Dodici

27.05.2026

Il convegno che aveva riportato mio padre nella sua città durò un paio di settimane. Durante il giorno i partecipanti si aggiornavano sulle ultime novità del settore, discutevano, stabilivano alleanze, prendevano accordi, siglavano contratti. La sera, dopo tutte quelle fatiche, si ritempravano con i piaceri della tavola nei ristoranti più rinomati, dopo i cibi gustavano le bellezze cittadine, non necessariamente paesaggistiche o architettoniche. Come certi uccelli marini che seguono, roteando in volo, i pescherecci in cerca di cibo, parimenti alcune leggiadre creature terrestri volteggiano, vestite di piume sgargianti, intorno ai luoghi dove si pescano onori e ricchezze sperando nella buona occasione che cambia la vita o, più realisticamente, in qualche sostanzioso boccone. Silvana era una di queste, era mia madre.

Vittorio la conobbe ad una cena riservata a pochi dirigenti ai quali, assieme alle ricche e sofisticate portate, venivano servite per lieta compagnia queste amabili commensali. La scelse per la sua bellezza non appariscente, per la delicata grazia dei modi e per l'estrema giovinezza. Dopo quella sera si rividero ancora, ma come due semplici giovani amanti. Cinema, modesta trattoria, passeggiate sulla spiaggia, per finire poi in qualche alberghetto accogliente perché lei si rifiutava di farsi vedere nel lussuoso hotel dove lui risiedeva. Finito il convegno, rimase qualche giorno per sbrigare alcuni affari, si videro ancora e, quando si approssimò la data della partenza, Vittorio le offrì un generoso compenso per tutto il tempo che lei gli aveva dedicato. Silvana afferrò la busta che lui le tendeva, la gettò sdegnosamente ai suoi piedi e fuggì in lacrime. Dopo un paio di mesi mio padre ricevette una lettera da un noto avvocato a nome dei signori Ferrari genitori della ragazza. Gli venne comunicato che era minorenne e aspettava un bambino. Nel suo ambiente le questioni di quel tipo venivano sbrigate assai velocemente con l'elargizione di adeguate somme di denaro, irrisorie per chi le versava, ma più che sufficienti per sanare l'onore offeso di chi le riceveva. Questa volta la cosa non andò in questo modo, nessuno conobbe il motivo che indusse mio padre al cosiddetto matrimonio riparatore.

L'ipotesi di un oscuro ricatto era poco plausibile, né Silvana né i suoi genitori potevano essere a conoscenza di qualche segreto infamante. La famiglia di mia madre, di modestissime condizioni, aveva investito tutte le sue scarse risorse nella parcella dell'avvocato in un azzardo disperato, una sorta di o la va o la spacca , perché questo principe del foro pur se di indubbio valore, aveva tuttavia poche probabilità di spuntarla contro il drappello di astuti legulei che Vittorio e il padre sarebbero stati in grado di schierare. Mi piace pensare, sia pure illusoriamente, che il motivo fosse stato l'amore, la nostalgia per quella ragazza, giovane, bella e gentile, non ancora del tutto corrotta dalle ambizioni sbagliate che la inducevano a raccattare, a così caro prezzo, le briciole ai banchetti dei ricchi. Forse accettando quella paternità voleva evitare di commettere lo stesso errore del proprio padre il quale, forse per lo stesso motivo, non si era opposto alla sua decisione. Pochi giorni prima delle nozze, Vittorio si presentò in portineria con la futura sposa. Neppure questa volta Rosetta fu molto tenera con lui, ma quella ragazzina spaurita, pallida, con i segni della gravidanza già evidenti, suscitò la sua tenerezza e la sua compassione, anche masticato il suo cuore continuava a battere. Lo zio Minio e Léontine le si affezionarono immediatamente e, soprattutto, compresero che aveva bisogno del loro aiuto. Aveva solo sedici anni ed era capitata in una storia dove altri avevano deciso per lei, la gravidanza e il parto le facevano una gran paura, come confessò un giorno a Rosetta. Il matrimonio, si celebrò nella nostra città, in sordina e senza sfarzo, alla sola presenza dei genitori della sposa perché mia madre non stava bene. Fu un'unione breve e infelice.

