Erba Nera
Se assistiamo ora a una catastrofe nucleare, non
sarà la vittoria del diavolo. Non sarà qualcosa da
imputare alla relazione tra Uomo e Dio. Sarà una
catastrofe causata da un errore umano, come
un bambino che manda a fuoco la casa con un
fiammifero. Non possiamo nemmeno accusarlo di
piromania. È un bambino, non lo sapeva.
(Andrej Tarkovskij)
La mattina del 28 aprile 1986 nella centrale nucleare di Forsmark, in Svezia, fu rilevato un
aumento anomalo della radioattività atmosferica. In un primo momento la Swedish Radiation
Safety Authority, l'ente incaricato della radioprotezione svedese, ritenne che si trattasse di un
problema legato alla centrale nucleare e ne ordinò l'evacuazione. I test immediatamente
effettuati dimostrarono però che l'impianto non presentava alcun guasto e che la
contaminazione proveniva dall'esterno.
In base alla direzione dei venti si stabilì che la fonte della radioattività doveva trovarsi in
direzione sud-est, quindi all'interno dell'Unione Sovietica. I funzionari svedesi contattarono i
loro omologhi russi ma questi negarono che sul loro territorio fossero avvenuti eventi in grado
di provocare una contaminazione nucleare. I servizi di sicurezza di tutti i paesi scandinavi
continuarono però a registrare dati estremamente preoccupanti.
Nel pomeriggio del 28 aprile, la ministra per l'Ambiente svedese, Birgitta Dahl, comunicò la
notizia al mondo e dichiarò che il Paese responsabile della fuga di radiazioni stava violando gli
accordi internazionali, tacendo informazioni vitali alla sicurezza della comunità mondiale.
Dall'URSS non ci fu alcuna risposta.
Solo alle ore 21 dello stesso giorno, la TASS rese pubblico un comunicato del Consiglio dei
ministri dell'URSS che fu subito letto alla televisione di Stato: Si è verificato un incidente nella
centrale nucleare di Černobyl che ha causato la disattivazione di uno dei suoi reattori. Sono in
corso misure per mitigare le conseguenze dell'incidente. Si sta fornendo assistenza alle
persone colpite. È stata istituita una commissione governativa.
L'incidente, in realtà il più grave della storia dell'energia nucleare e il disastro tecnologico più
costoso nella storia umana, era avvenuto la notte del 26 aprile 1986. All'una, 23 minuti, 58
secondi, ora locale, vi fu la prima di una serie di esplosioni che distrussero il reattore e il
fabbricato della quarta unità della centrale elettronucleare di Cernobyl.
Le nubi radioattive sprigionate nell'incidente raggiunsero in pochi giorni tutta l'Europa. Penso
che chi li ha vissuti non possa dimenticare quei giorni: nel Nord dell'Italia scendeva dal cielo
plumbeo una pioggia fredda e ostinata che sapevamo radioattiva e rappresentava un simbolo
della nostra impotenza, della nostra rassegnazione, della nostra paura.

Vi furono pesanti conseguenze politiche, sia internazionali sia interne, per la credibilità e il
prestigio tecnico e scientifico dell'Unione Sovietica. Di certo il disastro accelerò il dissolversi
dell'URSS e la preoccupazione dell'opinione pubblica portò diverse nazioni a rivedere le
politiche energetiche basate sul nucleare. Ad esempio, in Italia, col referendum dell'8 e 9
novembre 1987, l'anno seguente il disastro, furono abrogate le norme che consentivano la
localizzazione delle centrali elettronucleari.
Non mi soffermerò ulteriormente sulle notizie che riguardano le modalità del disastro, la sua
gestione e le sue conseguenze. Tutto ciò è facilmente reperibile in internet, ad esempio su
Wikipedia:
https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_%C4%8Cernobyl%27
Vorrei però che, tra i tanti problemi che ci affliggono e ci hanno afflitti negli ultimi anni, tra
guerre, pandemie e cambiamenti climatici, Černobyl non venisse dimenticata.
La centrale resta ancora oggi un problema di sicurezza globale, una spada di Damocle sulla
testa di tutti noi, soprattutto poiché si trova in una zona interessata da un conflitto bellico che
dura ormai da anni.
A prescindere da ciò, la ragione principale per non dimenticare è che quello di Černobyl
dovrebbe rappresentare un monito ai deliri di onnipotenza dell'umanità.
A quarant'anni dal disastro sono stati pubblicati in proposito innumerevoli volumi. Io mi limito
a proporvene tre, molto differenti come forma, stile e intenzioni.
Il primo, Chernobyl. Storia di una catastrofe nucleare, serve a chi vuole approfondire gli avvenimenti. Si tratta di una cronaca romanzata, basata anche su documenti desecretati.

