Elogio del Turpiloquio

Non sciacquarti la bocca
Una piccola antologia di testi d'autore dove si dimostra l'utilità del turpiloquio in vari ambiti della condotta umana.
Il primo esempio è dato nientemeno che dai Fioretti di S. Francesco, un libro scritto per l'edificazione dei credenti e quindi al di sopra di ogni sospetto.
Al capitolo 29 si ha un perfetto esempio di esorcismo omeopatico, per così dire. Il Fraticello, ad un confratello perseguitato dal Demonio, suggerisce questa formula: Apri la bocca mo' vi ti caco! Sicuramente il diavolo fuggirà a gambe levate. Come dire similia similibus curantur, il tentatore, uso a dire sconcezze è ripagato, con successo, della stessa moneta.

Segue una modesta proposta di quella penna al vetriolo che fu Jonathan Swift: una tassa sulla bestemmia, pratica assai diffusa, che sarebbe di valido sostegno all'erario irlandese. Inutile dire che si tratta di un capolavoro satirico e stilistico senza pari.
Ancora Swift è l'autore di Lo spogliatoio della signora, breve componimento poetico che narra di un uomo, Strefone, che si introduce di soppiatto nel camerino della sua bella e ne scopre la meno nobile umanità, anche lei infatti, come detto nell'introduzione,
suda, scatarra, si insudicia, puzza nei piedi e nelle ascelle come ogni altro comune mortale. Non solo. In un crescendo di suspense degno di Hitchcock, l'ingenuo amante si imbatte in una cassa che - orrore! - nasconde le deiezioni di Celia e che inducono il nauseato Strefone ad esclamare mortificato: Oh, Celia, Celia, Celia caca!
Bisogna dire che l'autore passò dei guai per aver osato tanto.

Il successivo testo è di Lev Trotskij il quale analizza in La battaglia per l'evoluzione della lingua, la diversa origine del turpiloquio nelle classi sociali. Quelle inferiori imprecano per disperazione; per quelle superiori, invece, il turpiloquio è espressione di potere. Le considerazioni sociologiche sul linguaggio sono interessanti, ma la conclusione finale, moralistico-ideologica, che la rivoluzione purificherà il linguaggio, risulta poco convincente.
Di tutt'altro tono è la difesa accalorata ed accorata, di Victor Hugo, della più bella parola che forse mai francese abbia proferita: ovviamente quella di Cambronne a Waterloo, il sonoro e patriottico motto: MERDE! lanciato contro il nemico; episodio sul quale, peraltro, gli storici nutrono forti dubbi. Ma tant'è, la patrie c'est la patrie!

Il testo successivo consiste nel 20° capitolo del libro Fallo! Scenari della rivoluzione di Jerry Rubin, credo ignoto ai più, me compresa prima d'ora, ma che mi sono prontamente procurato.
Se Hugo aveva definito MERDE la più bella parola francese, Rubin, sessantottino statunitense assegna l'ambito premio a FUCK, parola di eguale energia espressiva e ribelle, con la quale riempie un'intera pagina. La sua analisi è acuta e profonda, il potere ha svuotato di valore le parole significative diluendole nella pubblicità o usandole quali eufemismi per i suoi soprusi. Ma non lo ha potuto fare con FUCK perché il potere nella sua ipocrisia non può usarla.

