Gran finale orgiastico

02.03.2026

IL RITRATTO DELL'AMANTE (8)

Giunti alla fine di questa bizzarra, inquietante, e reale vicenda, corre l'obbligo di fare alcune precisazioni. Entrambi i libri principali che abbiamo consultato - La creatura del desiderio di Andrea Camilleri e La bambolaia di Giuseppina Manin - si avvalgono, per dove è possibile, di documenti autentici, intervenendo romanzescamente per colmare i vuoti, ma nel rispetto della psicologia dei personaggi e in coerenza rispetto ai fatti, ciascun autore con la propria sensibilità. Non si tratta di volgari (nel senso di rivolti al volgo) romanzi storici che sfruttano vicende del passato a fini sensazionalistici e di cassetta.

Dell'epilogo poco si sa, l'autobiografia di Kokoschka lo liquida in poche righe

Decisi di dare una grande festa con champagne per le mie amiche e gli amici, e lì farla finita con la mia compagna immaginaria, sulla quale circolavano a Dresda tante incredibili storie. Avevo ingaggiato un'orchestra da camera dell'opera. I musicisti in abito da cerimonia, suonavano in giardino, seduti in una fontana barocca, mentre gli zampilli rinfrescavano la notte estiva. Si bevve parecchio, alla luce delle fiaccole. Una cortigiana veneziana, famosa per la sua bellezza, con un abito molto scollato insistette per vedere faccia a faccia la "donna silenziosa", supponendo in lei una rivale. Si sentiva un gatto che cerca di catturare una farfalla attraverso il vetro della finestra; non riusciva a capire. Reserl addobbò la bambola come per una sfilata di moda; la cortigiana mi domandò quanto mi era costata la bambola e se somigliava a qualcuno che avevo amato. Nella sua camera da letto, disse. c'erano arazzi con scene pastorali e una pelle di tigre era ai piedi del suo letto di trine, e che sarei stato il benvenuto, nel caso mi fossi stancato di scaldare la bambola. Durante il ricevimento la bambola perse la testa e fu spruzzata di vino rosso. Eravamo tutti ubriachi.

Incredibili storie? Ma che si aspettava? Portare in carrozza e a teatro una bambola a grandezza naturale, che tutti sapevano essere il simulacro di un'amante perduta, e molto nota per giunta, non era proprio una cosa che si poteva vedere abitualmente. Tutta la faccenda era stata un'esibizione continua, provocatoria, con l'intenzione determinata di dare scandalo: non era forse il gran selvaggio, come era stato nominato per la sua pittura? Ma un bel gioco dura poco, e quello era andato avanti anche troppo, egli stesso se ne era stancato.

Alle dicerie più malevole ha risposto con le provocazioni più impudenti, ha giocato al Pigmalione innamorato, all'Orfeo disperato, al Frankenstein pazzo. Si è divertito, si è disperato. E poi si è stufato. Come tutte le amanti venute a noia, anche quella di pezza va liquidata. (Giuseppina Manin)

Oskar Kokoschka, Il pittore e la modella. Curioso dipinto;  il pittore guarda lontano, con la modella alle spalle e l'autoritratto siglato OK sulla tela: può essere interpretato come la svolta che egli vuole dare alla sua vita, ritrovando se stesso e lasciandosi dietro un amore infelice?

Ma in che modo Il pittore intendeva farla finita con la mia compagna immaginaria?
Secondo Camilleri, nel testo citato,

All'inizio della festa Oskar è lontanissimo dall'immaginare quale ne sarà la conclusione.
Quella serata, lungamente pensata e accuratamente preparata e costituire il trionfo assoluto di Alma nella società di Dresda. Vuole che lei torni ad essere il centro propulsore della mondanità e della cultura come lo era a Vienna. Non c'è contraddizione in questo suo proposito, perché Alma Mahler non c'è più, al suo posto c'è questa Alma da lui plasmata, una creatura completamente diversa dall'altra.
Inoltre il ricevimento dovrebbe rappresentare una specie di cerimonia nuziale che consacri di fronte a tutti il suo legame con colei che ama e dalla quale non intende separarsi mai più. 