La gravidanza fin dall'inizio si presentò molto difficile e, in più di un'occasione, si temette che non arrivasse a termine. Per tutto quel tempo mio padre rimase lontano, la cura dei suoi affari gli impediva di stare con noi. Si faceva sentire la sera, per telefono, chiedeva frettolosamente notizie e dava la buona notte. Non fu presente neppure alla mia nascita, arrivò qualche giorno dopo. Silvana doveva restare a letto in assoluto riposo, le sue giornate erano lunghe e noiose e per di più avvelenate dalle recriminazioni di padre e madre che gliene facevano una colpa e non le nascondevano le loro meschine preoccupazioni. Quel bambino era la garanzia di un ricco futuro, temevano che la sua mancata nascita avrebbe fatto allontanare Vittorio da lei assieme a tutti i benefici e i privilegi che quel matrimonio aveva procurato, non solo alla figlia, ma a loro stessi. I due amorevoli genitori infatti erano subito corsi a batter cassa presso il facoltoso genero lamentando le loro cattive condizioni di salute che richiedevano cure costose e prosciugavano le modeste entrate di cui disponevano. Vittorio era stato molto generoso: elargire denaro per lui non solo non era un gran sacrificio, ma soprattutto gli procurava la piacevole sensazione della magnanimità. Gli unici momenti sereni per Silvana, costretta all'immobilità, erano quelli in cui riceveva le visite di Léontine e dello zio, qualche volta di Rosetta, che sferruzzava scarpine e coprifasce, e anche di tanto in tanto di Gabriele. I signori Ferrari non le gradivano per niente, le accettavano obtorto collo per non irritare la suscettibilità di Vittorio che avrebbe potuto stringere i cordoni della borsa. Le miserevoli ansie dei miei nonni materni non si placarono neppure quando arrivò il momento del parto e mia madre ed io rischiammo la vita. Tirarono un gran sospiro di sollievo quando fummo entrambe dichiarate fuori pericolo. Questo è quanto mi fu raccontato da Rosetta, perché la nonna non amava parlare di loro e le rare volte che le capitava di nominarli li chiamava i signori Sifonatteri termine scientifico per definire le pulci succhiasangue. Per me rimasero sempre i nonni Sifonatteri e per un po' di tempo credetti che quello fosse il loro cognome.

Io ero una bambina gracile e malaticcia, mia madre aveva il latte cattivo e non crescevo, i miei nonni materni erano troppo occupati a curare i propri presunti malanni per occuparsi dei nostri, ma Léontine prese in mano la situazione. Un bel giorno si presentò a casa dei consuoceri facendo capire le sue intenzioni già dall'imperiosa scampanellata con la quale si annunciò. Con lei c'era Rosetta che dell'avvenimento stilò veritiero e dettagliato rapporto. Appena le fu aperta la porta spinse di lato l'altra nonna, che le arrivava a mala pena alla spalla, e la mandandò a sbattere contro un' etagère carica di ninnoli di ceramica che si infransero sul pavimento. Quindi si diresse verso la camera dove dormivo con mia madre, lei e Rosetta avevano due grosse valige che aprirono sul letto. Questa riferisce che la nonna non disse neppure una parola, ma con pochi cenni fece capire a mia madre che la nostra roba doveva finire lì dentro. Mentre l'armadio si svuotava e le valige si riempivano si affacciò sulla porta il nonno, Lèontine molto tranquillamente, sempre senza aprir bocca gli chiuse la porta in faccia. La tradizione orale, non suffragata da attendibile documentazione, vuole che riportasse la frattura del setto nasale. Rimanemmo dalla nonna fino al compimento del mio secondo anno di età. Ero troppo piccola per ricordare i particolari, ma quando tornai, per rimanere per sempre, e cominciai a crescere mi resi conto di quante persone straordinarie fossi circondata. Mio padre saltuariamente, quando gli affari lo portavano nelle vicinanze, veniva a trovarci, carico di regali costosi, diceva Rosetta. Portava mia madre e me in giro con la sua bella auto per qualche giorno, poi spariva di nuovo, finché un giorno decise che la famiglia gli mancava e ci portò con sé in Germania. Il dolore di questa partenza rinnovò, moltiplicato per mille, quello che anni prima aveva provocato la sua. La mia assenza tuttavia non durò a lungo. Io ero delicata di petto, la bronchite asmatica, che mi colpì il primo inverno che passai a Berlino, mise a serio rischio la mia vita: il medico consigliò un lungo soggiorno in un clima più mite e soleggiato. Mia madre ed io tornammo, lei però ripartì quasi subito. Ora che io ero cresciuta abbastanza Vittorio la voleva con sé per prepararla al ruolo di principessa consorte che avrebbe dovuto ricoprire in famiglia e negli affari.

