DUE

All'epoca in cui si svolgevano questi fatti gli ideali di pace, giustizia sociale e fratellanza, coltivati da Libero e dai suoi compagni, erano non solo ben lontani dal realizzarsi, ma perseguiti con il massimo rigore, fino alla violenza fisica, dalla legge imposta dal Cavalier B.M. il tronfio figuro con pretese imperiali che, salito al potere con la forza, governava ubriacando le folle, tappando le bocche, spegnendo i cervelli. Arresti, confino, esilio, aggressioni per oltre vent'anni colpirono la parte migliore dei cittadini, quelli che ancora si ostinavano a pensare in modo libero. Libri e pubblicazioni dati alle fiamme; giornali, tipografie, luoghi di ritrovo devastati con la violenza cieca dell'ignoranza e della protervia; le menti migliori costrette a fuggire. Il popolino, quello che non partecipava alle adunate oceaniche in piazza o vi era condotto a forza, non potendo far di meglio coniava per lui titoli onorifici sempre nuovi: O Cagon (pron. U Cagun , Il Cagone), Magnæro (pron, Magnèru con la e larga, Bravaccio, Sbruffone), Stucco e Pittua ( pron. u strette, Stucco e Pittura per indicare una grandezza solo di facciata), Rumenta ( pron. u stretta, Spazzatura). Di lì a poco questo grottesco impero con le pezze al culo marciando in gran parata si sarebbe gettato con funerea esultanza tra le fiamme di un gigantesco rogo, il più grande della storia divampato attraverso più continenti, e l'intero Paese sarebbe bruciato con esso.
Per lungo tempo Libero, i suoi compagni e il luogo dove si riunivano, apparentemente per bere e giocare a carte, furono risparmiati dalla furia devastatrice di questo Moloch sguaiato che arringava le folle dal pulpito di un balcone. Se ciò consentiva loro di agire con una certa libertà di movimento - nel diffondere documenti e informazioni, nel raccogliere adesioni contro il Regime, nel portare soccorso alle famiglie di chi era in prigione o in esilio - era tuttavia anche motivo di imbarazzo perché l'ombra del sospetto si stava insinuando fra amici e simpatizzanti. Perché proprio loro non erano mai stati toccati mentre in tutta la città e nell'intero Paese le persecuzioni infierivano con violenza sempre crescente? Libero se lo domandava e lo domandava a Maria Pia la quale si limitava a rispondere che la Provvidenza si prendeva cura di un uomo buono come lui e dei suoi compagni che non facevano del male a nessuno, ma anzi si prodigavano per aiutare chi era in difficoltà. Libero scuoteva la testa rossa poco convinto. E ne aveva ben donde. Maria Pia era, come si è visto, una buona moglie, una madre amorevole e un'anima devota, quotidianamente invocava nelle sue preghiere la protezione divina per i suoi cari, ma non ignorava il detto aiutati che il ciel t'aiuta e si era rivolta a don Gianni, il parroco che Libero, con divertita ironia, chiamava don Giovanni. Per capire in che modo questo prete era riuscito a proteggere lui e i suoi compagni, bisogna fare qualche passo indietro e far la conoscenza di alcuni interessanti personaggi.
Il parroco era il primogenito di una delle famiglie più antiche ed illustri della città, gli Spigola, o almeno così si diceva. Aveva una sorella, Adelaide, una donna che si potrebbe definire trasparente poiché più che attraversare la vita ne era stata attraversata rimanendo indenne ad ogni accadimento privato o pubblico, come una lastra di vetro al passaggio della luce. C'era poi un fratello di diversi anni più giovane, Adriano, un bellimbusto scansafatiche, causa costante di non poche preoccupazioni per i suoi famigliari. Costoro erano i rampolli del marchese Fabrizio - appartenente ad un ramo cadetto - e di donna Laura anch'essa proveniente da un illustre casato, quantunque di rango inferiore, quello dei conti Spigo. Seguendo la vocazione religiosa don Gianni aveva rinunciato alle sue pretese al titolo in favore del fratello, solo a quello però data la mancanza di denaro e di proprietà. Questa aristocratica famigliola infatti campava stentatamente con lo stipendio del babbo impiegato in una ditta di forniture navali. Abitava in un quartiere della città vecchia, in un modesto appartamento, situato in un anonimo caseggiato, il cui unico pregio era la vista del tetto e di alcune finestre della dimora avita degli Spigola. Questo antico palazzo era divenuto, con l'estinguersi della nobile dinastia, proprietà del Comune; in esso avevano sede una banca, l'ufficio di una compagnia di navigazione, una rinomata sartoria per signora ed altre attività che richiamavano una clientela ricca e raffinata. Fabrizio Spigola o meglio degli Spigola aveva tentato a lungo di reclamarne il diritto di proprietà quale unico erede della famiglia ancorché di un ramo cadetto.
