Il cappello del prete

12.05.2026

Questo romanzo, pubblicato a puntate nel 1887 e in volume nel 1888, è considerato il primo noir italiano, una sorta di delitto e castigo partenopeo, ed è il lavoro più famoso di Emilio De Marchi.
La storia: il barone Carlo Coriolano di Santafusca, nobile sfaccendato e pieno di debiti, uccide e deruba, nella propria villa solitaria di campagna, don Cirillo, il prete usuraio al quale deve del denaro e dal quale è minacciato di scandalo. Sembra un delitto perfetto, ma la coda del diavolo prende le sembianze di un cappello, il cappello del prete, appunto, oggetto apparentemente trascurabile, e trascurato dall'assassino, che diventerà nell'ingranaggio narrativo, perfettamente congegnato e ricco di colpi di scena, lo strumento del suo castigo.
Romanzo, originale per l'epoca, dallo stile agile e moderno, può essere definito un giallo psicologico, notevole la descrizione delle ossessioni e delle angosce del barone, attanagliato dal terrore di essere scoperto, e dall'ansia di recuperare quel cappello, testimone muto, ma eloquente del suo misfatto. Siamo di fronte ad un prodotto di intrattenimento, di alto livello però, di un romanzo che si inserisce meritatamente nella tradizione della grande narrativa europea, conservando tuttavia l'accattivante stile del romanzo d'appendice, capace di tenere il lettore "incollato alle pagine", come dicono i bravi recensori. 
Nel 1970 la RAI realizzò uno sceneggiato per la regia di Sandro Bolchi con Luigi Vannucchi nella parte di "u barone".

Sfogliando il libro

 Oggi l'uomo aveva quarantacinque anni, una gran barba nera, un volto abbruciato dal sole e dai liquori, una gran voglia di godere la vita e una miseria profonda.
Non godeva più credito né presso gli amici, né presso i parenti, ch'egli aveva disgustati colla sua vita dissipata e colla sua bestiale empietà.
]...] un pitocco disperato, costretto a quarantacinque anni a mendicare dieci lire alla sua guardarobiera, se voleva pranzare e bere un cognac.
Al club avevano pubblicato il suo nome nell'albo degli insolvibili, e poiché non pagava più i debiti del giuoco, tutti lo fuggivano ora come la lebbra.
Sì, il barone Carlo Coriolano di Santafusca si sentì veramente la lebbra addosso quel dì che il canonico amministratore del Sacro Monte delle Orfanelle gli mandò a dire per l'ultima volta che, se entro la settimana non restituiva una cartella di quindicimila lire, il Consiglio d'Amministrazione avrebbe denunciata la cosa al Procuratore del Re.
I Santafusca per antico diritto avevano parte nell'Amministrazione del Sacro Monte, e nella sua qualità di patrono e di consigliere "u barone" aveva più volte pescato nelle strette del bisogno in fondo alla cassa dell'istituto, dando false o poco solide garanzie. Ora i gruppi erano venuti al pettine.
Il canonico diceva chiaro:
«Se vostra eccellenza non rende a questa pia Casa la cartella di lire quindicimila, il Consiglio sarà nella dolorosa necessità di portare il fatto davanti ai Tribunali.»
Davanti ai Tribunali "u barone" non sarebbe mai andato, questo era certo. Eravamo al lunedì santo e c'eran davanti quasi quindici giorni alla fatale scadenza. In quindici giorni un uomo d'ingegno, che non ha voglia ancora di farsi saltare le cervella, deve trovare la maniera di non andare in prigione.
 [...] Bisognava adunque trovare qualche altro espediente più spiccio e meno melodrammatico. Fuggire? Non era il caso di pensarci, perché quando si è poveri si viaggia male. Chiedere un prestito? A chi, se non c'era più un cane che gli volesse dare un quattrino? Giocare, tentar la sorte? Nessuno voleva mescolare con lui un mazzo di carte, e poi, non sempre chi giuoca vince.
[...] Bisognava trovare le quindicimila lire e già eravamo giunti al giovedì santo senza alcun risultato.
Finalmente gli venne in mente prete Cirillo. 

Luigi Vannucchi nei panni di Carlo Coriolano di Santafusca

Chi era prete Cirillo? Non v'era donnicciuola o pescivendola o camorrista delle Sezioni di Pendino e di Mercato che non conoscesse "u prevete", che abitava nei quartieri più poveri, in una soffitta chiusa in mezzo ai comignoli delle case, ove non mai scende l'occhio benedetto del sole, e non regna sovrano che il vizio ed il puzzo del pesce, che il popolino frigge sugli usci e nella via. A vederlo camminare per le strade, non si sarebbe data una buccia di arancia per quel pretuzzo tutto cappello, vestito di un abito polveroso, sotto un mantello verdognolo e ragnoso che faceva da staccio al vento, con un viso tinto proprio come il pesce fritto. Le mani erano lunghe, magre, lucide, come i fusi d'ulivo, con unghie più forti degli uncini che tirano nel porto i barili e i sacchi del merluzzo. Le gambette, asciutte come gli stinchi dei santi, andavano a finire in due scarpe sconquassate, grandi come i burchielli che fanno il servizio di cabotaggio tra Napoli e Messina. Prete Cirillo era un uomo pieno di denari, che egli aveva radunati un poco coll'usura prestando ai pizzicagnoli, ai pescivendoli, ai galantini della Sezione, e molto colle vincite al lotto. Si diceva che "u prevete" avesse i numeri e, coll'aiuto di certi calcoli cabalistici trovati da lui su un libro vecchio, vincesse al lotto ogni volta che gli piacesse di vincere. A qualcuno aveva anche regalati dei numeri buoni, ma il negromante era geloso e non si lasciava pigliare da tutti.

Franco Sportelli nei panni di don Cirillo

Lo sceneggiato TV in versione integrale

Gralli

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