Eufonia o la città musicale

Un libro decisamente insolito, ne sono venuta a conoscenza durante le mie peregrinazioni nel web, attraverso cataloghi e siti di vendita, proposto da qualche algoritmica associazione.
Un piccolo Sellerio, come al solito elegante, agevole da rigirare fra le mani, dalla copertina sensualmente ruvida, di smorto colore, sulla quale occhieggia, incollata, la solita "figurina" d'arte. E poi l'autore, Hector Berlioz, più noto per altro genere di composizioni; e ancora l'argomento, una utopia musicale, ambientata in una cittadina chiamata Eufonia, nell'anno 2344.
Prima di iniziare la lettura ho tolto dallo scaffale il CD con la Sinfonia Fantastica e ho cominciato a fare i compiti, approfittando della pazienza di un amico per qualche suggerimento. Ma i rimandi all'interno della storia sono molti, penso che avrò tanti ascolti da fare.
Non riferirò nulla della trama, peraltro molto semplice, per certi versi improbabile e dal finale spiazzante.
Molte pagine sono animate da una vis polemica velenosissima ed esagerata, contro l'Italia e la musica italiana; contro certi compositori plagiatori; contro le "prime donne" capricciose, di ambo i generi; contro i direttori d'orchestra automi. Altre sono ridicolmente (per me) romantiche, o eccessivamente enfatiche.
La descrizione di Eufonia, cittadina di dodicimila anime che sorge sulle pendici dell' Hartz in Germania, è perfettamente in linea con il modello ortodosso di questo genere letterario, non escluso il capostipite di Thomas More.
Rigorosa pianificazione urbanistica e suddivisione del lavoro musicale in tutte le sue espressioni; educazione musicale, ma anche letteraria ad altissimi livelli, a cura dello Stato, rigorosamente pianificata. Eufonia altro non è che un unico grande conservatorio musicale. [...] soggetta a un regime di tipo militare e il suo governo è dispotico: di qui l'ordine perfetto che regna nell'istruzione e i mirabili risultati artistici che si ottengono. Ma anche perché è l'artista ad essere al servizio dell'arte, e non questa il pretesto per lo sfoggio dei virtuosismi di quello.
Una curiosità: la scansione delle varie attività degli abitanti è regolata dal suono di un gigantesco organo posto su una torre, che svetta al di sopra di tutti gli edifici e che funziona a vapore.
Il libro ha poche pagine, si legge in brevissimo tempo; il suo interesse sta nella singolarità, nella bizzarria, non nel valore letterario, ma soprattutto nei diversi rimandi a compositori e composizioni musicali. Quando un libro rimanda ad altro è sempre meritevole di lettura.
Tutto il racconto è surreale, esagerato, sopra le righe per usare una metafora musicale, dall'inizio alla fine. Nell'utopia musical-militare qualcuno ha visto un auspicio di totalitarismo, che ha suscitato sdegnati commenti. Stento a credere che per Berlioz Eufonia rappresentasse davvero uno stato ideale, per i cittadini e per la musica. Tutta la storia, secondo me non è altro che una grottesca, visionaria, provocazione, che va letta anche nel suo tono umoristico. Insomma è evidente che non va presa alla lettera, cosa che alcuni lettori hanno fatto.
Ma non basta, nella trama si inserisce anche la vendetta contro una donna, incostante e infedele, che lo aveva abbandonato. Per capire che la sobrietà, e la moderazione, non erano proprio il forte di Hector, leggiamo quanto riportato nell'introduzione. Berlioz era a Roma per il Prix, aveva lasciato in Francia una fidanzata, la giovane pianista Camille Moke, che voleva sposare.

Berlioz ritratto da Émile Signol nel 1832
Un amore sconvolgente, come tutto ciò che capitava a Berlioz: e in sua assenza Camille aveva deciso di sposarsi con un facoltoso fabbricante di pianoforti, Camille Pleyel. Adesso Berlioz, al culmine della disperazione, stava tornando a Parigi, con l'intenzione di uccidere l'infedele, e forse anche l' ippopotamo ossia la madre di lei, e forse anche Pleyel. Aveva rinunciato all'odiato Premio; aveva con sé le pistole, e un travestimento da cameriera - abito, cappello, velo verde -, in tasca una fiala di laudano e una di stricnina. Ma a un tratto, ormai lontano da Genova, forse capì il ridicolo della propria parte, forse il suo animo si acquietò, forse si stancò degli eccessi dei propri sentimenti, la passione parve svanire, avvertì un senso di vuoto: pensò di scrivere a Roma, la pensione non era ancora perduta…
Il delitto al quale aveva rinunciato lo porta a termine, in maniera assai più spettacolare, in questa storia.
Gralli