Tocca poi ad una dotta dissertazione, tratta da La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo, sull'opportunità di dosare le imprecazioni secondo la gravità del fatto che le provoca, al fine di renderle efficaci. Il capitolo contiene inoltre una chilometrica formula di scomunica, opera del vescovo Ernulphus, farcita di maledizioni circostanziate e virulente. Bisogna averla combinata grossa per meritarsela!
Il volume si chiude con uno scritto di Samuel Taylor Coleridge volto a dimostrare che sfogare la propria rabbia a male parole è meno pericoloso che covare un crescente rancore che può condurre anche alla violenza e che può essere devastante per chi lo tiene in petto.
Questo snello, ma sostanzioso volumetto, può strappare qualche sorriso, ma è un'opera seria, corredata da un'introduzione che è un piccolo, documentatissimo saggio, ricco di rimandi per approfondire.
Dall'introduzione
Sull'utilità delle brutte parole
Colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà. John Hughlings Jackson
In un'epoca di conflitti accesi e di complessità crescente come l'attuale, sono poche le cose sulle quali le persone sono normalmente d'accordo. In politica, economia, letteratura, mоrale e religione, è difficile incontrare condivisioni di larghe dimensioni. Le opinioni esplodono in mille schegge di pensiero che raramente si ricompongono, dando spesso vita a contrasti che nessun compromesso riesce ad appianare definitivamente. Ci sono, però, nel senso comune - quella forma di sapere che tutti credono di possedere, scambiandola per buon senso, e che ha la fastidiosa tendenza a volersi libera da indagini del pensiero - dei frammenti di conoscenza che tacitamente tutti considerano ovvi e che non destano la minima riflessione: forse, non ne sono nemmeno degni. Un esempio di conoscenza implicitamente data per scontata da tutti è costituito dal turpiloquio e dalla bestemmia. La maggior parte degli individui è concorde nel ritenere che le "male parole" sono un vizio spregevole e infimo di cui tutti farebbero bene a sbarazzarsi, pena la regressione a una condizione primitiva di civiltà. La maggioranza morale delle persone sostiene che le parolacce e le imprecazioni sono detestabili ed è disposta a parlare di espressioni oscene solo per chiederne l'abrogazione dal vocabolario. Le buone maniere, inevitabilmente, le condannano. Nei discorsi quotidiani, massmediali e 'colti', il turpiloquio è considerato, di volta in volta, espressione immorale, disgrazia estetica, inciampo linguistico, scandalo volgare o inopportuna caduta di stile. In ogni caso, posti di fronte a precisa domanda, tutti risponderebbero senza eccessivi patemi che del turpiloquio si può fare tranquillamente a meno e che un'improvvisa azione di chirurgia linguistica che rimuovesse, in un sol colpo, questo "cancro dell'anima" non potrebbe che essere ben accetta. E però...
Chi si prendesse la briga di esaminare questo fenomeno linguistico da un punto di vista storico rimarrebbe immediatamente colpito dalla quantità incredibile di sanzioni, condanne, normazioni che su di esso sono ricadute. Tanto per fare qualche esempio, a Roma gli spergiuri erano gettati dalla Rupe Tarpea; gli egiziani punivano le bestemmie con la decapitazione, i greci con il taglio delle orecchie; i turchi impedivano ai bestemmiatori di accedere al governo. Secondo le antiche leggi ebraiche, il bestemmiatore doveva essere condannato a morte tramite lapidazione. Nel Medioevo, a chi fosse stato sorpreso a pronunciare parole indicibili spettavano punizioni corporali, quali la berlina, la gogna, la corbellatura, la fustigazione, il marchio in fronte e la lingua forata. Né
si deve pensare che siano cose del passato. Ricordiamo, per brevità, che, in Italia, il reato di bestemmia è stato depenalizzato e quello di turpiloquio abrogato solo nel 1999.
Come spiegare la tenacia ossessiva di ogni epoca nel mettere a freno il linguaggio turpe, nell'ordinarlo all'interno di confini prevedibili? A fronte della compatta condanna che il senso comune esprime, ancora oggi, nei confronti del turpiloquio, come interpretare la necessità storica di impedirne la dicibilità? Non sarà che, dietro queste riprovazioni apparentemente universali, si nascondono bisogni inconfessabili? Che, smettendo le maschere dell'indignazione, ci si trovi di fronte al fatto che assolve importanti funzioni sociali?
I testi qui raccolti sembrano parlare a conferma di questo sospetto. Essi provengono da autori, tradizioni, tempi e Paesi diversi, ma hanno in comune una sensibilità eccentrica nei confronti del turpiloquio, che non è scanzonato, goliardico ammiccamento, ma convinzione sincera, anche se espressa in maniera ironica o seria, teoricamente consapevole o accidentale.

Gralli