L'autore, Serhii Plokhy, professore di storia ucraina all'Università di Harvard, si sofferma tra l'altro, sulla storia della città di Chernobyl, dal Medioevo all'epoca sovietica:
Chernobyl viene nominata per la prima volta in una cronaca nel 1193: vi si dice che si ergeva sui terreni di caccia dei principi di Kiev, il cui vasto regno medievale si estendeva dai Carpazi a ovest alle cittadine del Volga a est. Il testo non fa riferimento alle origini del nome, ma gli studiosi sostengono che vada fatto risalire all'abbondanza nella zona di "Artemisia vulgaris", detta anche artemisia comune o assenzio selvatico: un arbusto facilmente riconoscibile dal colore nero o rosso scuro dei suoi rami. E "čornyj" è appunto il termine ucraino per «nero». Dunque sarebbe stata quella pianta a dare il nome a Čornobyl, o Chernobyl; il che avrebbe permesso alle generazioni future di associare il disastro della centrale a una profezia biblica riguardo una stella chiamata appunto Assenzio. «Il terzo angelo» recita l'Apocalisse di Giovanni «suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare.» L'assenzio selvatico dal quale la cittadina di Chernobyl ha preso il nome non è lo stesso arbusto di cui parla il Nuovo Testamento (Artemisia absinthium), ma a tanti, compreso il presidente Ronald Reagan, la somiglianza parve tale da concludere che l'incidente di Chernobyl fosse stato annunciato.
Il secondo libro che consiglio è Preghiera per Černobyl' della giornalista e scrittrice bielorussa in esilio Svjatlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura nel 2015. Dal libro, pubblicato in Russia nel 1997, è stata liberamente tratta la miniserie televisiva Chernobyl, creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck.
Per documentarsi sui fatti e sulle loro conseguenze, la scrittrice ha viaggiato e fatto domande
per tre anni: a dipendenti della centrale, scienziati, ex funzionari di partito, medici, soldati, a
donne e uomini che hanno dovuto abbandonare le loro case, a donne e uomini che continuano
a vivere nella zona proibita… Persone di professioni, destini, generazioni e temperamenti
diversi. Credenti e atei. Contadini e intellettuali. Černobyl' è il principale contenuto del loro
mondo. Ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo la terra e
l'acqua. Tutto il loro tempo.
Chi avrà il coraggio di leggere queste pagine e di sopportarne il dolore e la disperazione potrà
ascoltare un coro di voci sconvolgenti che gli sarà difficile dimenticare:
Una giovane donna è seduta su una panca davanti a casa, allatta il bambino al seno… latte e
cesio… Una mamma di Černobyl'.

Come spesso mi succede, ho scoperto il terzo libro leggendone un altro: La foto mi guardava di Katja Petrowskaja in cui l'autrice dopo aver scelto delle fotografie, spesso molto suggestive, associa ad ognuna un breve testo contenente storie e riflessioni. Il capitolo Novità dal mondo dei fiori è ispirato a questa fotografia:

Anaïs Tondeur – Specie ignota (da "Chernobyl Herbarium" di Michael Marder)
ed inizia così: Nessun botanico è mai riuscito a identificare questa pianta. A me ha dato l'impressione di una bacchetta magica, ne ho contato i filamenti. Dieci. Di che specie è la pianta? Di che genere? Uno dei suoi ditini è molto luminoso, come se sopra ci fossero delle lucciole, altri si stanno spegnendo. Quale incendio ha imperversato qui?
L'illustrazione è tratta da Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare di Michael Marder e, come tutte le altre contenute nel libro, non è una vera fotografia.

