio quando questa era ancora poco più che un ricovero di mendicità.

Le due amiche si erano riviste qualche anno dopo il matrimonio di Maria Pia, casualmente, in una via del centro. Forse a lei, che vedendola con quell'abito si era stupita, aveva confidato il segreto della sua vita, ma noi non lo sapremo mai. Anche se si vedevano saltuariamente da allora si tennero sempre in contatto, intrecciarono una regolare corrispondenza che puntualmente distruggevano. Quando Ignazia tornava nella casa paterna, circa una volta al mese, si incontravano. Andavano alla Superba il caffè - pasticceria più elegante della città, ordinavano una montagna di dolci e cioccolata calda e ridevano sgangheratamente come due adolescenti, sotto lo sguardo sdegnato dei distinti avventori degli altri tavoli: una suora, è scandaloso! Nello stesso caffè Maria Pia acquistava le leccornie per la famiglia dopodiché le due amiche si recavano in un negozietto di libri usati nel caruggio più buio e sudicio di tutto il centro storico. Si dirigevano decise verso uno scaffale appartato e, mentre il libraio, un ometto untuoso dall'età indefinibile, le informava dei nuovi arrivi, facevano la loro scelta. Al mio: Ah le vite dei santi! Suor Ignazia mi guarda con rassegnato compatimento. Ridevano ancora, uscendo dal negozio, se qualche passante le guardava con sorpresa e sospetto, perché là dentro si vendevano pubblicazioni non proprio adatte alle monache e alle madri di famiglia. E perché no? avrebbe risposto loro Suor Ignazia col suo gusto per il paradosso. Ci impiego un po' ma alla fine capisco.

Maria Pia morì nel sonno dolcemente. Dopo la morte di Libero, l'unico amore della sua vita, e del figlio primogenito era scivolata in una distratta apatia. Il suo sorriso, ora dolce ora malizioso e impertinente, era già svanito anni prima con le voci argentine dei gemelli che non avrebbero cantato mai più. Allora aveva resistito per amore degli altri figli, ma a questo nuovo colpo non trovò la forza di reagire, si lasciò morire senza essere malata. Mario non si era sposato, aveva trovato lavoro in banca, il classico buon posto. Ogni anno prendeva due mesi di ferie e partiva per qualche lontano paese in Africa, in Asia, in Sud America. I famigliari erano convinti che realizzasse la sua passione per i viaggi; al suo ritorno distribuiva gli esotici souvenir che aveva acquistato per loro. Durante la sua assenza arrivavano periodicamente dei telegrammi che rassicuravano sulla sua salute, ma un anno invece del solito messaggio arrivò la notizia della sua morte avvenuta in un remoto ospedale africano: era stato stroncato da una febbre tropicale. Si venne a sapere che passava quei mesi, che tutti credevano di vacanza, a prestare servizio facendo i lavori più umili presso lebbrosari e cronicari del Terzo Mondo. Questo era stato l'enigmatico Mario.

Arcangelo, mi dice suor Ignazia, aveva fatto un gesto molto più coraggioso di san Francesco, spogliarsi dei beni terreni non è facile, ma sfuggire all' Idra di Roma, come lei definiva la Chiesa Cattolica, è un'impresa ai confini del sovrumano. Suo padre ne sarebbe stato orgoglioso . Nessuno lo sapeva, lei sì non so come, ma lo stesso monsignore del quale era stato segretario gli aveva procurato un lavoro presso una grande casa editrice lombarda. Costui se come religioso lo biasimava, come uomo di studi non poteva fare a meno di apprezzarne capacità, cultura e onestà intellettuale. Questo impiego gli consenti di provvedere ai fratelli fino al raggiungimento della loro maggiore età. Settimio collezionò successi scolastici dalla prima elementare fino all'università. Si laureò, precocemente e con lode, in storia con una tesi sulla antica Roma repubblicana, della quale si occupò per l'intera durata della sua carriera accademica. Rimase nell'ambiente universitario con vari incarichi provvisori fino al conseguimento della cattedra ottenuta grazie alle sue pubblicazioni che divennero assai presto dei classici del settore. Neppure lui si sposò mai, ebbe una relazione ultraventennale con un collega della stessa università, Gabriele Costa docente di filosofia del diritto, fino a che morte non li separò portandosi via il suo compagno per un cancro allo stomaco.