Trascorrevo l'inverno con Léontine, a primavera inoltrata tornavo dai miei genitori, quindi brevi vacanze estive con loro e il resto dell'anno, prima che arrivasse il freddo, di nuovo in Germania di solito affidata alle cure di uno stuolo di bambinaie. Vedevo pochissimo mia madre, mio padre ancor meno, almeno così mi dissero: di quel periodo, durato circa un paio d'anni, ho solo vaghi ricordi, qualche immagine sbiadita. Poi venne l'anno che tornai per non andarmene più. L'inverno era cominciato, i miei mi portarono come al solito dalla nonna e ripartirono due giorni più tardi. Qualche settimana dopo arrivò la notizia: al rientro da una festa, all'alba, mio padre, probabilmente ubriaco, aveva perso il controllo dell'auto che era precipitata da un viadotto. Lui e mia madre erano morti sul colpo. L'annuncio ci arrivò con un telegramma, poche frasi formali, ma qualche giorno dopo ricevemmo una visita inaspettata: Greta la sorellastra di Vittorio. Ci disse che era partita immediatamente per darci la notizia di persona, voleva evitare che ci arrivasse con un freddo messaggio, ma per un equivoco la segretaria aveva spedito il telegramma insieme a tutti gli altri. L'occupatissimo dottor L.B. non aveva trovato il tempo neppure per una lettera o una telefonata alla madre di suo figlio. Nessuno seppe mai quali sentimenti questo lutto avesse suscitato in lui. Rosetta molti anni dopo mi raccontò le sue impressioni. Per lei Vittorio era morto il giorno in cui si era vergognato della sua meravigliosa famiglia pe' n succido ciæto , per un sudicio pettegolezzo. In quell'occasione aveva pianto la sua irreparabile perdita, quello che era tornato non era più la stessa persona che lei aveva amato come un figlio. Quanto ai miei parenti, tanto loquaci quando si trattava di discutere di libri o di tutte quelle cose lì, come diceva lei, avevano serrato i denti e, senza dire una parola, si erano lasciati mangiare dal dolore. Gabriele - che per me rimase sempre lo zio Babbiele come lo chiamavo da piccola - espresse in maniera indipendente lo stesso concetto in termini più colti: resistevano senza lamentarsi come 