Il caso aveva fatto un certo scalpore, se ne era discusso nei salotti bene della città, nei locali pubblici, nei vicoli del centro storico. La documentazione presentata però era stata ritenuta non sufficientemente probante, anche perché un perfido pennivendolo, Antonio Bacci, aveva pubblicato - nientemeno che nella terza pagina de La Gazzetta Mercantile, il più importante quotidiano cittadino - una storia infamante e calunniosa secondo la quale il presunto erede, che si firmava Fabrizio marchese degli Spigola, all'anagrafe risultava invece iscritto come Fabrizio dello Spigola. Tutti avevano capito immediatamente quali erano i termini esatti della questione. Il Pio Asilo per Infanti Negletti Marchesa Augusta degli Spigola - o semplicemente lo Spigola come era comunemente chiamato - accoglieva bambini abbandonati, orfani o appartenenti a famiglie povere. Era stato fondato nel '600 da una marchesa autentica degli Spigola che, diventata madre di un bel maschietto, praticamente alle soglie della vecchiaia, aveva voluto in questo modo esprimere la sua gratitudine per il dono che la Vergine, tanto invocata, aveva voluto fare a lei e alla famiglia poiché quella nascita aveva risolto anche una spinosa questione dinastica. Oltre ad accogliere bambini poveri e imbarazzanti figli della colpa, provenienti da tutte le classi sociali, lo Spigola fu per molto tempo un ricco serbatoio di mano d'opera a buon mercato per la stessa famiglia e per quelle più ricche della città fossero esse nobili o borghesi; gli ospiti infatti a quindici anni venivano congedati e andavano a servizio secondo il mestiere che avevano imparato.
L'istituto fu attivo fino al 1898 anno in cui morì, quasi centenaria, Angelica l'ultima rappresentante femminile dell'illustre casato la quale, secondo un'antica consuetudine famigliare, era la proprietaria della pia istituzione. L'edificio ed il piccolo parco circostante divennero proprietà, a titolo di pio lascito, delle Povere Suore Modestine, che a dispetto del nome non erano né l'una cosa né l'altra: possedevano infatti una fortuna in beni immobili - tutti acquisiti al prezzo di preghiere e messe in suffragio per i testatori - e, secondo alcune fonti piuttosto attendibili, erano titolari di cospicui conti bancari nello Stato del Vaticano. Non solo la povertà, ma neppure la modestia si poteva annoverare fra le loro virtù, nell'ambiente ecclesiastico era ben nota la loro combattività grazie alla quale riuscivano sempre ad accaparrarsi incarichi e benefici, assai ben remunerati, per il loro Ordine, sbaragliando quelli spesso più meritevoli della concorrenza. Le buone suorine, una cinquantina nella nostra città, provenivano quasi tutte dall'alta borghesia, ma anche l'aristocrazia vi era convenientemente rappresentata. Oltre a pregare per l'anima di ricchi riconoscenti peccatori, si dedicavano alla nobile missione dell'educazione delle fanciulle, nobili e no, purché facoltose. I maligni dicevano che le loro allieve, al momento di sostenere gli esami nella scuola pubblica, non brillassero né per doti intellettuali né per cultura, ma d'altra parte nessuna di esse era destinata alla carriera accademica e la promozione era comunque assicurata. L' Istituto Spigola, dopo che gli ultimi ospiti furono dati in adozione, divenne per così dire l'università dell'Ordine nella quale si sarebbero formate le nuove generazioni di quelle caritatevoli missionarie.