Léontine faceva la casalinga, ma la famiglia di cui si doveva occupare non le dava molto lavoro. Settimio, o meglio Minio come lei continuava a chiamarlo, era spesso fuori casa, per l'ordinaria attività accademica, per convegni di studio presso altre università, nazionali ed estere. Quando poteva rimaneva nell'abitazione del compagno. Lei non si sentiva sola perché occupava il tempo libero a leggere e a studiare. Pur non avendo mai seguito un corso di studi regolare, aveva mantenuto l'abitudine di fare i compiti e di preparare le lezioni col fratello. Conosceva il greco e il latino, la storia e la filosofia insomma, pur essendo stata a scuola solo un giorno, era riuscita a raggiungere un'ottima preparazione e avrebbe potuto, senza sforzo conseguire la maturità classica. Quando Minio si iscrisse all'università preparò anche lei alcuni esami delle discipline che più la interessavano. Studiavano insieme come sempre, discutevano e le osservazioni più puntuali venivano sempre da lei, come il fratello non esitava ad ammettere. Frequentò da uditrice lezioni di materie che non erano nel piano di studi di Settimio. Spesso questi invitava a casa compagni e compagne del suo e di altri corsi che davano vita a seminari vivaci e appassionati nei quali Léontine non mancava mai di distinguersi. Fu in una di queste occasioni che conobbe l'uomo che la rese madre. Anche la tesi di laurea del fratello fu scritta con la sua supervisione e quando fu pubblicata egli gliela dedicò con parole assai toccanti. Questo sodalizio affettivo e intellettuale durò per tutta la vita. L'esimio professor Settimio Strazzera, autorità indiscussa nello studio della Roma repubblicana, non pubblicò mai nulla, neppure il più modesto articolo, né preparò nessuna lezione senza l'approvazione della sorella.

Arcangelo stava via tutta la settimana, viveva in un piccolo alloggio nell'edificio della casa editrice, provvedeva da sé a tutte le sue necessità, non era il tipo di uomo che arriva con le mutande da lavare specificò suor Ignazia con la solita franchezza. Tornava per stare con i suoi fratelli per i quali era stato più che un padre e che erano gli unici affetti che avesse al mondo. Alla fine della settimana quando si ritrovavano assieme trascorrevano l'intera notte a discutere, di libri, di politica, di cinema, di arte. Erano tempi di grandi fermenti culturali ed essi se ne inebriavano. I due fratelli lo aspettavano non solo per il grande affetto che provavano per lui, ma anche perché ad ogni suo ritorno portava sempre con sé qualche novità editoriale della propria e di altre case editrici. Non mancavano mai di rievocare i vecchi ricordi, in quelle ore Maria Pia, Libero, Giovanni, i gemelli Pietro e Paolo, Mario tornavano ad abitare la vecchia casa, che pareva risuonare ancora delle loro voci e delle loro risate. Era stata una grande famiglia, nel numero e nell'affetto, ma la sorte l'aveva colpita senza pietà. La vita di Arcangelo venne troncata brutalmente. Una domenica, a notte inoltrata, mentre usciva dalla stazione diretto al piccolo alloggio dove viveva durante la settimana lavorativa, nella strada deserta fu travolto da un'auto pirata. Nessuno poté soccorrerlo, fu ritrovato al mattino, che ancora era buio, da un pendolare che andava a prendere il treno. Léontine era incinta di sei mesi di mio padre.

Suor Ignazia si è fatta riportare in camera, parlare così a lungo l'ha stancata molto. Mentre sto per andarmene la sorella che l'accudisce mi dice che la Madre Superiora, la chiamano ancora così, mi prega di tornare domani alla stessa ora. Traduco: mi ordina di tornare domani e di essere puntuale, lei non ha mai pregato nessuno. Appena arrivata a casa, nella vecchia casa di famiglia dove sono rimasta con lo zio Minio, sono scesa in cantina ed ho recuperato lo scatolone dove sono state riposte le famose vite dei santi della bisnonna. Credo di non aver mai riso tanto nella mia vita, non riuscivo a fermarmi, Settimio è uscito dalla sua stanza, mi guarda sbigottito poi si avvicina al tavolo dove ho posato lo scatolone, il suo sguardo si intenerisce mentre mormora i libri dei santi della mamma. Ha sempre idealizzato sua madre che ha perduto quando era ancora adolescente. Cerco di chiudere in fretta la scatola, ma è troppo tardi, afferra un volume e scopre la verità: lo sconcerto che vedo sul suo viso dura pochi minuti, poi anche lui scoppia in una risata irrefrenabile. Le vite dei santi sono in realtà dei cosiddetti libri osé, pornografici a dirla tutta, scritti in francese e neanche male in verità, da una certa M adame Odile de La Tour, sicuramente uno pseudonimo. Le storie sono ambientate ai tempi della Rivoluzione Francese, gli eroi e le eroine, infaticabili maratoneti del sesso, vivono avventure rocambolesche per le vie di Parigi, nei grandi palazzi, in sordide taverne, al solo scopo di poter approdare alla bramata alcova e di tuffarsi fra le lenzuola in accoppiamenti fantasiosi e numericamente variabili, il tutto descritto con un'innegabile dose di ironia. Ciascun volume reca come titolo il nome del protagonista maschile o femminile, il santo o la santa . Ancora con le lacrime agli occhi per le risate ci guardiamo e senza parlare frughiamo convulsamente nella scatola, abbiamo avuto la stessa idea: cercare il libro di Léontine. Non c'è, qualcuno lo ha fatto sparire.