Greta e Léontine si piacquero a prima vista, si somigliavano perfino un po'. Entrambe alte e asciutte, di modi spicci per non dire bruschi, poco curate nel vestire, con una personalità che si imponeva al primo incontro: sembravano madre e figlia. Fu accolta con calore e affetto da tutta la famiglia. Ospitata nella vecchia casa, che era diventata troppo grande per noi tre soli, si fermò per qualche settimana. Rosetta che la trovava molto magra la rimpinzava, senza ottenere grandi risultati, con i suoil ragazzo spartano con il lupo sotto il mantello.i manicaretti che erano comunque assai graditi. Settimio e Gabriele si addentravano con lei in lunghe discussioni condotte in una strana lingua che mescolava un buffo italiano, di Greta, un ancor più divertente tedesco, di Minio , e un puntiglioso inglese oxoniense di Gabriele. Léontine lavorava ancora alla casa di riposo e spesso la portava con sé. Gli ospiti e le suore apprezzavano molto la sua compagnia perché nonostante il suo approssimativo italiano riusciva sempre a farsi capire: con i gesti, con la sua mimica vivace ed espressiva, ma soprattutto con il sorriso dolce e quasi infantile che contrastava con il suo aspetto da granatiere , come disse di lei una vecchia signora ospite della Villa. Con la Madre Superiora faceva delle lunghe passeggiate nei dintorni conversando, in queste occasioni correttamente, nella lingua di Goethe. Quando se ne andò mancò moltissimo a tutti, anche a me che ricordo ancora quando mi portava a cavalcioni sulle spalle, quando mi faceva fare le capriole sul letto - con gran preoccupazione dello zio Minio che aveva paura che mi spezzassi il collo - quando al parco mi faceva volare sull'altalena. Mori qualche anno dopo durante una manifestazione pacifista nella quale il corteo dei partecipanti, che sfilava tranquillamente per le vie di una metropoli statunitense, venne attaccato senza motivo dalla polizia.

Pochi giorni dopo la sua partenza la nonna fu convocata da un importante avvocato cittadino che le comunicò di essere diventata l'unica tutrice della minore Strazzera G. (cioè io) e che per il suo mantenimento avrebbe ricevuto un adeguato assegno mensile. A me invece veniva destinato un fondo del quale sarei entrata in possesso al raggiungimento della maggiore età. Gabriele ci informò che Greta si era battuta come una belva feroce per difendere i miei diritti e spiegò con parole semplici, al suo uditorio di profani, come si erano svolte le cose. La maggior parte dei beni di Vittorio, che non era mai stato riconosciuto dal padre, in caso di sua morte sarebbero andati ad incrementare il capitale sociale, solo una minima parte di essi sarebbero spettati a suoi eventuali, legittimi eredi. Questa clausola stipulata al momento del suo ingresso nella Società, era stata imposta dalla non più bella Ada che mal aveva tollerato il suo arrivo e che come figlia del defunto fondatore deteneva quote notevoli di proprietà e di potere decisionale. Costei aveva tentato, per pura vendetta, di impadronirsi anche della quota personale di Vittorio privandone gli eredi, cioè me. Pur sapendo che l'impresa non avrebbe avuto successo, contava sulle lungaggini di una causa che per la Società sarebbe stata poco più di un bruscolino nell'occhio, ma impossibile da sostenere per la nonna che mi rappresentava legalmente. Gabriele aveva mobilitato tutta la Facoltà di Giurisprudenza in cui insegnava perché si mettesse a disposizione di Greta. Gli esimi professori lo fecero molto volentieri ma, più che la loro scienza forense, valse la vendetta di un impiegato ingiustamente licenziato che le fornì la documentazione, non troppo edificante, degli amori mercenari di sua madre. In questo modo, come venni a sapere quando fui in grado di capire, ero diventata ricca, perché la minima parte di mia spettanza era per i comuni mortali una cifra astronomica. In questa disputa l'imbelle dottor L.B. non aveva messo becco.