Tutti i bambini accolti se non avevano già un nome e cognome ne ricevevano uno, venivano battezzati con uno dei nomi di famiglia dei nobili filantropi e, quasi fossero tutti fratelli, ricevevano il cognome dello Spigola con alcune varianti: da Spigola, de Spigola, dallo Spigola o anche semplicemente Spigola che divenne poi quello più usato tant'è che ancora oggi è molto diffuso in città. Questa segnatura se non era proprio un marchio d'infamia ci andava vicino, i poveretti che la portavano testimoniavano con ogni firma la loro oscura origine e glorificavano la carità pelosa di chi aveva beneficato i loro antenati, era insomma una sorta di titolo nobiliare al negativo. L'astuto sedicente marchese aveva gradatamente sostituito nei propri documenti e in quelli dei figli la dicitura dello Spigola con degli Spigola e, quando la cosa non suscitò più sospetto o contestazione, cominciò ad aggiungere alla sua firma, sempre poco alla volta, il titolo di marchese. Tutti ormai nel vicinato glielo riconoscevano con ironica deferenza, ma non dubitavano della sua autenticità: si credeva davvero che fosse il discendente di un ramo cadetto della nobile famiglia caduto in disgrazia. Sul luogo di lavoro avevano finito per chiamarlo semplicemente Marchese, dapprima per irriderlo, ma col tempo quello era divenuto il suo appellativo abituale al punto che molti credevano che fosse il suo cognome.
L'articolo era stato determinante nel decretare la rovina delle speranze del povero Fabrizio perché il giornalista era un professionista scrupoloso e aveva suffragato le sue dichiarazioni con una minuziosa documentazione. Risultò altresì che anche la moglie dell'aspirante marchese proveniva dallo stesso istituto e il suo cognome Spigola, grazie ad un colpo di forbice che lo aveva privato dell'ultima sillaba, era diventato Spigo; la signora aveva aggiunto poi un fantomatico titolo di contessa. La verità era che Laura in casa di una contessa aveva lavorato come sarta guardarobiera per diversi anni. Il funzionario del Municipio presso il quale Fabrizio andò a protestare era un brav'uomo e lo consigliò di lasciar perdere, tanto più che il Comune, considerando che ci sarebbe andata di mezzo la sua famiglia, aveva rinunciato a sporgere denuncia per truffa. Egli però caparbiamente continuava a firmarsi Fabrizio marchese degli Spigola ed era determinato a non arrendersi. Aveva denunciato giornale e giornalista e avviato una costosa causa di ricorso contro il Comune, azioni legali che stavano erodendo inesorabilmente le già scarse risorse della famiglia costringendo donna Laura a lavorare di cucito per il vicinato e il futuro don Gianni, ancora seminarista, ad impartire lezioni private a ricchi somari. Adelaide, precocemente vedova e con un figlio piccolo, eseguiva le consegne per la madre, e Adriano dovette ridurre drasticamente le spese per i suoi piaceri minuti o meglio minnuti come diceva Andrea, il suo migliore amico e compagno di bagordi, oriundo della terra di Trinacria.
Quando il movimento del Rumenta, cominciò a raccogliere consensi, il marchese Fabrizio, con grande intuito politico, fiutò che si stavano preparando rivolgimenti di portata storica e chi tempestivamente avesse saputo cogliere l'occasione ne avrebbe ricavato grandi benefici. Egli e la sua famiglia furono tra i primi in città a prendere la tessera del nuovo partito. Il mite don Gianni, allora curato in un paesino dell'entroterra, fu persuaso dal vescovo in persona con la promessa, poi mantenuta, di una parrocchia tutta sua in un popoloso quartiere cittadino. Quello scioperato di Adriano mise la testa a posto e, dato il suo vigore fisico, si arruolò nelle squadre operative dando un notevole contributo all'energica opera di propaganda che precedette l'ascesa al potere della nuova parte politica: si fece notare mostrando grande abilità nel roteare il manganello e somministrando bevande dalle eccellenti proprietà persuasive. Quando poi la necessità di conversione divenne meno pressante e la popolazione fu in gran parte catechizzata, o quantomeno tacitata, Adriano, dando prova di grande versatilità mise il suo ingegno al servizio dei salotti della nuova classe dirigente, presenziando a tutte le feste, i ricevimenti, i pranzi più o meno di gala che questi parvenu organizzavano con grande sfarzo. La sua giovinezza e il suo bell'aspetto – un figurino in camicia nera e stivaloni - conquistarono signore e signorine di tutte le età, sorelle, mogli, figlie degli uomini più influenti e rappresentativi del Partito. Queste se lo contendevano per svariati servizi in ambito pubblico e privato sapendo di poter contare sempre sulla sua disponibile generosità – non si risparmiava per soddisfarle tutte - e soprattutto sulla sua discrezione. In brevissimo tempo, grazie all'intercessione di queste dame altolocate, si trovò a ricoprire incarichi politici via via sempre più importanti fino a diventare il primo cittadino della sua città natale.