Il giorno dopo racconto tutto a suor Ignazia, siamo nella sua stanza perché piove, era ora che quel bamboccio si svezzasse, è il suo sferzante commento. E come al solito aggiunge altri particolari alla vicenda. Libero aveva scoperto il segreto un giorno che era salito in casa dal laboratorio. Maria Pia era in un'altra stanza e il libro che stava leggendo era aperto a faccia in giù sulla poltrona, lo aveva preso per dargli un'occhiata spinto da chissà quale impulso perché non se ne era mai interessato. Non leggeva il francese ma l'illustrazione sul frontespizio era più che eloquente, dovette tapparsi la bocca per non farsi sentir ridere, rimise in fretta il libro al suo posto così come lo aveva trovato. Maria Pia però era alle sue spalle e aveva visto tutta la scena, entrambi fecero finta di nulla, Libero le diede un bacio e con un continua pure la tua lettura devota tornò al lavoro. Si credeva astuto, ma Maria Pia era sempre un passo più avanti. Lui non sapeva che lei sapeva che lui sapeva. Alla sua devozione aveva sempre creduto e continuò a crederci anche dopo quella scoperta, era convinto che quel divertimento della moglie non avesse nulla a che fare con essa. Suor Ignazia con la meticolosità che le è propria mi fornisce anche tutte le informazioni sulle persone che a vario titolo sono comparse in questa storia. L'oste Ottavio morì di infarto, Andreina raggiunse il fratello negli stati Uniti dove visse a lungo facendo da nonna ai suoi figli visto che era stata per lui una quasi madre. Noemi e Daniele tornarono nella Terra Promessa, lei con meno entusiasmo del figlio, ma poiché non aveva che quel ragazzo al mondo lo aveva seguito.
Don Gianni aveva curato la sua parrocchia fino al momento in cui le sue facoltà mentali cominciarono a deteriorarsi. Fu ricoverato a Villa Lieta dove visse in beata idiozia, secondo la definizione di Ignazia, fin quasi ai cent'anni. Anche la sorella Adelaide rimase per un po' di tempo nella casa di riposo, aveva sostituito suor Teresa la cuciniera con gran gioia di tutti gli ospiti. Questa donna senza qualità o meglio con una sola qualità, precisò suor Ignazia, era una cuoca straordinaria. Riusciva a dare sapore anche alle pappe che i poveri vecchi con pochi denti e molti malanni erano costretti ad ingurgitare. La sua permanenza fu di breve durata perché il figlio Giacomo aveva ben altre ambizioni e non tollerava di vivere in quell'eremo. La cuoca che la sostituì fece pagare agli ospiti il breve intervallo di buona cucina di cui avevano goduto. Del vetraio Annibale e del fabbro Domenico non ha più saputo nulla. Al mio provocatorio commento su questa lacuna risponde segnalandomi un certo indirizzo, lo stesso che il vecchio Girolamo Canepa consigliava alle persone non gradite. È permalosa e non tollera le critiche neppure se scherzose perciò, per dimostrarmi l'accuratezza e la completezza delle sue ricostruzioni, cita un'altra delle sue fonti, la governante Antonia, che, finita alla Villa anche lei, le aveva raccontato tutta la storia di Clelia. C'era poi la voluminosa documentazione scritta che mi aveva fornito: diari, ritagli di vecchi giornali, lettere. Fra queste quella terribile di Giuditta e il biglietto - trepidante d'ansia e di desiderio - che Francesco aveva scritto al padre per annunciargli la realizzazione della sua prossima notte d'amore. Mi fa anche intendere che, grazie a certe sue conoscenze non meglio specificate, era stata messa al corrente di particolari di cui i comuni mortali erano all'oscuro, per esempio tutta la vicenda del vecchio marchese Fra'Vizio come lo chiamava lei. Quando, sempre per provocarla, domando degli Olivaro, mi risponde seccamente: « Spiaccicati da un bombardamento mentre trasportavano merce dalla borsanera » poi aggiunge: « Amen! ». E la Baldelli Iole? Questa volte ride anche lei. Allora mi faccio coraggio e le chiedo come è venuta a sapere, in modo così particolareggiato, delle visite di don Gianni alla casa della scià Zenobia. Finge di non aver capito, lei che sente anche una mosca che si gratta, fa la sorda: inutile insistere, che abbia mentito?