Gli affettuosi nonni Sifonatteri, dopo che si furono asciugati le lacrime per la perdita della figlia, avevano investito i loro sudati risparmi , per ottenere la tutela dell'adorata nipotina , che peraltro non vedevano da più di due anni pur sapendo che viveva per molti mesi nella stessa città. In questo caso gli esperti giuristi amici di Gabriele ebbero un ruolo determinante, avevano scovato, negli archivi del tribunale, gli atti di un processo riguardante un sedicente agente di spettacolo che ingaggiava ragazze promettendo di presentarle a registi e produttori cinematografici e televisivi. Una di queste, quando aveva capito di che si trattava, lo aveva denunciato segnalando anche la presenza di minorenni. Un documento molto interessante riguardava alcuni genitori, fra i quali anche quelli di di Silvana, che avevano autorizzato le figlie minorenni a partecipare ad una cena di lavoro - come quella in cui mia madre aveva conosciuto mio padre - intascando un cospicuo compenso. L'imputato, che aveva i protettori giusti e un ottimo difensore, se la cavò con una multa, molto onerosa, ma che evidentemente poteva permettersi. Per i genitori coinvolti venne invocata la buona fede, se ne tornarono a casa con la fedina penale, se non con la coscienza, immacolata. Questo precedente però fornì al giudice al quale avevano rivolto l'istanza di tutela un fondato motivo per rifiutarla.

Io ho pochissimi ricordi personali di mia madre, tutto quello che so venne raccontato da Greta alla nonna e allo zio i quali, via via che crescevo, lo raccontavano a me. Dopo il matrimonio, mio padre aveva lasciato il confortevole appartamento da scapolo in cui viveva e aveva fatto arredare dai migliori architetti una villa con un grande giardino poco fuori città. Era veramente una bella casa dove un bambino avrebbe potuto vivere felice come potei constatare dalle foto che la mia mezza zia , come lei stessa si definiva, aveva lasciato. Silvana ed io fummo collocate in questa lussuosa cornice come due costosi soprammobili. Io avevo un'ampia camera piena di giocattoli e un armadio zeppo di vestitini elegantissimi; un angolo del giardino era stato attrezzato per i miei giochi all'aperto meglio che il parco pubblico. Mia madre aveva il suo quartierino , come le spiegò l'arredatore, camera da letto, spogliatoio, salottino, bagno, perfino una piccola palestra, il tutto di un lusso esagerato e tuttavia di estremo buon gusto, ma di altri, perché lei non aveva scelto neppure un cuscino. La stessa cosa era avvenuta per gli abiti e i gioielli firmati dai più celebri stilisti. Una governante e diverse cameriere si occupavano della conduzione della grande casa, da sole non potevamo prendere neppure un bicchier d'acqua, ma da sole io e la mamma rimanemmo per poco - a giocare nella mia stanza o nel bel parco tutto mio e senza altri bambini - perché arrivarono le bambinaie per me e i vari insegnanti per lei: di inglese e tedesco, e naturalmente di galateo e bon ton per poter frequentare la buona società.

Mio padre era spesso all'estero per lavoro, e anche quando era in sede si faceva vedere poco, tornava la sera tardi quando io già dormivo, giocava distrattamente con me per pochi minuti qualche volta la domenica. Questo era anche l'unico giorno in cui potevo stare un po' di più con la mamma che tutta la settimana era occupata con le sue lezioni dalle quali, con grande rabbia di mio padre, non traeva alcun profitto. Greta riferì che ciò era motivo di violenti alterchi fra loro. L'unica consolazione per Silvana era Greta, che l'aveva presa sotto la sua protezione. Quando arrivava lei il personale di servizio e gli insegnanti venivano invitati, senza tanti complimenti, a prendersi una giornata di vacanza. Noi tre da sole giocavamo nel parco, nella mia camera o andavamo in cucina a preparare torte e biscotti cercando di sporcare il più possibile. Quando uscivamo il pavimento scricchiolava per lo zucchero rovesciato, i fornelli erano impiastricciati di crema al cioccolato, sulle mattonelle candide spiccavano le impronte delle mie manine. Nell'acquaio torri pericolanti di stoviglie sporche aspettavano malignamente la cuoca che Greta definiva con una bella parolaccia in tedesco facendo ridere mia madre. Di parolacce gliene aveva insegnate molte, nelle due lingue che la costringevano a studiare, soprattutto quelle che differivano di poco nella pronuncia da vocaboli di uso comune. Mia madre con falsa ingenuità le ripeteva negli esercizi di conversazione: era la sola infantile vendetta che si prendeva contro il disprezzo che tutta quella gente, famiglia e famigli, le manifestava.

