I libri che divorarono mio padre

10.05.2026

LIBRI CHE PARLANO DI LIBRI

Urobòro Nella letteratura magica egizia di età ellenistica, animale simbolico a forma di serpente che morde o inghiotte la propria coda, realizzando la figura di un cerchio. La simbologia originaria dell'u. fu quella dell'eternità e del cosmo. (Enciclopedia Treccani)

Il Bibliobòro, analogamente, è il libro che, avvitandosi su se stesso, si autoracconta o si autocelebra. La simbologia è quella dell'eterno rinnovarsi della lettura e del lettore. Non cercate bibliobòro, me lo sono inventato.

Nei libri si raccontano molte storie, ma le più belle sono quelle che parlano di libri. Se le persone che parlano di sé (specie se lo scrivono) spesso sono noiose, un bibliobòro non lo è mai.
Un bibliobòro celebra i libri che contengono le più belle storie d'amore, le più rocambolesche avventure, le magie più potenti. Ci ricorda che i libri ci fanno volare nello spazio e nel tempo, e che sono capaci di realizzare il sogno più antico e ardito degli umani: sconfiggere la morte. 

Jonathan Wolstenholme

Scrivere la recensione di un libro che ci ha dato godimento intellettuale ed emotivo, è come ripercorrere una storia d'amore: il colpo di fulmine, la scelta (reciproca perché anche il libro sceglie noi); l'incipit con le promesse di futura felicità; l'avanzare esplorativo, cauto e con un po' di batticuore, frase dopo frase; la graduale consapevolezza di comprendere e di essere compresi; la rivelazione di un'affinità di pensiero profonda, non senza conflittualità, che è meglio. La fine del libro, tuttavia, non è dolorosa come la fine di un amore, anche se sovente ci sentiremo orfani del mondo evocato da quella storia e dei suoi personaggi. Ma, come l'amore, in qualche modo ci avrà cambiato, rivelandoci emozioni, ma anche conoscenze nuove, o gettando una diversa luce sulle pregresse. E allora ci piacerà rievocare quel legame amoroso nella memoria e sulla carta scrivendo una recensione, per raccontarlo e, come un amante non geloso, sperando che quel libro faccia innamorare altri.

Immagine trovata su vari siti priva di autore

Tutto quanto detto sopra, vale anche per questo libro, con l'aggiunta che, in questo caso, ripercorrere la storia del legame amoroso lettore/storia è piuttosto arduo a causa della complessità di questa.
Il colpo di fulmine: la passione per i libri che parlano di libri.
Le promesse dell'incipit: un uomo così appassionato di libri da finirci dentro, da scomparire all'interno di uno di essi, e scusate se è poco. Promesse di avventure mantenute: il figlio dodicenne dell'uomo inghiottito dalle pagine riceve in regalo la biblioteca del padre, posta nella soffitta della casa della n
onna, e decide di andare alla ricerca del padre scomparso intraprendendo 
un avventuroso viaggio iniziatico. Ricalcandone le orme, attraverso le pagine da lui lette, ne ascolta la voce che lo guida attraverso mondi incantati. Sarà questo viaggio negli universi paralleli della lettura a fornirgli gli strumenti per affrontare quello "vero" della quotidianità, lo stesso dal quale il padre era fuggito.
Lo strano viaggio, ha inizio leggendo l'ultimo libro letto dal padre, L'isola del dottor Moreau, nella soffitta-biblioteca. Questa è una sorta di porta che si apre su una dimensione parallela a quella ordinaria, della vita di tutti i giorni: si tratta dei luoghi dove vivono i personaggi dei romanzi. Il ragazzino si recherà a Londra per parlare con Edward Pendrick, il protagonista del libro di Wells; e con Mister Hyde in seguito; andrà in Siberia alla ricerca di Raskolnikov; sempre sulle tracce del padre che là è stato prima di lui.

Lungo la narrazione frequenti sono le citazioni di libri celebri; considerazioni, anche filosofiche, su personaggi ed eventi della letteratura. Inoltre serpeggia, articolato nei principali libri di cui il ragazzino frequenta i mondi, la discussione sul problema del male.
Tutto ciò ne fa un libro non solo per ragazzi, come viene definito. E tuttavia si presenta anche come una sorta di romanzo di formazione perché, nella dimensione della vita ordinaria, il ragazzino va a scuola, è alle prese col primo sentimento amoroso, vive un'amicizia conflittuale con un compagno di scuola, che finirà, come non dirò, ma che sarà una sorta di iniziazione allo stato adulto.
Un libro dunque a più strati, fantastico-surreale, ma realistico al tempo stesso, e filosofico.
Ma soprattutto una storia sull'amore per i libri, per le storie, che sono connaturate all'essenza umana.