Prima di congedarmi vuole parlarmi di Libero. Non lo aveva conosciuto personalmente, ma solo attraverso ciò che le raccontava Maria Pia. Era un uomo profondamente buono che amava teneramente la moglie e i figli, sempre allegro difficilmente andava in collera. Era stonatissimo e per divertirsi e divertire i ragazzi la mattina quando dovevano andare a scuola li svegliava cantando. Continuava per un po' a farsi bombardare dai cuscini, poi li abbracciava, li baciava e se ne andava al lavoro. Aveva una fiducia genuina e innocente nel genere umano le cui malvagità attribuiva alle ingiustizie sociali. Era convinto che quando non ci sarebbero più stati padroni, divisioni in classi e iniqua distribuzione delle ricchezze la pace e la prosperità avrebbero regnato ovunque. Maria Pia, benevolmente, per non privarlo dell'illusione del suo paradiso laico, evitava di fargli notare la fallacia del suo ragionamento: era proprio la malvagità umana che generava padroni, divisioni in classi e povertà. Lei molto più concretamente, non credendo ad un paradiso ultraterreno, cercava di limitare i danni qui, in questa valle di lacrime, servendosi anche di quelli che lo predicavano per consolare gli afflitti.

Il giorno successivo non avrei dovuto andare alla Villa , doveva essere una giornata di riposo, ma al mattino presto la Madre Superiora, quella in carica, mi chiama al telefono: suor Ignazia vuole dirmi ancora qualcosa e teme che domani sia troppo tardi. Ho paura che quella chiamata nasconda qualcosa di peggio, forse la troverò già morta. Il figlio di una vicina di casa mi presta il suo scooter ed io mi precipito alla casa di riposo. È ancora viva, esausta e pallidissima, ma viva. Indica la sedia accanto al suo letto e comincia a raccontare, ogni tanto le manca il respiro ed è costretta a ricorrere all'inalatore. Vorrei farla smettere, ma mi guarda minacciosa, mi afferra un polso con la mano ossuta rivelando una forza sorprendente per una moribonda. Mi racconta lo svolgimento dell'esame di licenza elementare di Léontine, perché sa che la nonna non me ne ha parlato, questa è l'ultima cosa che mi dirà. La nonna aveva bisogno di quel modesto titolo di studio per poter essere assunta come cuoca alla casa di riposo, doveva ricoprire il posto lasciato vacante da Adelaide. La sede dell'esame era la Scuola Elementare Statale Giuseppe Garibaldi, la stessa del suo tragico primo e ultimo giorno. Avrebbe dovuto sostenere le prove, insieme ad altri disgraziati, in una classe quinta con una ventina di bambini e bambine di dieci anni. Gli adulti vergognosi ed esitanti si erano sistemati negli ultimi banchi, con le gambe rannicchiate per potersi sedere sulle seggiole troppo basse, mentre gli scolari li osservavano ridacchiando. La prova scritta di italiano consisteva in un tema che il candidato poteva scegliere fra tre: Parlo della mia famiglia, Il mio animale preferito, Un libro che mi è piaciuto. Léontine scelse quest'ultimo e stese una dettagliata relazione critica de L'amante di Lady Chatterley. Pur non essendo di carattere ridanciano, aveva un particolare senso dell'umorismo caustico e sprezzante, non di rado cupo, in grado di annientare l'avversario più agguerrito. Uno strumento affilato che non esitò a usare per colpire, da adulta e ad armi pari, l'istituzione che l'aveva umiliata da bambina: aveva buona memoria per le offese ed era vendicativa. 