Vittorio considerava Silvana una stupida. Forse non era molto intelligente, ma non meno delle tante spocchiose persone che costituivano il suo milieu . Neppure la sua cultura doveva essere granché, ma temo che quella di mio padre, che nei suoi studi si era occupato solo di economia e finanza ed ora stava sempre in ufficio o in viaggi d'affari, non fosse molto più elevata. Mia madre era sempre stata arrendevole e condiscendente, obbediva senza obiezioni ad ogni cosa le si chiedesse. Da bambina si era fatta trascinare a tutti i concorsi canori o televisivi possibili e immaginabili senza protestare. Si era sottoposta con pazienza alle centinaia di provini ai quali la madre la conduceva, anche fuori città, facendole trascurare la scuola che aveva interrotto dopo la licenza media. La signora Ferrari ai suoi tempi aveva rincorso il sogno della carriera cinematografica. Tutto quello che era riuscita ad ottenere erano state delle particine in qualche film scollacciato dove recitava, si fa per dire, con poco dispendio per il costume di scena. Non avendo avuto successo in proprio aveva cercato di ottenerlo per interposta figlia che era bellissima. I due avidi genitori per giunta si erano intascati, non so con quale cavillo legale, tutti i compensi della bambina che avrebbero dovuto essere vincolati, anche quelli delle ultime partecipazioni alle cene di lavoro .

Léontine, Minio, Babbiele, Rosetta e suor Ignazia furono la mia famiglia, poco convenzionale, ma della quale ero molto fiera, con buona pace dei fautori di quella naturale . Altrettanto fuori dell'ordinario fu la mia educazione. Andai pochissimo a scuola, Léontine, che non si era mai ripresa dal trauma del suo primo giorno, escogitò un astuto compromesso per tenermi lontana il più possibile da quel luogo, che non andava bene , senza incorrere nei rigori della legge. Diceva ai miei insegnanti che ero una bambina cagionevole di salute - non so con quale coraggio visto il mio aspetto florido dovuto alla cucina di Rosetta - li preveniva che avrei fatto molte assenze, ma la famiglia avrebbe provveduto a farmi tenere il passo con lo svolgimento del programma. Lo zio Minio curava come al solito le discipline umanistiche, suor Ignazia la parte logico - matematica e, quando fui al liceo, anche quella filosofica con la consulenza dello lo zio Babbiele la cui specialità comunque rimaneva l'educazione fisica. Con la nonna facevo scorpacciate di fiabe, di poesie, di storie e racconti di ogni tipo. Non frequentai la chiesa e non presi nessun sacramento, neppure il battesimo perché quando ero appena nata i nonni Sifonatteri , per fortuna, se ne erano dimenticati. La religione cristiano - cattolica fu per me una fra le tante mitologie dell'umanità. Ogni pomeriggio un gruppo di compagni di classe a turno veniva a casa mia a fare i compiti insieme a me. Qualcuno di loro ogni tanto mi chiedeva quando sarei tornata a scuola visto che sembravo guarita. Periodicamente ci tornavo, giusto il tempo di far constatare la mia preparazione, e poi di nuovo a casa.