Sfogliando il libro

È così che mia nonna cominciò a raccontarmi la storia di Vivaldo Bonfim, mio padre. Lavorava nella settima sezione dell'Agenzia delle entrate e si credeva in un mondo seccante, noioso, sempre uguale, monotono, pieno di carte, scartoffie e altre burocrazie che si fanno con il legno degli alberi. Era un mondo senza letteratura. Mia madre era incinta, io in quel momento fatidico navigavo nel suo utero, mi giravo e rigiravo come i panni nella lavatrice. Mio padre pensava solo ai libri (libri e ancora libri!), ma la vita non era della stessa opinione, la sua vita pensava ad altro, era distratta, e lui aveva dovuto cercare un lavoro.
La vita molte volte non tiene conto di quello che ti piace. Ciò nonostante, mio padre portava i libri (libri e ancora libri!) nel suo ufficio dell'Agenzia delle entrate e, appena poteva, leggeva di nascosto. Non è un modo di fare raccomandabile, ma era più forte di lui. Mio padre amava la letteratura al di sopra di tutto. Aveva sempre un libro sotto i moduli, i formulari di cambio d'attività e altri documenti con nomi importanti, e leggeva discretamente facendo finta di lavorare. Non era un bel modo di fare, ma a mio padre interessavano solo i libri. È questo che mia nonna mi raccontò con i suoi pensieri pieni di rughe. Non ho mai conosciuto mio padre. Quando sono nato, lui non era più di questo mondo. 

Un pomeriggio, un pomeriggio come tanti altri, mio padre stava leggendo un libro nascosto sotto un modulo dell'IRPEF per evitare che il capo si accorgesse che non stava lavorando. Quel pomeriggio era così assorto, era così concentrato sulla lettura, che entrò nel libro. Si perse nella lettura.
Quando il capoufficio arrivò alla scrivania di mio padre lui non era più li. Sul tavolo c'erano alcuni mo duli dell'IRPEF e un esemplare de L'isola del dottor Moreau aperto sulle ultime pagine. Julio (era così che si chiamava il capoufficio di mio padre) lo chiamò: Vivaldo! Vivaldo!, ma niente. Ormai era infilato nella letteratura, stava vivendo quel romanzo. 

Roland Topor

[...] questo può succedere quando ci concentriamo davvero su ciò che leggiamo. Possiamo entrare nel libro, come è successo a mio padre. È semplice come sporgersi da un balcone, ma molto meno pericoloso, anche se si tratta di una caduta di molti piani. Sì, perché la lettura delle cose può avere molti piani. Mia nonna mi ha raccontato che un certo Origene, per esempio, diceva che esiste una prima Lettura, superficiale, e altre più profonde, allegoriche. Non mi voglio dilungare su questo tema, basta sapere che un buon libro deve avere più di una pelle, deve essere un palazzo di molti piani. Il pianoterra non serve alla letteratura. Va bene come costruzione civile, è comodo per quelli a cui non piacciono le scale, è utile a quelli che non possono salire le scale, ma per la letteratura devono esserci piani impilati gli uni sugli altri. Scale e scalinate, lettere in basso, lettere in alto. 

La biblioteca municipale di Kansas City assomiglia ad uno scaffale da libreria, con 22 libri scelti a partire dai suggerimenti dei cittadini.   https://capalbiolibri.it/una-libreria-a-forma-di-libro-gigante/

Una biblioteca è un labirinto. Non è la prima volta che mi ci perdo dentro. Io e mio padre abbiamo questo in comune. Credo che fu questo che gli capitò. Si perse tra le lettere, i titoli, perso tra tutte le storie che abitavano nella sua testa. Perché siamo fatti di storie, non di di-enne-a e codici genetici, né di carne e muscoli e pelle e cervelli. Di storie. Mio padre, ne sono certo, si è perso in questo mondo e ora nessuno interrompe la sua lettura.
Anche un libro solitario è un luogo capace di farci errare, di farci perdere. Era a questo che pensavo quando mi sedevo nella soffitta tra tutti quei libri.
Lessi, in uno dei pomeriggi passati nella soffitta, un racconto di uno scrittore argentino chiamato Borges su un labirinto che è un deserto. Ci sono innumerevoli posti in cui un essere umano può perdersi ma non ce n'è nessuno complesso quanto una biblioteca.

La libreria-labirinto, Dujiangyan (Cina), che ricorda le opere di Escher
 
https://www.wired.it/lifestyle/design/2019/06/03/libreria-opera-escher/

Una settimana dopo mi ritrovai di nuovo seduto con Stevenson. Nonostante fossi in compagnia di un grande scrittore, stavamo belli larghi nella poltrona di mio padre. Bevvi un tè assieme a lui mentre lo guardavo fisso nella copertina, occhi negli occhi: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde si stagliava con lettere imponenti, di un altro secolo. Sfogliai il libro, verificai il numero di pagine, osservai il dorso e il prezzo sulla quarta di copertina, un prezzo molto antico (e che era molto magro), soffiai via un po' di polvere e cominciai a leggere [...]. Mi persi in quella storia su un uomo che, grazie a una pozione, crea un suo alter ego incapace di provare rimorso, in grado di fare del male senza perdere il sonno. Una parte di personalità totalmente priva di coscienza morale. Si chiamava Hyde, quella parte, che in inglese è omofono della parola nascosto. È la parte oscura di ognuno di noi. Tutti abbiamo un lato cattivo, anche io, che sono una persona buona, come si vedrà in seguito. Questo mio lato oscuro sarebbe poi venuto alla luce, con tutte le tenebre che lo caratterizzano. 

Gralli

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