La prova di matematica era un problema di compravendita lo risolvette con un'equazione di primo grado apponendo in calce la seguente nota: Gradirei conoscere l'indirizzo del fruttivendolo che vende le mele a questo prezzo.
La commissione esaminatrice, composta dalle maestre Giulia Becchini, Maria Muttazzoni, Pierina Zampa, sventolando minacciosamente i fogli con gli elaborati d'esame di Léontine, si diresse a passo di marcia verso l'ufficio del Direttore Didattico, come si chiamava allora, il Dott. Gaetano Ruggiero, arrivato da Napoli fresco di nomina. Questi non aveva ancora finito di dire avanti! che le tre si catapultarono all'interno berciando schiamazzando sbraitando all'unisono, ma in diverse tonalità. Il dottor Ruggiero, che aveva fatto studi classici, pensò immediatamente: le Erinni! E si diede ad un rapido esame di coscienza per capire quale fosse la colpa di cui Giove voleva punirlo. Appena ebbe ottenuto, non senza fatica il silenzio, si dispose ad ascoltare le loro lamentele. Parlò per prima la maestra Zampa. Pudibonda, con le gote in fiamme e con lo sguardo abbassato, spiegò che quella donna aveva offeso l'istituzione scolastica con uno scritto osceno, e porse il foglio incriminato al suo superiore. Questi che apprezzava lo scrittore inglese ed in particolare il romanzo in questione, lesse con molta attenzione, approvò la recensione nel suo complesso e concordò con alcune originali osservazioni che vi erano contenute. Va da sé che cercò di ostentare, per quanto la giovane età glielo consentisse, un cipiglio severo e scandalizzato. Quando fu il suo turno, la maestra Muttazzoni si esibì in una vibrante invettiva contro le idee pedagogiche moderne miranti a sovvertire la scuola e la famiglia. Porse al Direttore il foglio a quadretti con il problema insinuando che questa semianalfabeta non poteva aver scritto lei stessa queste cose, sicuramente qualcuno gliele aveva date da consegnare per provocare scompiglio. Il Ruggiero, sostenitore entusiasta della moderna pedagogia, obiettò che le prove non potevano essere conosciute in anticipo, a meno di sospettare che qualcuno all'interno della scuola le avesse divulgate. Se così fosse sarebbe stato meglio procedere con prudenza per il buon nome dell'istituto. La maestra, non del tutto convinta, bofonchiò una risposta incomprensibile. L'arringa finale toccò alla maestra Becchini, che negando anche le attenuanti generiche, chiese il massimo della pena.
Il Direttore Didattico Gaetano Ruggiero, ristette pensoso ad accarezzarsi i baffetti alla Clark Gable, che portava per darsi un aspetto più autorevole, quindi espose la soluzione al problema. Per prima cosa bisognava salvaguardare la reputazione della scuola, e per questo chiedeva la preziosa collaborazione delle gentili maestre, le quali avrebbero dovuto riscrivere a nome della candidata le prove d'esame in modo corretto e consono alla morale. Quindi, facendo appello alla carità cristiana delle signore, chiese che alla poveretta fosse comunque rilasciata la licenza elementare che le serviva per guadagnarsi il pane. Lui stesso avrebbe provveduto a mostrare, con la dovuta discrezione si capisce, gli scandalosi documenti a chi di dovere affinché i mandanti di quella provocazione fossero individuati e puniti. Per quanto ne sappiamo le prove d'esame di Léontine, nella versione originale, sono ancora conservate negli archivi della scuola, là dove li aveva riposti, ridendo sotto i baffetti, il dott. Gaetano Ruggiero. Questi qualche anno dopo, in un divertente articolo su una rivista pedagogica all'avanguardia, raccontò l'episodio, cambiando i nomi dei personaggi s'intende. Questa fu certamente la disputa più complessa e difficile, ma soddisfacente, fra quelle che Léontine provocò.

Suor Ignazia, è ormai senza fiato, si volta verso il comodino indicando il walkman che le avevo regalato qualche tempo prima. È entusiasta di quest' anghæzo (aggeggio), non potendo più leggere la musica l'aiuta a trascorrere le lunghe ore in cui rimane sola. Me ne vado in punta di piedi.

Morì quello stesso giorno guardando attraverso la finestra il sole che tramontava, cullata dalle note de La Passione secondo Matteo di J.S.Bach. Io ho ancora molto lavoro da fare prima che la storia sia finita, Suor Ignazia non c'è più, ma posso contare sulla preziosa testimonianza di Minio, che non è affatto rimbambito, di un'altra persona che ho conosciuto e molto amato, e sulla mia memoria finalmente.

(continua)                                                                                                                                    Gralli




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