L'estate, che per me cominciava a maggio, la passavo al mare nella casetta che lo zio Babbiele possedeva in un piccolo paese della Riviera. L'aveva ricevuta in eredità dal nonno pescatore, era uno stanzone con angolo cottura e un bagno piccolissimo al pianterreno di una palazzina di due soli piani, praticamente sulla spiaggia. La nonna ed io ci trasferivamo lì immancabilmente il primo di maggio, qualunque fossero le condizioni atmosferiche, gli zii ci raggiungevano il sabato e si fermavano poi appena terminati gli impegni accademici. Ci lasciavano ogni tanto per qualche convegno estivo o per fare una breve vacanza da soli. Mi avevano spiegato con semplicità che loro due erano sposati ed io non ci avevo trovato nulla di strano. Prudentemente però mi avevano suggerito di non divulgare la cosa. Nel mese di agosto ci raggiungeva per qualche giorno anche Rosetta, che temeva l'acqua come un gatto, ma in compenso si rosolava al sole per poter tornare con un'abbronzatura da fare invidia a tutto il condominio e immediati dintorni. Ci accampavamo alla meglio nel grande stanzone con materassini e brande pieghevoli, prima di dormire la nonna leggeva qualcosa ad alta voce per tutti, fu così che venni a conoscenza con le grandi storie della letteratura di molti paesi. Il giorno ero quasi sempre in acqua, il nuoto era l'unica attività fisica che praticavo, come una selvaggia diceva Gabriele che invano aveva cercato di insegnarmi almeno lo stile libero. Non ero stata una buona allieva devo riconoscerlo. La nonna che aveva la pelle delicatissima dei rossi indossava nelle ore più calde una specie di sombrero a falde larghissime, ombrellone tascabile , lo chiamava lo zio Minio , (ma per quale tasca?) e un lungo camicione con le maniche che lasciavano spuntare solo la punta delle dita. Ciò nonostante riusciva a scottarsi ugualmente. Passava il suo tempo sotto l'ombrellone che portava sulla testa e sotto quello del bagnino, acchiappava suo figlio Maurizio e provvedeva a verificarne la preparazione scolastica e a colmarne le lacune. Ogni estate consultava la sua pagella e imponeva i successivi traguardi, sarebbero stati guai se l'anno successivo avesse scoperto che non li aveva raggiunti. Amava molto quel ragazzo che le ricordava il figlio due volte perduto. Anch'io superata la prima gelosia mi affezionai molto a lui. Al tramonto finalmente la nonna si liberava della sua ingombrante bardatura e si buttava in acqua. Sguazzavamo fin quasi all'approssimarsi del buio.

Mancava un anno al compimento della mia maggiore età quando la nonna si ammalò. Dopo un intervento chirurgico sembrò stare meglio e tirò avanti per qualche mese. Volle che lo zio Minio subentrasse nella mia tutela e mi mise al corrente di tutti gli aspetti legali che riguardavano i miei beni e delle procedure che sarebbero state necessarie, di lì a poco, perché ne potessi venire in possesso. Fino a che le forze la sostennero cercò di fare una vita normale, non voleva essere compatita e non parlò mai con nessuno, al di fuori della famiglia e poco anche con noi, della sua malattia. L'unica persona con la quale si confidava e alla quale permetteva di aiutarla era Rosetta. Un giorno tornando a casa trovai una visita. Era Maurizio il figlio del bagnino, ora diventato medico. Dapprima non lo riconobbi: era ancora giovane, ma i capelli precocemente brizzolati gli conferivano un aspetto maturo e posato, solo quando mi chiamò per nome sorridendomi compresi chi era. Quel sorriso malandrino, come diceva la nonna che lo adorava, e gli occhi che si chiudevano quando rideva non li avevo dimenticati. Mi abbracciò come faceva quando ero bambina sollevandomi e girando su se stesso, in quel momento passarono davanti a me tutte le belle estati che avevamo passato al mare nella casetta dello zio Babbiele.

La nonna aveva deciso: doveva precedere la malattia, non voleva permetterle di dire l'ultima parola. Maurizio l'avrebbe aiutata.

FINE

                                                                                                                                                              Gralli
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