L'artista visuale francese Anaïs Tondeur ha raccolto le immagini ponendo pianticelle
provenienti dalla zona di esclusione di Cernobyl su lastre fotosensibili; queste erano poi
esposte a una intensa fonte di luce. Ogni immagine è stata quindi etichettata con il nome della
specie vegetale e i livelli di radiazione emessi nel processo di trasferimento.
Dal fondo scuro emergono linee e puntini luminosi, raggruppati a formare fiori, foglie, steli.
Alcune delle piante sembrano totalmente cambiate, come il Thesium humifusum che
normalmente cresce piatto e aderente al terreno, ma che, dopo essere stato esposto alle
radiazioni, sembra annodarsi e curvarsi su sé stesso. Altre invece, come il Linum
usitatissimum, non sembrano aver subìto nessun cambiamento esteriore.
In una lotta tra negativo e positivo i fotogrammi mostrano l'aura radioattiva di questi corpi
contaminati da radioisotopi, come il Cesio-137 e lo Stronzio-90.
L'autore del libro è Michael Marder, nato a Mosca nel 1980; a dieci anni si è trasferito con la
famiglia in Israele, dove ha vissuto l'adolescenza, e quindi in Canada. Attualmente insegna
filosofia presso l'Università del Paese Basco a Vitoria-Gasteiz, e si occupa prevalentemente di
filosofia ambientale e della soggettività delle piante.
Chernobyl Herbarium è stato pubblicato in occasione del trentesimo anniversario del disastro
nucleare, illustrato da trenta immagini di Anaïs Tondeur, e poi ripubblicato in occasione del
trentacinquesimo anniversario, con altre cinque immagini a illustrare altrettanti nuovi capitoli.
Nel libro Marder parte raccontando le sue esperienze personali circa il disastro. Si trovava,
appena bambino, su un treno che da Mosca lo stava portando verso sud; il regime sovietico gli
aveva garantito una vacanza marina, a causa delle gravi allergie stagionali di cui soffriva.
È il 26 aprile 1986. Mi trovo nel vagone letto di un treno notte, in viaggio da Mosca alla città di
Anapa, nel sud della Russia, sulle rive del Mar Nero. Sono a bordo di questo treno da quasi due
giorni e le provviste che abbiamo portato da casa cominciano a scarseggiare. Il treno è fermo a
Rostov sul Don, a milleduecento chilometri dalla città in cui vivo. Dalla mia cuccetta in alto
guardo fuori dal finestrino e una scena vivace si dispiega dinanzi ai miei occhi: il viavai tipico
delle grandi stazioni; signore anziane che vendono pasticci caldi di carne e patate, pollo fritto e
cetrioli; gente che sale e scende di corsa dal treno. Nessuno ha idea di cosa stia accadendo a
ottocento chilometri a nord-ovest.
È questo il vero significato di un evento: accade senza che ce ne accorgiamo, accade, cioè,
come se non accadesse, confinato nella cosa stessa, sì, nella cosa stessa che nondimeno ci
include, ci avvolge, ci unisce in assemblea, senza chiederci consenso. La pioggia radioattiva di
Chernobyl e le informazioni ufficiali sull'incidente, l'una il riflesso speculare distorto delle altre,
non ci hanno ancora raggiunto, e non lo faranno per alcuni giorni. Ma l'evento è in corso. Ci
travolgerà prima che noi avremo la possibilità di affrontarlo, se mai lo faremo. Nel frattempo, la
vita continuerà a scorrere col suo corso "naturale".

Anaïs Tondeur – Linum usitatissimum (da "Chernobyl Herbarium" di Michael Marder)
Molto emozionante è la descrizione della città di Pryp'jat', fondata nel 1970 per ospitare i lavoratori della vicina centrale nucleare; nel 1986 era una "città modello" sovietica con circa 50.000 abitanti, mentre oggi:
Pryp'jat' è intrappolata, una città fantasma congelata nel tempo. Lì è ancora, e sarà sempre,
l'aprile 1986. L'Unione Sovietica non si è ancora ripiegata su sé stessa; gli edifici scialbi e grigi
sono la testimonianza della soluzione uniforme al problema degli alloggi che ha conferito lo
stesso carattere impersonale ai quartieri di Mosca, Baku, Riga e Tbilisi; la ruota panoramica
ormai arrugginita sussurra il ricordo dei divertimenti dei bambini che vi sono saliti e che
continueranno questo viaggio circolare all'infinito, rimanendo in eterno bimbi di sei anni.
Come la realtà precedente il disastro, anche il disastro lì non si è mai concluso. Tutto urla il suo
silenzio: i vestiti anneriti lasciati ad asciugare da decenni alle finestre degli appartamenti, le
strade vuote, le biblioteche con i libri sparsi per terra. Questo grido silenzioso delle cose stesse
non può essere soffocato, anche se, a volte, il fiume Pryp'jat' diventa il nuovo Lete. Cosa
possono provare coloro che si imbarcano come "turisti nucleari" nella zona di esclusione? Fino
a che punto creano un legame con questo tempo e questo spazio profondamente
traumatizzati, che parlano di corpi spezzati e menti stordite?

Immagini di Pryp'jat', la città fantasma evacuata il 27 aprile 1986
Michael Marder riflette sul rapporto dell'uomo con l'ambiente e lo invita a ridimensionare la propria soggettività, la propria sete di dominio e di sfruttamento della natura. Stimola il lettore a riflessioni e ripensamenti, ispirati ai processi naturali di crescita e decadimento. Soprattutto gli chiede di prendere lezione dalle piante:
Contrastando la nostra economia metafisicamente alterata, nonché le nostre illusioni energetiche, le piante ci insegnano che non c'è crescita infinita, né crescita senza decadimento, che è il presupposto della crescita futura. Ciò che gli imperativi dell'economia di mercato e i derivati dell'energia nucleare hanno in comune è la soppressione (anzi, la repressione) del decadimento. Questo li rende incompatibili con il mondo dei viventi, che minano e distruggono.
DrRestless (Roberto Gerbi)
