Er cappotto (più Er naso)

Se hai freddo, fatti un cappotto.
Er cappotto, è il secondo racconto di Gogolle presente nel volume. Del primo, Er naso, ho detto nella precedente recensione*.
La storia è nota: il povero impiegato, all'ultimo gradino della gerarchia, deriso dai colleghi e vilipeso dai superiori, riesce, accantonando faticosamente un soldo dopo l'altro, a farsi fare un magnifico cappotto su misura. Sarà pur vero che l'abito non fa il monaco, ma il povero Cosimo Ciabatta, grazie a quell'indumento, riuscirà a godere, almeno per qualche giorno, se non della stima degli altri impiegati, almeno di uno stupito, fugace rispetto. Non rivelo l'esito, sia per chi lo conosce, che per chi lo ignora e volesse leggere questa rivisitazione, o l'originale.
Non è, tuttavia, la storia in sè che conta; ciò che mi preme sottolineare è piuttosto la sua valenza universale: quanti Cosimo Ciabatta, o Akakij Akakievič, in ogni epoca e ad ogni latitudine, hanno menato una vita grama, alienante, vessati da altrettanti meschini individui, deboli con i più deboli e proni verso i forti.
Altro elemento degno di nota, oltre al cambio di ambientazione, è la scelta linguistica, prova evidente della potenzialità letteraria del cosiddetto dialetto, meglio detto lingua regionale.
Come ho già detto, per me genovese, ma allenata con Belli, Trilussa, Pascarella, la lettura è stata fluida e piacevole, tuttavia, con un po' di attenzione, è perfettamente fruibile da tutti. Non solo, il racconto, confrontato con l'originale, ha guadagnato in espressività e vivacità e, pregio non da poco, un registro ironico che ha stemperato in parte il tono pietistico del racconto.
* https://www.bibliosalotto.it/l/er-naso-piu-er-cappotto/

Busto di Gogol' a San Pietroburgo
Alberto Lattuada nel 1952, trasse, liberamente, dal racconto un film con Renato Rascel
https://www.raiplay.it/video/2023/01/Il-cappotto-e594804e-8633-4e31-a1de-050543c112f0.html

Sfogliando il libro
Dentro a un ufficietto buio der terzo piano de un ministero novo de la città de Roma, ner mezzo propio de la capitale der regno d'Italia, risorta e consacrata sotto a la corona de sua maestà Umberto Carlo Emanuele Ferdinando Eugenio de Savoia, lavorava er copista Cosimo Ciabatta detto Cocchio, nome non propio artolocato, che pareva ce fosse nato dietro ar banco de scrivano.
Secco, orbo e pelatino, er poro Cocchio se chiamava come er padre suo, già copista de Curia a li tempi der Papa Re, che conservò l'impiego doppo la breccia de Porta Pia pe' passallo ar figlio suo, ner trapasso epocale de la Roma capitale.
Defatti, siccome che ne la scesa fracassona de la burocrazia sabaudica nun se capiva manco più dove accroccà l'uffici, se decise de confiscà chiese e conventi pe' falli diventà preture e ministeri. E così puro er bugigattolo de mastro Cocchio fu assurto a ministeriale, co' quello che ce stava dentro; ecco perché nisuno de l'impiegati novi poteva sapé quanno e chi l'avesse assunto: sor Cocchio c'era già da prima, dar padre, forze pure dar nonno, e soprattutto a nisuno gliene poteva fregà de meno: manco fusse parte de l'arredamento!
Ma come Cocchio padre era svojàto e cacasonno, Cocchio fijo invece viveva solo p'er lavoro suo, che conzisteva ner copià lettere e dispacci in bello stile, co' una calligrafia precisa e svolazzosa che pareva ce ballasse cor pennino!

Nun te dico li colleghi sì quanto se ne approfittaveno: perzino er vice der sostituto de l'usciere glié sbatteva le cartelle sotto er naso a dije: copia! E lui copiava, senza guardà manco in faccia chi gliele sbatteva sopra ar banco. Li colleghi poi, te pare che diceveno grazie? Lo canzonaveno peggio de un caciottaro de l'abbruzzi, inventavano storielle sur conto suo, e davanti a lui alludevano a la padrona sua de casa, 'na vecchia bizzoca de cent'anni co' cui magara se l'intenneva: "e quann'è che se la sposava ?", "e a quanno er ricevimento ?", gli azzeccavano li foglietti dietro ar gobbo co' scritto "Cacchio!", ma lui muto, nun sentiva e nun vedeva, copiava in bella copia fino a quanno quarche bontentempone nun lo spigneva sotto a li gomiti pe' nun fallo manco scrive, lui allora alzava l'occhi e jé diceva: "Lassateme, che v'ho fatto poi de male?".

Spiritosi come solo l'impiegati passacarte de secondo livello sanno esse; belli impacchiati coi più deboli e prontissimi a mettese a zerbino appena entrava er Capufficio, detto "Er Chiacchiera", pe' via dei discorzi assai concisi, che annaveno da un minimo de: "Qui dovete lavora!" a un massimo de: "Bravi, boni e continuate!", aggiungendo un piemontese: "Neh!", che male nun faceva.
Eppure Cosimo l'amava quer lavoro suo, ce faceva l'amore co' le lettere, e si l'avrebbero pagato pe' quanto impegno ce metteva addiventava ricco! E sì che 'na vorta er Direttore de sezione, pe' premiallo de tanta dedizione gli ammollò un lavoro un attimino più creativo de la semprice copiatura, ossia scrive una relazione ad artro ufficio de 'na pratica già bell'e pronta, 'na cosa semplice propio, cambià er titolo e la forma da la prima a la terza perzona: apriti cielo! Diventò fracico de sudore:
COCCHIO: No, ve prego, dateme invece quarche pratica da copista, che quello si che lo fo' bene!
E da allora così fu per sempre, cor banco ammontonato de fogli da copià!
Che poi, fora de quello, ce fusse stata una cosa una che l'interessava, macché: er cucco! Zurugnone come pochi, mai che pijasse gusto ner vesti, l'uniforme sua era un grembiulaccio rossiccio stretto ar collo de gallina sotto a 'na mantella sciupatella anzicchenó!

Ascoltare Il cappotto di Gogol
Leggere i due racconti di Gogol

Questi i due racconti di Gogol, le traduzioni sono, per Il naso, di Tommaso Landolfi; per Il cappotto di Eridano Bazzarelli; illustrazioni di Altan, ma in commercio ce ne sono altre.
Gralli