Con grande abilità strategica il marchese Fabrizio aveva collocato la moglie, donna Laura Spigo degli Spigola, sul versante femminile del partito in particolare in quel settore di rappresentanza che si occupava di organizzare premiazioni, incontri letterari, inaugurazioni, mostre, concerti benefici e simili attività di grande rilevanza sociale. L'aspetto e le maniere della signora, nonostante i cosmetici e gli abiti costosi, non erano propriamente quelli di una marchesa per diritto di matrimonio né di una contessa di nascita come lei andava millantando. Neppure la conversazione e la cultura erano troppo brillanti e, poiché perdeva spesso la buona occasione per tacere, si era guadagnata sul campo il titolo di Contessa della Grangaffe. Un giorno in un salotto una bambina ingenuamente l'aveva apostrofata con questo appellativo e lei con una carezza si era affrettata a correggere la piccola incauta: « No carina, ti sbagli io sono la marchesa Spigo degli Spigola, non so chi sia questa contessa, forse un'amica della mamma.». Un'anziana signora nel tentativo di reprimere le risate rischiò di soffocare. La povera donna era tollerata solo grazie agli utili favori del figlio e del marito e dei segretucci da questi custoditi. Fabrizio infatti, oltre a sovrintendere a tutte le attività dei suoi parenti, aveva riservato per sé il compito del procacciatore di buone occasioni, mettendosi al servizio di chiunque nel Partito avrebbe potuto essergli utile, prestandosi anche ad incombenze non troppo onorevoli. Tutti recitavano degnamente la loro parte tranne Adelaide che non manifestò alcuna attitudine utile al benessere della famiglia e finì, portandosi dietro il figlioletto Giacomo, per andare a fare la perpetua del fratello poiché era una brava donna di casa e se la cavava bene in cucina.
La prima grande ricompensa che Fabrizio ricevette per la sua dedizione e fedeltà fu la riparazione dell'onore offeso. Il già nominato giornale cittadino La Gazzetta Mercantile, contrariamente ad altri fogli locali minori, non aveva manifestato grande entusiasmo per le idee delle quali O Cagon era portatore. Col passare del tempo, parallelamente all'affermarsi del movimento, gli articoli pubblicati diventavano sempre più critici. Da garbatamente ironici divennero caustici finendo quindi per esprimere un'opposizione palese, dura e coraggiosa - sulla base di documenti ineccepibili e circostanziati - nei confronti degli uomini più in vista e non solo a livello locale. La Gazzetta, da tollerabile sassolino nella scarpa, era diventata una spina nel fianco fastidiosa e insistente, ma soprattutto molto pericolosa. La soluzione del problema fu affidata ad Adriano quando ancora questi faceva parte delle squadre operative: insieme ai suoi ragazzi si occupò di smantellare le ormai obsolete strutture della redazione e della tipografia, facendo anche un bel falò di carte e cartacce. Durante le operazioni di sgombero alcuni dipendenti del giornale, tipografi giornalisti e perfino il nuovo direttore Antonio Bacci - a causa della loro goffaggine nell'usare le mani, così come avevano fatto con penna e inchiostro - riportarono contusioni, fratture e ferite guaribili in diverse settimane. Alla fine il giornale ne uscì completamente rinnovato: nel nome che diventò La Nuova Gazzetta Mercantile, nelle strutture e nelle apparecchiature, nel personale che fu sostituito con elementi giovani e dinamici, ma soprattutto nella linea politica, all'avanguardia e più consona allo spirito dei tempi.
