Dizionario dei personaggi da romanzo

13.08.2026

Personaggi in cerca di lettore

I grandi personaggi della letteratura, i più famosi eroi dell'immaginario di ogni tempo balzano fuori dalle pagine evocati dalla voce suadente di Gesualdo Bufalino; rivivono un'altra vita attraverso la sua prosa fine e cesellata, ombre incoporee eppure vitali ed eterne. 
Questo prezioso "dizionario" è anche una antologia, ad ogni personaggio si accompagnano alcune pagine dell'opera, che lo descrivono. Ciò rende completo il ritratto, piacevole per chi conosce il libro in questione, stimolante e curioso per chi non lo conosce. 

Sfogliando il libro

Un assaggio, necessariamente limitato dalla ricca galleria di ritratti cesellati da Bufalino, non recensioni si badi, schizzi veloci ma nitidi e incisivi.

1605 Don Chisciotte

Uno dei massimi emblemi letterari d'ogni epoca. Templare e romeo dell'ideale, indeciso fra realtà e visione, dissennatezza e senno, lacrime e umore; lirica marionetta che rimette ogni volta a posto i suoi pezzi bastonati e malconci dopo l'ennesima testarda collisione coi giganti a vento e le nuvole... Questo e mille altre cose ancora: metafora di libertà, battista e cristo di hispanidad, ossuto spettatore–attore di un universale teatrino di Maese Pedro*; l'unico, insomma, per cui si possa dire, contro Goya, che il sonno della ragione genera angeli.

* Burattinaio che compare nella seconda parte del romanzo

1605 Sancio Panza

Santificazione del servo di commedia da spalla buffa ad accolito e apostolo del suo signore, Sancio fa più che accompagnarne col suo controcanto in prosa le vertiginose sublimità; bensì lui stesso, com'è stato detto, si «chisciottizza» tanto quanto l'altro si «sancifica», generando in sua complice compagnia quell'esemplare ircocervo errante che solo scioglierà la morte. 

Maitre des Corteges Don Chisciotte e Sancio Panza 1640-1660 collezione privata

1785 II barone di Münchausen*

È un personaggio, il barone? O non piuttosto un ghiribizzo parlante, una specie di favolista stregonesco e lunatico, innamorato di mantenersi in piedi sul discrimine che spartisce la saviezza dalla demenza, il senso, ch'è anche buonsenso, dal nonsenso? Non diversamente, a cavalcioni d'una palla di cannone, Münchausen viaggia il globo a rotta di collo. Senza cadere una volta, o sospettare di poter cadere: privilegio felice, codesto, che il secolo dei lumi terrà da conto e in serbo per gli amarissimi tempi a venire. 

* Scritto anche Münchhausen

Barone di Münchhausen di Gustave Doré

1722 Moll Flanders

Creatura piena di sangue, poligama, ladra, puttana, incestuosa, benché, alla fine, penitente vegliarda offerta all'edificazione delle lettrici giacobite*, Moll Flanders srotola le sue memorie come un interminabile progress hogarthiano**: con lo stesso polso fermo e feroce, sotto lo spolvero della cipria didascalica. Immagine di un'età trasgressiva e timorata insieme, eroina dell'intraprendenza mercantile applicata al morale, testimonianza di una salute espressiva e di una voracità d'occhi che anticipano solennemente Balzac. 

* Allusione a lettrici puritane, ma con curiosità licenziose.
**Il termine deriva dal pittore inglese del Settecento William Hogarth che dipingeva singole scene, ma veri e propri "racconti a puntate" figurativi, satirici. 

1851 II capitano Achab

"Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone» ci avvisa Achab. E noi ci chiediamo: chi è Achab, chi è Moby Dick? Un demone e un dio, certo, ma come si scambiano le parti? O non sono forse demoni entrambi, entrambi dii? A meno che non recitino solo l'avventurosa fiaba d'una balena e d'un pescatore di Nantucket, un vendicativo scorridore d'oceani, sul cui capo turbinano le bibliche ossessioni di chi ha vegliato troppo sul Libro di Giona. Non importa: a noi lettori di quindici o sessant'anni basta solo il picchio sul cassero di quella gamba d'avorio in osso di capodoglio; e il subitaneo sparire e ricomparire, fra due spume bianche, d'una groppa bianca, irta di ramponi spezzati, dannata a non potere morire.

Gregory Peck è Achab nel film di John Huston

1827 Don Abbondio
Personaggio di tragico umore, povera animula prigioniera nella cruna di un secolo di ferro. O compiti, passeggiando, il breviario; o conti berlinghe; o legga di misteriosi Carneadi; o bruci, «stoppino umido», alla vampa d'una grande torcia; sempre Don Abbondio offre l'immagine di una quiete in bilico, d'un idillio timido dei nervi su cui sta per schioccare l'imprevisto colpo di frusta della paura: paziente e martire d'un vangelo del mondo che l'autore, mentre lo rifiuta, accompagna con un sorriso serio. Come chi (c'è bisogno di aggiungerlo?), in un angolo buio di sé, almeno una volta se n'è sentito tentare.

Perpetua e don Abbondio in un'illustrazione di Francesco Gonin tratta dall'edizione del 1840 de I promessi sposi

1827 Gertrude
Gran viso ovale e pallido fra le bende allentate ad arte, la sventurata Gertrude sconta le viltà degli altri, del suo tempo, e sue, secondo una traiettoria prevedibile e ferma. Gl'impulsi del troppo debole sangue, i contegni imposti, le cerimonie della storia, tutto congiura a chiuderla nella trappola del suo delitto. Esempio – che il Manzoni reinventa, e su cui si china con angoscia, stupore e misericordia – della cesura minima che separa, l'una dall'altra, le responsabilità di ciascuno.  

Gertrude in un'illustrazione di Francesco Gonin tratta dall'edizione del 1840 de I promessi sposi

1857 Emma Bovary

Schiacciata, come schiacciano due battenti, fra la platea brutale di tutti gli Homais della terra e le quinte dipinte e pesanti dei suoi fantasmi di biblioteca, la povera infedele di provincia recita fino alla morte in scena, con arsenico vero, il suo assolo di primadonna. Incarnazione di non so quante creature illuse da una nuvola o da una parola; alter ego dello stesso autore, di cui accusa, dietro il falso marmo della sintassi, gli ardori nascosti e l'invincibile credulità nelle maschere della passione.

Daniel Lecourtois e Valentine Tessier in una scena del film di Jean Renoir 1933 

Gralli

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