Ma perché allora quel farla finita? In effetti, quella festa, che si trasformerà in una rappresentazione dionisaca, o forse a dir meglio - orfica, stando all'identificazione di Oskar col mitico cantore - si consumerà la fine del simulacro della tanto amata Alma. Non sappiamo quale fu la fine dell'effigie in argilla della figlia del vasaio; la statua di cera di Laodamia finì tra le fiamme; crudele sorte (non dirò di più) toccò a quella marmorea del bellissimo marito di Barbara. Nei libri citati due narrazioni differenti anche se accomunate dall'identica, tragica, conclusione, inevitabile dato il carattere orgiastico assunto dalla festa.
Ne riferirò, per così dire, a scatola chiusa, sotto forma di due file che potranno essere aperti da chi vuole soddisfare subito la sua curiosità, non privando della legittima sorpresa coloro che vorranno leggere i libri. Il titolo dato ai due estratti è mio.

CONCLUSIONE

Dopo la "morte" dell' Alma di pezza, Hermine Moos scrive al dottor Pagel, un amico di Kokoschka, che l'aveva aiutata e sostenuta durante la lavorazione della bambola. Questa non è un documento autentico, è un'invenzione narrativa, Giuseppina Manin se ne serve per l'interpretazione, da un punto di vista femminile, di questa strana storia il cui protagonista non è solo il pittore, ma Hermine, la bambolaia, appunto. In rete si trovano numerosissimi resoconti della vicenda che ne sottolineano per lo più gli aspetti bizzarri e sensazionalistici, ma nessuno fa caso a  colei che è stata  incaricata di dar vita al folle sogno di Oskar Kokoscka. Pubblichiamo, commentandoli, i passi più significativi di questa lettera.

Caro dottor Pagel, carissimo Gerhard,

 [...]
Non vi ho mai ringraziato davvero per essermi stato così vicino nel periodo più difficile della mia vita. Senza di voi probabilmente non sarei mai riuscita a portare a termine l'impresa, gloriosa e fallimentare, che avete seguito passo per passo, quasi fino all'ultimo. Quel che vi manca è il capitolo finale, ignoto a tutti, ma che voi e voi solo avete il diritto di conoscere.


Come si è visto, le richieste pressanti del committente, puntualmente morbose, e imbarazzanti, la turbavano profondamente, la mettevano in uno stato d'ansia  che andava ben al di là dello scrupolo esecutivo per quanto commissionatole. Hermine aveva accettato l'incarico perché commossa dal dolore di un uomo abbandonato dalla donna perdutamente amata; era sinceramente convinta che la bambola avrebbe alleviato le sue pene, al pari di quanto raccontato  nelle storie di finzione, mitiche e letterarie, del "ritratto dell'amante". Ma ben presto si era resa conto che il suo scopo era diverso. Oskar, non potendo farlo sulla donna reale, si sarebbe vendicato sul suo simulacro.

Di certo la vostra amicizia con il signor K. vi avrà messo al corrente dell'orribile modo in cui la mia Alma ha chiuso la sua presenza terrena. Pur immaginando quanto precaria sarebbe stata la sua sorte, in costante balia di capricci e incubi del nostro committente, mai avrei immaginato per lei una simile fine.
Da parte mia ho tentato di evitargliela come potevo. [...]
 

I fatti  superano i timori di Hermine, lei aveva capito quali erano le intenzioni del signor K., aveva cercato di proteggerla, per quanto era in suo potere, ma non avrebbe immaginato per la povera bambola una fine così terribile. 

Vedete, io ad Alma mi ero affezionata oltre ogni ragionevole limite. Quando mia sorella Henny mi prendeva in giro chiamandola "la tua creatura" non era lontana dalla verità. Alma per me lo è stata e lo è davvero. Il mio rovello dunque era: come proteggere lei, che donna non era se non nelle sembianze, dal destino in cui tante donne incorrono ogni giorno? Usate, violate, abbandonate, financo uccise.