L'ex giornalista ed ex direttore Antonio Bacci non venne licenziato, per umana pietà verso la sua famiglia gli fu trovato un posto come correttore di bozze. I nuovi giornalisti giovani e impetuosi, animati da grandi ideali, scrivevano di getto: preoccupati soprattutto del contenuto dei loro articoli non curavano molto la forma, ci voleva qualcuno che si occupasse dei dettagli quali l'ortografia e la sintassi. Il Bacci, per cultura e proprietà di linguaggio, era la persona giusta. Inoltre in questo modo lo si poteva tener d'occhio e, con la lettura forzata delle ultime novità della politica, lo si sottoponeva ad una utile rieducazione ideologica. È vero che talvolta si lasciava sfuggire qualche grosso strafalcione che capovolgeva il significato del discorso o lo trasformava in uno scurrile doppio senso. Altre volte i lettori rinvenivano negli articoli parole inconsuete mai sentite prima, frasi in una lingua aliena per loro quale il greco antico o il latino che, dopo la consultazione di dizionari o figli liceali, si rivelavano essere pesanti oscenità. Non si seppe mai se ciò avveniva per malizia o per stanchezza, il poveretto lavorava al giornale di notte ed il giorno faceva lavoretti saltuari per arrotondare il misero stipendio.
Una delle prime campagne giornalistiche di un certo rilievo della Nuova Gazzetta fu quella che riesaminò l'istanza del marchese Fabrizio relativamente all'eredità degli Spigola. In questo caso con una fava si potevano prendere tre piccioni, si ricompensava degnamente un onesto servitore del Partito, lo si vincolava ancor più se possibile al carro, e si poteva mettere un po' d'ordine in Comune dove ancora si riscontravano sacche di resistenza che non potevano più essere tollerate. Si fecero lunghe ed accurate indagini, vennero riesaminati i documenti e riascoltati i testimoni presentati a suo tempo da Antonio Bacci. Se ne scoprì la palese falsità alla luce di nuove testimonianze e incartamenti i quali decretarono che Fabrizio degli Spigola, ultimo discendente di un ramo cadetto del casato, aveva pieno diritto a fregiarsi del nome e del titolo e ad ereditare i beni della famiglia, mobili e immobili. Tutta la vicenda venne riportata dal giornale per settimane con gran dovizia di particolari. Il pubblico seguiva la storia che ogni tanto si arricchiva di colpi di scena. Fabrizio rilasciava interviste durante le quali esprimeva gratitudine eterna alle autorità che avevano ristabilito la giustizia e ripulito il suo nome da una macchia infamante. Dopo la sentenza del tribunale parlò anche alla radio, con la voce spezzata dalla commozione dichiarò che ormai, vecchio come era, poteva anche morire in pace perché la sua famiglia poteva finalmente andare a testa alta. Di lì a pochi mesi sarebbe stato accontentato.
La vittoria di Fabrizio fu più morale che materiale, i beni mobili ai quali avrebbe avuto diritto erano stati inghiottiti da almeno due secoli dai suoi famelici ascendenti. Gli ultimi rampolli del ramo principale Angelica e Carlo, entrambi senza una famiglia propria, dopo una giovinezza passata a vivere di espedienti, in vecchiaia furono assistiti dalla carità pubblica e al loro funerale si dovette provvedere con una colletta promossa dalla parrocchia di appartenenza. I gioielli si potevano ammirare soltanto nel piccolo museo situato al piano terra del palazzo, erano al collo e alle dita di dame altezzose, di burberi magistrati, di spavaldi cavalieri, di potenti governanti, che fissavano il visitatore con sguardo severo dai ritratti di famiglia. Dei beni immobili - terre, sontuose ville di campagna, fabbricati di città - non era rimasto che l'orfanotrofio e il palazzo oggetto della contesa. In verità neppure questa volta Fabrizio riuscì ad ottenerlo. L'immobile costituiva un discreto reddito per le casse comunali non proprio pingui, inoltre tutti coloro che lo avevano sostenuto nella causa sapevano che non gli spettava per davvero e preferirono non correre rischi. Il marchese si accontentò, o meglio fu costretto a farlo, di un congruo assegno mensile e di un grande appartamento, elegantemente arredato, che occupava l'intero piano nobile di un antico palazzo del centro. Pretese però di fare, con la massima pubblicità, il bel gesto di donare l'avita dimora al Comune che già la possedeva. Una volta sistemata, con soddisfazione di tutti, la questione dell'eredità degli Spigola si provvedette a far pulizia negli Uffici Comunali. Dipendenti e funzionari esausti da lunghi anni di lavoro o non in sintonia con le idee del momento vennero rimpiazzati con forze fresche e dinamiche. Fabrizio ebbe, prima di morire, la gioia di vedere il suo bel figliolo maschio, quello in servizio attivo non l'altro, cingere la fascia tricolore.
