Eroidi

Ventuno donne del mito classico - da Elena a Briseide, da Penelepe a Didone - abbandonate dai loro uomini, scrivono una lettera dolorosa e commovente al loro amante per convincerlo a non lasciarle. Questi uomini, che si fregiano della fama di eroi, si rivelano invece nel loro comportamento in tutta la loro pochezza: pavidi, mendaci, insensibili, egoisti. Ogni epistola narra una storia conchiusa in sé, ma nel loro insieme dal testo emerge un complesso e variegato mondo femminile nel quale le donne abbandonate di oggi possono ancora riconoscersi, e comprendere che forse non hanno poi perso molto. Degno di nota è il fatto che queste lettere, di una straordinaria modernità, siano state scritte da un uomo: Ovidio, pur rifacendosi alla grande sapienza del mito, stratificata nei secoli, rivela una grande attenzione e sensibilità per l'animo femminile, di cui descrive con linguaggio sublime e acutezza psicologica tutte le sfaccettature.
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Nota: esistono diverse edizioni, in carta e in digitale, anche con diverso titolo.

Statua di Ovidio a Sulmona sua città natale
Sfogliando il libro
Saffo a Faone
Eppure, quando leggevi i miei versi, ti sembravo anche bella; giuravi che solo a me non disdiceva parlare senza interruzioni. Cantavo, mi ricordo, – ricordano tutto gli innamorati – e mentre cantavo, tu mi davi baci che rubavi. Lodavi anche questi momenti: ti piacevo sotto ogni aspetto, ma soprattutto allora, quando si fa l'amore. Allora ti piaceva più del consueto il mio abbandono, il mio continuo muovermi, le parole convenienti all'amore, ti piaceva, quando si confondeva il piacere di entrambi, il languore intenso dei nostri corpi stanchi.

Saffo e Faone Jacques-Louis David
Arianna a Teseo
La donna che tu, malvagio Teseo, hai abbandonato alle belve vive ancora, e tu vorresti accettare questo fatto con indifferenza? Ho trovato ogni specie di fiera meno spietata di te: non avrei potuto essere affidata a nessuno peggio che a te! Ciò che leggi, Teseo, te lo invio proprio da quella spiaggia da dove le vele hanno portato via la tua nave, senza di me.
Ero a Leandro
Così, quando ho trascorso, ingannandola, la maggior parte della notte, furtivamente un sopore coglie i miei occhi stanchi.
Forse contro tua voglia, ma tuttavia dormi con me, sfacciato, e anche se non vuoi venire di persona, vieni in sogno. Infatti ora mi pare di vederti che nuoti, ora che appoggi le tue braccia ancora umide intorno alle mie spalle, ora che metti sulle membra bagnate il vestito che di solito ti porto, ora scaldare il tuo petto stringendolo al seno col mio e molte altre cose che una lingua discreta deve tacere … cose che fa piacere aver fatto, ma fa vergogna riferire.
Oh, me disgraziata! Questo piacere è di breve durata e non vero! Tu infatti di solito te ne vai sempre insieme col sonno.
Uniamoci sempre più strettamente, infine, noi, amanti bramosi, e i nostri piaceri siano confortati da una sicura fiducia. Perché io ho trascorso, languida, tante notti da vedova? Perché tante volte stai lontano da me, nuotatore indolente? Il mare, lo ammetto, non è ancora praticabile per chi deve nuotare, ma la notte passata il vento era più debole. Perché essa è passata inutilmente? Perché temevi quello che non sarebbe avvenuto? Perché un viaggio così tranquillo è stato evitato e non è stato intrapreso da te?

