Il cacciatore di leoni

22.09.2026

Se telefonando

Editore: Occam*, dal nome dello sfrondatore di rami inutili. 
Veste tipografica: coerentemente occamica; copertina avorio, ruvidella, nuda. Ascetica, per distinguersi da quelle che adescano i compratori dalle vetrine delle librerie, magari con la fascetta del premio vinto o del record di copie vendute.
Destinatari: tenaci potatori occamici, usano il machete per farsi strada nella giungla editoriale fertilizzata da premi letterari, critici compiacenti, classifiche di vendita.
Argomento: torrenziale, farneticante telefonata, di un sedicente cacciatore di leoni ad una donna sconosciuta. Via via millantatore, insinuante, romantico, sensuale, seduttivo, provocatorio, qua e là aggressivo e un po' volgare, vaneggiante, sconclusionato, l'uomo si rivolge a questa donna che si rifiuta di rivelargli il proprio nome; nel suo delirio inarrestabile la chiama con una quantità di nomi diversi; lei non parla, chi legge conosce i suoi radi commenti solo in via indiretta, riportati da lui.
Surreale e spietatamente umoristico all'inizio, questo monologo rotola inesorabilmente verso il tragico-patetico; una triste, e rabbiosa a tratti, lamentazione per la solitudine, la mancanza d'amore, lo squallore della città che induce a fuggire col pensiero in terre lontane. Non a caso l'epitome di tutta la narrazione è la finestra: quella della donna si affaccia su uno squallido cavedio; e l'uomo:
Vuole che le confessi una cosa? Anch'io le sto parlando da una stanza interna che dà su una specie di pozzo. Non ci sono giardini davanti alla mia finestra. Per riuscire a intravedere un pezzetto di cielo devo sporgere mezzo corpo fuori e piegarmi come un contorsionista. Ma le dirò che anche in questo sordido cortile, attraverso il quale mi arriva ogni giorno un denso odore di fritto, trovo mille strade aperte per i miei sogni. Ogni tanto sento la voce di una donna, o il pianto di un bambino, o parole sparse, ma piene di suggestioni. E io, che non conosco nemmeno i miei vicini, mi chiedo: quali tristezze si celano dietro quel motivetto cantato tra i denti? Quali allegrie e quali dolori si nascondono dietro quella tapparella che la settimana scorsa hanno ridipinto di verde? Da li in poi lascio volare l'immaginazione e i risultati sono sempre sorprendenti.
Un doveroso avvertimento; questo, come detto, è un lungo, vertiginoso, divagante monologo che trascina il lettore lasciandolo senza fiato,  non è un racconto tradizionale, non a tutti potrebbe essere gradito, non per nulla l'ho inserito nella categoria Leggiamolo strano. Eppure, un simile accidentato percorso di lettura, se affrontato senza pregiudizi, può rivelarsi una straordinaria esperienza intellettuale perché chiama il lettore a collaborare alla costruzione di questo logorroico personaggio, che si rivelerà poco alla volta in un crescendo di pathos.
Non sono necessarie mille pagine per raccontare la condizione sempiterna e universale dell'essere umano. Anche la letteratura, come la scultura è arte di togliere: dal blocco monolitico, greve, grigio, che è la realtà, al vero scrittore bastano ottanta pagine per far emergere tutta la disperata cognizione dell'essere animali umani, non più innocenti e perennemente alla ricerca di qualcuno che ci ascolti per parlargli, e perché ci parli, d'amore.

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*Guglielmo di Occam od Ockham (in latino Guillelmus de Ockham, in inglese William of Ockham; Ockham, 1288 – Monaco di Baviera, 10 aprile 1347) è stato un teologo, filosofo e francescano inglese; autore di quel principio metodologico di filosofia, conosciuto come rasoio di Occam, che prescrive di non postulare o ammettere entità non necessarie quando si cerca di spiegare un fenomeno.

Richard Lindner 1966

Gralli

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