Per concludere la storia di questa famiglia diremo che, dopo la caduta del Magnaero e la fine dei lutti da lui provocati, la legge ristabilì nel cognome dei discendenti di Fabrizio, che non assistette a questa nuova sconfitta, la corretta preposizione articolata e il cognome tornò ad essere quello autentico: dello Spigola. Il casato tuttavia non è ancora estinto, un combattivo discendente, quel Giacomo figlio di Adelaide, è ancora in vita e risiede nella nostra città portando avanti, sia pure con altri mezzi, la battaglia del nonno Fabrizio. Questo marchese Giacomo, come si fa chiamare omettendo prudentemente il cognome, è un assiduo ospite dei programmi pomeridiani delle televisioni locali dai quali trae parte del suo sostentamento. Il gettone di presenza che riceve, sommato ad una modesta rendita proveniente dalla moglie defunta - titolare un tempo di un banco del pesce al mercato cittadino - gli permette di non morire di fame. Al fiorente commercio ittico della signora Vittoria deve anche il nuovo titolo nobiliare conferitogli sul campo dal pubblico televisivo: Marchese delle Spigole. Egli conserva, all'età di ottant'anni, una sorprendente vitalità, dovuta ad una vita morigerata e ad una dieta ai limiti del digiuno. È un pittoresco personaggio che rallegra i vuoti pomeriggi di casalinghe e pensionati davanti alla tivù fra la cronaca di un efferato delitto e le esibizioni di vecchie glorie dello spettacolo. Riceve in diretta telefonica da parte di signore più o meno giovani, incantate dai suoi modi distinti, attestati di ammirazione e rispetto che accoglie con benevola degnazione e con un gesto nonchalant della mano ossuta e inanellata. Esibisce invece un superbo aristocratico disprezzo verso coloro che, sempre a mezzo telefono, gli rivolgono insulti più o meno volgari fintamente deplorati dal conduttore del programma.
É tempo ormai, dopo tutte queste digressioni, di tornare al punto dal quale eravamo partiti: la protezione che il parroco era riuscito ad ottenere per Libero e compagni. Adriano, valoroso sul campo di battaglia e sui canapé, non era altrettanto versato nell'arte oratoria né aveva troppa dimestichezza con la parola scritta, abilità indispensabili all'espletamento delle sue nuove funzioni. Per sopperire a queste carenze si era fatto avanti il fratello, don Gianni, che al contrario era eloquente sul pulpito e sulla carta. Si incaricò di scrivere i suoi discorsi e di stilare tutti i documenti ufficiali e lo faceva con tanta cura ed eleganza che la fama di Adriano, come si dice, andò alle stelle. Valoroso, virile, ottimo oratore ed abile estensore di proclami, editti, bandi, incarnava tutte le virtù che il Regime esaltava e anche nella capitale si cominciava a pensare a lui per il conferimento di un incarico a livello nazionale. Tuttavia. anche tra fratelli, niente si fa per niente. Don Gianni come ricompensa per le sue fatiche aveva chiesto, ed ottenuto, la protezione per tutti quei parrocchiani che di volta in volta ne avessero avuto bisogno, in qualunque momento e per qualunque ragione, senza obiezioni di sorta, e visti i tempi non erano pochi. Uno dei primi a beneficiarne fu Libero ancor prima che la moglie si rivolgesse lui. Adriano era troppo legato al lavoro del fratello e anche se avesse voluto non avrebbe potuto rifiutarsi, senza di lui sarebbe crollato miseramente ricoprendosi di vergogna, perciò stava ai patti senza fare domande e dava disposizioni ai suoi sottoposti affinché le sue richieste fossero soddisfatte.
