Esiste Ascoli Piceno?

Anche in un libro come questo, poco più che un opuscolo, una pubblicazione d'occasione, Manganelli generosamente versa a piene mani paradossi, provocazioni, stravaganze, estrosità, sempre procedendo contro vento, con la eccentrica, naturale eleganza, del suo linguaggio.
Pubblicazione d'occasione, perché la nascita di questa deliziosa operina, impreziosita dagli acquerelli diTullio Pericoli, si deve alla richiesta di un articolo da parte di una rivista di Ascoli Piceno.
Ed ecco la prima bizzarra reazione, forse Ascoli Piceno non esiste:
La lettera viene da una zona periferica, e chi vive in quel luogo è lieto di essere un periferico. Il punto è: esiste Ascoli Piceno? Ricordo di averla visitata in una esistenza che, per molti indizi, dovrei considerare precedente; quello che non ho potuto stabilire è se Ascoli Piceno esiste ora.
La richiesta non lo lusinga:
[...] e se questa rivista mi chiedesse un racconto di due-tre cartelle, io risponderei positivamente? Non credo. Io non scrivo facilmente, non scrivo se me lo chiedono, la mia fantasia è pigra e viziosa, sono di cattivo carattere e sebbene troppo vigliacco per essere litigioso, sono certamente rancoroso. Se Ascoli Piceno esistesse, io penso che non potrei assolutamente scrivere alcunché.
Eppure...Qualche lontano ricordo, o sogno? E' l'incertezza dei sogni di Caillos:

Rammento di aver bevuto l'anisetta in una piazza estremamente decorativa; ritengo improbabile che una piazza così fatta esista veramente; probabilmente è una allucinazione, come la parola «rua» per designare una strada, o le olive ripiene. Sappiamo che nessun ricordo dà la certezza che qualcosa sia veramente accaduto; non è impossibile che io soffra di una nevrosi ascolana, una forma che suppongo rara, e curabile solo da analisti ascolani che siano giunti, da soli, per autoanalisi, alla scoperta che Ascoli Piceno non esiste, è solamente una tradizione, anche se estremamente ricca di particolari.

E poi impetuose divagazioni fantastico-avventurose, attingenti a reminiscenze barbariche, fosche e brumose, che si rincorrono:
Se la città è morbida di scorci medievali, la penserò come un oggetto metallico, che fa rumore se lo si tocca, un rumore aspro e inesatto. Quando sarò Comandante, e uno di questi giorni accadrà, manderò i miei uomini spietati ed efficienti ad Ascoli Piceno, e con taciturne cerbottane venenose uccideranno uomini di elegante dottrina, raccoglitori di documenti locali, notai bigotti, rimatori di sonetti e storici della Marca. Se ad Ascoli sopravvive un piceno di costumi sordidi e bruti, se un dentista è in realtà un capo longobardo, uomo di birra e di adulterio, se il sagrestano è un bogomilo transfuga, con le sue accette sanguinarie, dai cimiteri illirici, a costoro, alla loro antica nequizia affiderò la gestione delle pietre ascolane: ne facciano scempio decoroso e minuto. Una scuola dello scempio si è formata in questi anni sul nostro pianeta, e potrebbe fare le sue prime prove su Ascoli Piceno. Potrebbe, se Ascoli esistesse. Ma non ho alcuna prova di codesta esistenza.

Ma chi ha il vizio, voluttuoso e perverso, di abbandonarsi ai vaneggiamenti vede sfilacciare le sue reminiscenze:
La mia frequentazione dei deliri mi rende cauto e diffidente dei miei ricordi. Le carte geografiche mentono spesso, e sono generiche ed elusive; inoltre un medesimo nome può designare una città identica per giacitura e forma a questa che ignoro se concreta, e tuttavia può essere un'altra città, metafisicamente incompatibile. I miei amici, cui chiedo notizie di Ascoli, mi rispondono con sorrisi cauti e studiatamente generici; essi sono convinti che veglia e sonno nella mia vita a fatica si distinguano. Nessuno conosce Ascoli? Nessuno, eccetto me stesso, ma la mia testimonianza non vale. Mi dicono che una corriera vada ad Ascoli. Non posso fidarmi di una corriera, la quale può essere coinvolta in una congiura provinciale, il cui scopo è appunto quello di far credere che Ascoli esista. Non ho mai visto una automobile con targa di Ascoli, ma debbo aggiungere che nulla so di targhe ascolane. Forse Ascoli non ha mai scoperto la ruota, e i trasferimenti si svolgono grazie ad un sistema di meravigliose mongolfiere, mosse da venti devoti e miti. Le mongolfiere sono dipinte a colori vivaci, prevalgono rosso e verde, qualcuno mi dice che Ascoli esisteva alcuni secoli or sono, era la patria dei pavoni, e le tortore controllavano la zona nord, e avevano anche un loro giornale locale, di bella tipografia.

A questo punto l'evocazione delle calviniane città invisibili è inevitabile e fatale.
Ma è il finale l'apoteosi di tutte queste utopiche (etimologicamente intese) fantasmagorie, un fuoco d'artificio filosofico eraclito-parmenideo, dove l'essere e il non essere, la causa e l'effetto, il prima e il dopo, la costruzione e la distruzione, volteggiano scoppiettando, in un turbinio vertiginoso, beffandosi della logica e delle costrizioni del reale, irridendo il sacro e le sue regole, e tutto si confonde in una sarabanda multiforme e variopinta.
Dunque, gli indizi che indicherebbero l'inesistenza di Ascoli sono tali e tanti, che debbo pormi la domanda: scriverei due o tre cartelle per una nonrivista di una città inesistente? Credo di desiderare da sempre di scrivere su una nonrivista, e di aver dialogo e frequentazione con gente inesistente abitante una città di nulla. Non desidero città di mura, strade, abitanti, nome e religione certi. Una città distrutta dai barbari due secoli prima di essere stata fondata; tutti gli abitanti uccisi dalla peste, due secoli prima che nascessero; preziosi monumenti di un'arte mirabile ridotti in polvere due secoli prima della nascita degli architetti e dei pittori; una città che aveva un nome scritto quando non esisteva scrittura, e quando la scrittura venne scoperta, in quella città nessuno seppe più leggere, e il nome andò perduto. Una città visitata continuamente dai messaggeri del nulla, angeli che hanno dimenticato il nome del Dio che li inviava, ed anzi non credono più vi siano mai stati Dèi; santi ed eremiti che emigrano di religione in religione, e nella povera mente tutte le mescolano, e pregano Dèi incompatibili, e tuttavia sono ascoltati; una città cui nessuno perviene, donde nessuno parte, in cui non abita alcuno, ma solo è abitacolo di possibili abitanti, di possibili edifici, di possibili bandiere. In onore di quelle bandiere inesistenti, dei pigri venti che bastano a sommuoverle, non scriverei due o tre cartelle, senza destinatario?
Il testo di Manganelli è di poche pagine, ma ad ogni riga sulla quale ci si sofferma balza fuori un mondo; evocazioni associazioni, personali e condivise, se ne potrebbe discutere per ore e ore tante sono le suggestioni che ne esalano. Miracolo della vera grande scrittura..
Tuttavia, infine, spiace un po' che l'affabulatore Manganelli con le sue storie labirintiche, oniriche, ossessive, abbia oscurato i delicati paesaggi acquerellati di Tullio Pericoli, che bene rendono le evanescenze di una città che c'è e non c'è. Forse troppo delicate queste città, dove non si ravvisano gli echi sanguinari e barbarici che lo scrittore ha loro ascritto, forse perché recuperati in un secondo momento.

Gralli