Fulchran Jean Harriet 1796 Gli Amori di Ero e Leandro
Laodamia a Protesilao
La tessala Laodamia allo sposo Protesilao invia saluti e, con animo pieno di amore, desidera che essi giungano là dove sono mandati.
Si dice che tu rimani in Aulide perché trattenuto dal vento: ma quando sei fuggito da me, ahimé!, questo vento dov'era? Allora i flutti avrebbero dovuto resistere ai vostri remi: allora il tempo era propizio per le acque in tempesta. Avrei dato più baci al mio sposo e più raccomandazioni; molte sono le cose che avrei voluto dirti. Sei fuggito di qui precipitoso e quello che invocava le tue vele, quello che i marinai – e non io – desideravano, era il vento. Il vento era favorevole ai marinai, non favorevole alla tua donna!
Io mi libero dal tuo abbraccio, o Protesilao, e la lingua mi lasciò incompiute le parole di raccomandazione: a stento potei pronunciare quel triste: «Addio!». Borea si alzò, afferrò e tese le vele e già il mio Protesilao era lontano. Fino a che potei guardare lo sposo, mi piaceva guardarlo e senza tregua coi miei occhi seguivo i tuoi: quando non potevo più vedere te, potevo vedere le vele; le vele trattennero a lungo il mio sguardo. Ma dopo che non vidi più né te né le vele fuggenti, e quel che guardavo null'altro era se non mare, anche la luce se ne andò con te e, apparse le tenebre, svenuta, si dice che caddi sulle ginocchia piegate. A stento il suocero Ificlo, a stento il mio vecchio padre Acasto, a stento mia madre, desolata, mi fecero rinvenire con acqua fresca: mi resero un servigio affettuoso, ma inutile: mi adiro perché non mi hanno permesso, sventurata, di morire.
Quando ripresi i sensi, insieme tornò lo strazio del mio animo; un amore legittimo rodeva il mio casto petto. Non ho cura di farmi pettinare i capelli, non m'importa coprire il corpo con vesti adorne di pagliuzze d'oro. [...] Forse posso indossare vesti imbevute di porpora, mentre egli combatte sotto le mura di Troia? Io dovrei acconciarmi i capelli, mentre egli preme il capo con l'elmo? Io indossare vesti nuove e mio marito rigide armi? Fino a che posso, si dica che nello squallore ho seguìto le tue fatiche e triste passo questo tempo di guerra.
[...] Ricerco nel letto solitario sogni menzogneri: mentre non ne ho di vere, mi accontento delle gioie false. Ma perché mi viene incontro la tua immagine pallida? Perché dalle tue parole mi giunge un lungo lamento? [...] Quando sarà che, stringendo te, di ritorno, con avide braccia, mi sentirò mancare, senza forze per la mia gioia? Quando accadrà che, unito a me in un solo letto, potrai narrare le splendide imprese della tua vita militare? Mentre me le narrerai, anche se mi piacerà ascoltare, prenderai anche molti baci e molti ne darai; in questi casi le parole di chi narra si fermano sempre opportunamente. La lingua, sollevata da un dolce indugio, è più pronta a riprendere il racconto. Ma quando penso a Troia, quando penso ai venti e al mare, la buona speranza mi cade, vinta da ansioso timore.

Laodamia che scrive la lettera al marito, miniatura francese tratta dalle Eroidi di Ovidio.
Didone ad Enea
Ormai sei deciso, Enea, ad andartene e ad abbandonare l'infelice Didone. I medesimi venti porteranno lontano le tue vele e le tue promesse. Senti di dover cercare un'altra terra nel mondo. [...] Un altro amore [...] un'altra Didone e altre promesse dovrai fare, per poter tradire di nuovo. […] dove troverai una moglie che ti ami così? Brucio come le fiaccole di cera impregnate di zolfo, come l'incenso delle devozioni versato sui roghi fumanti. Enea resta sempre impresso nei miei occhi insonni, Enea ho nella mente, notte e giorno. Ma lui è ingrato e sordo alle mie offerte generose e, se non fossi insensata, vorrei fare a meno di lui. Tuttavia non odio Enea, benché mediti il mio male, ma lamento la sua slealtà e, pur lamentandomi, lo amo di più. Menti su tutto; e veramente non sono io la prima ad essere ingannata dalla tua lingua, né io per prima ne pago le conseguenze.

Andrea Meldolla detto Schiavone Enea dice addio a Didone 1555-1560
Gralli