La protezione che il parroco aveva chiesto per Libero e compagni era totale ed assoluta: nessuno di loro doveva essere pedinato, le loro case non dovevano subire controlli di nessun genere, i delatori che si fossero presentati, come era pratica diffusa, dovevano essere scoraggiati facendo loro intendere che si trattava di questioni di polizia segreta. Lo zelante Olivaro più volte era andato a sporgere denuncia sperando di acquisire meriti per una promozione, ma quando faceva il nome di Libero veniva bruscamente accompagnato alla porta e invitato a non tornare più. Don Gianni in fondo era un brav'uomo e cercava di fare del suo meglio per alleviare le sofferenze delle persone che sapeva in difficoltà, nel caso di Libero poi era doppiamente motivato.
Egli era profondamente innamorato di Maria Pia, fin dal primo giorno in cui si era insediato nella parrocchia e l'aveva vista in prima fila alla sua festa di benvenuto. Era un bell'uomo, giovane, sano, prestante e non privo di esperienza. Da seminarista era stato iniziato da compagni più esperti agli amori mercenari; quando era ancora un curato di campagna qualche rude e focosa parrocchiana, lo aveva trascinato in un fienile, ma allora si trattava solo di semplici stimoli carnali, ai quali era seguito un lungo periodo di pace. Con Maria Pia era diverso, la sua bellezza morbidamente sensuale, ma priva di malizia, risvegliava sì i suoi desideri, ma ad affascinarlo erano anche il carattere dolce di lei e la sua profonda spiritualità. Faceva di tutto per vederla oltre le occasioni delle funzioni comandate. Poiché ella eccelleva nell'arte del ricamo, le portava biancheria d'altare da decorare, ed apprezzando le sue doti di acquerellista le commissionava quadretti di soggetto edificante per decorare le spoglie pareti dell'oratorio. Altre volte si recava da lei per sottoporle i testi dei sermoni domenicali, fingendo di avere difficoltà ad esprimere alcuni concetti. Aveva fatto accordare un vecchio pianoforte, appartenuto al parroco precedente, perché lei potesse esercitarsi e lui avere il piacere di averla vicina anche a casa propria per così dire. Ad ogni sua visita recava con sé qualche manicaretto cucinato da Adelaide la quale aveva anche l'incombenza, di tanto in tanto, di darle qualche aiuto nei lavori pesanti. Avesse potuto sarebbe andato lui stesso a far bucati o a spazzar pavimenti!
Maria Pia non era un'ingenua e capiva perfettamente quali erano i sentimenti e i desideri che suscitava in don Gianni, ma manteneva sempre un contegno sereno e distaccato. Confidava al buon parroco le sue preoccupazioni, gli chiedeva spesso consiglio sull'educazione dei figli, gli sottoponeva persino qualche questione relativa alle verità di fede ma, se anche era lusingata dell'ammirazione che egli le tributava, non lo dava a vedere. Una volta però in confessione lo aveva messo in imbarazzo scatenando in lui una reazione fisica automatica non proprio consona al luogo. Gli aveva domandato se era lecito per una moglie cristiana soddisfare una certa richiesta, un po' insolita, di Libero nell'ambito dei doveri coniugali. Il povero parroco, oltre la reazione di cui si è detto, sudava freddo e cercava di scacciare l'immagine di lei, discinta, impegnata in questa incombenza. Ripreso fiato le aveva risposto che Libero era nel pieno diritto di formulare tale proposta e lei poteva acconsentire senza commettere peccato. Non era esattamente quello che rispondeva di solito alle altre parrocchiane in casi simili, ma con Maria Pia egli provava il piacere perverso di far l'amore con lei per interposta persona e la incoraggiava a riferire sempre richieste simili, se ne fossero capitate, perché non tutte erano ugualmente lecite. Ne capitarono ancora alcune e tutte ricevettero l'approvazione di Santa Madre Chiesa nella persona del suo rappresentante, il quale ogni tanto sognava Maria Pia, anche ad occhi aperti, mentre dava loro corso. Anche Libero aveva capito benissimo i sentimenti del prete nei riguardi della moglie e spesso la punzecchiava in proposito. Non era geloso per alcune validissime ragioni. Trovava naturale che la bellezza e il fascino gentile di Maria Pia, dei quali egli stesso si compiaceva, provocassero tali reazioni negli uomini. Riteneva invece contro natura la continenza forzata del povero don Gianniail quale andava tutta la sua compassione. Infine, e questa era la ragione principale, si fidava ciecamente della moglie ed era più che certo del suo amore nel senso più completo del termine.