Alma per lei non è l'effigie della donna amata, è il simbolo di tutte le donne sofferenti a causa di violenze e soprusi maschili. Si dirà che questa è l'interpretazione dell'autrice del libro, ma tutto il comportamento di Kokoscka depone a favore dell'ipotesi della rivalsa feroce:  l'uomo abbandonato dapprima soffre per il pothos, il desiderio irrealizzabile, poi la sofferenza si trasforma in rabbia e questa in desiderio di vendetta. La volontà di Alma di lasciarlo ha frustrato il suo, malinteso, onore di maschio, padrone della femmina. Durante la loro relazione, infatti, Oskar era ossessivamente possessivo, geloso anche del marito defunto di Alma. Il suo aveva tutte le caratteristiche di quello che oggi viene chiamato amore tossico. L'abbandono lo rende folle.

Come sottrarre la mia Alma al possesso malato, alle ammorbanti attenzioni di chi, non sapendo confrontarsi con una donna vera, voleva rifarsi su di lei? L'insistenza del signor K. sulle sensazioni tattili, la consistenza della pelle, la sua delicatezza, il suo turgore, mi ha suggerito che, se volevo rendere l'oggetto del desiderio non desiderabile, era lì, proprio lì, che dovevo intervenire.

Rendere l'oggetto del desiderio non desiderabile, questo l'escamotage al quale Hermine pensa di affidare la salvezza dell'Alma di pezza, che ormai è per lei qualcosa di più di un inanimato manufatto.

 [...] nei magazzini del Nationaltheater, ho scoperto dentro una scatola i costumi di un vecchio "Lago dei cigni" confezionati con vere piume di quel ripugnante uccello. È stato in quell'istante che ho capito. Quelle piume viscide e un po' appassite potevano trasformarsi nello strumento del mio sortilegio, diventare la pelle tutelare della mia bambola.

Hermine si fa beffe delle meticolose istruzioni del signor K.; alla pelle di morbida stoffa, alle rotondità voluttuose ispirate allo stesso suo corpo, come egli suggerisce, la bambolaia sostituisce una copertura ignobile

[...]  pensando alla repulsione che di certo avrebbe suscitato in K. Così smanioso di toccare il "feticcio" in ogni sua parte. Immaginavo il suo stupore, il suo furore, il suo disgusto. La lettera che mi ha inviato poco dopo averla ricevuta, l'ultima del nostro carteggio, così intrisa di rabbia e di sgomento, mi aveva illusa di aver centrato il bersaglio. Forse avrebbe rinchiuso Alma in un ripostiglio, forse, questa la mia speranza, me l'avrebbe rispedita con tutta la sua indignazione.

In effetti la bambola, come si vede nella fotografia, autentica, ha un che di orribilmente inquietante. Ma...

Mi sono sbagliata anche su questo. Nonostante la turpe pelliccia, qualcosa che non mi aspettavo deve essere scattato nella sua testa. Visto che non solo la bambola se l'è tenuta, ma per circa due anni, ne ha fatto la sua compagna di vita, la sua musa.

Ha creduto di essere finalmente il padrone, coinvolgendo la bambola nei suoi giochi erotici con la cameriera, esibendola come un trofeo per la città. 

Insomma, contro ogni previsione, ogni mio tentativo di vanificarne i poteri, il "feticcio" ha funzionato. L'Alma di pezza ha preso il posto di quella vera, anzi si è rivelata anche meglio. Muta e consenziente a qualsiasi sua bizzarria, ha svolto con diligenza il suo compito di redenzione erotica, di affrancamento dalla tirannia di un fantasma d'amore, finché, come un'amante ormai scomoda, è stata ripudiata senza pietà. Ingiuriata nei modi più osceni, fatta a pezzi, scaricata nell'immondizia. Questo quanto è successo, come me l'ha riferito Reserl, la cameriera che abbiamo conosciuto a Dresda, complice e paraninfa di fantasie e misfatti del suo padrone. Che, mi riferiva nella lettera, dopo aver fatto a pezzi la bambola ha voluto chiudere definitivamente quel capitolo scabroso bruciando anche le mie lettere. Le sue invece io le ho conservate tutte.

Forse Kokoschka si è liberato della sua ossessione per Alma, è guarito da un amore folle e malato, ma non possiamo considerarlo un vincitore, la volontà di Alma è stata più forte della sua, resta comunque un uomo rifiutato, e un uomo rifiutato può diventare violento. In questo caso ne ha fatto le spese un oggetto inanimato, ma troppo spesso sono le donne vere le vittime.

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                                                                                                                      Gralli