Don Gianni faceva del suo meglio per scacciare le tentazioni della carne, ma qualche volta l'uomo, al secolo Giovanni dello o degli Spigola che dir si voglia, prendeva il sopravvento sul sacerdote. Era inevitabile anche per motivi famigliari: era pur sempre fratello di Adriano. le cui imprese erano ben note, entrambi poi avevano ereditato, questa volta in piena regola, spiccate attitudini virili dal padre Fabrizio. Questi, come amava raccontare, in gioventù si era ricoperto di gloria ed ora, benché avesse superato gli ottanta anni, si manteneva ancora in esercizio o almeno ci provava esplorando, come si vedrà, anche altri territori. Quando l'emergenza si faceva più grave non c'era che una soluzione: ricorrere alle cure di guaritrici esperte nel dar sollievo a simili tormenti. Come si è detto poco distante dalla Casa del Signore, nella quale si andava per alleviare le pene dell'anima, sorgeva la Casa delle signore che dava pace a quelle del corpo. La vicinanza favoriva visite discrete: bastava attraversare la strada, imboccare una viuzza laterale e suonare il campanello di un certo numero del primo palazzo. Il portone si apriva immediatamente e inghiottiva il visitatore il quale dopo aver varcato una porta a vetri, tenuta aperta a pian terreno, saliva per una scala secondaria fino al primo piano al riparo da sguardi importuni. Don Gianni al telefono, cercando di alterare la voce, fingeva di essere il segretario di un personaggio importante che desiderava mantenere l'anonimato e fissava l'appuntamento per un'ora in cui non ci fosse troppo affollamento. Elencava quindi le preferenze del cliente - tutte ricalcate sulle fattezze e sui modi di fare di Maria Pia - domandando inoltre se ci fosse una ragazza che ne avesse anche il nome. La signora Zenobia, il cui motto era cliente accontentato cliente ritornato, trovava sempre la ragazza con le caratteristiche giuste e la istruiva sul modo in cui doveva comportarsi. Quanto al nome provvedeva immediatamente ribattezzandola al momento, il prete, che era stato subito riconosciuto nonostante le precauzioni, avrebbe poi convalidato il sacramento. Era solito infatti nei momenti più intensi della seduta invocare il nome dell'amata a voce alta, per questa ragione veniva fatto accomodare in una stanzetta appartata la cui porta era nascosta da pesanti tendaggi di velluto che attutivano i suoni.
Passato l'imbarazzo della prima volta le visite si fecero abbastanza frequenti e regolari. Quando don Gianni telefonava, Cateinin, centralinista, segretaria, addetta alla reception, donna delle pulizie - una poveretta sgraziata e un po' tonta che la signora Zenobia teneva per carità - urlava in dialetto mettendo la mano sulla cornetta, dalla parte sbagliata però: « Gh'è quello præve, cosä devo dî? ». La signora le strappava il telefono dalle mani, la guardava con occhi torvi accennando ad un manrovescio con la mano libera e raccoglieva personalmente l'ordinazione. Le ragazze si avvicendavano nella casa ma lei sapeva trovare sempre quella giusta. Tutti sapevano che don Gianni era un fedele cliente della sciâ Zenobia, la maggior parte delle persone però non se ne scandalizzava, non era poi un peccato tanto grave, e in ogni caso non danneggiava nessuno. Il parroco era amato e rispettato perché si occupava delle sue pecorelle con grande abnegazione, e non mancava mai di prestare aiuti morali e materiali a tutti coloro che ne avevano bisogno.
(continua) Gralli
