Il libro nero dei Puffi 2

29.06.2026

Proseguiamo nella dotta analisi della società puffesca fornendo ampie citazioni dal testo

Una società dell'armonia

In genere, gli utopisti hanno una forte passione per l'ordine e l'armonia. Le loro costruzioni e le loro istituzioni sono tracciate con il righello, geometriche e simmetriche. Peyo non fa eccezione. Anzi, porta la regola alle sue più estreme conseguenze. Non si ferma alle abitazioni, ma spinge ancora più lontano la logica geometrica poiché, nella sua utopia, le case sono sì diverse fra loro, ma gli abitanti sono tutti uguali! Fisicamente, i puffi non possono essere distinti uno dall'altro. Sono tutti identici, come i gemelli Bokanovsky de Il Mondo Nuovo. Il villaggio dei puffi è popolato da cloni!
E, come spesso accade con le utopie, l'amore per l'uniformità va a braccetto con l'uniforme. Non contenti di essere così simili fra loro, i puffi si vestono tutti allo stesso modo. La loro uniforme è composta da cappello e calzamaglia bianchi.

Una società collettivista

Le società utopiche collettivizzano tutta o una parte della produzione e dei beni. Così facendo, restringono di un certo numero di gradi il campo della proprietà privata. E al villaggio dei Puffi? Se è fuori dubbio che vivono in collettività, la questione di sapere se al villaggio esista o meno la proprietà privata è molto più problematica. I puffi mangiano insieme in refettori comuni. Quando si organizza una festa, tutti vi   partecipano. Quando va in scena uno spettacolo, in platea non manca nessuno .
Eppure, la collettivizzazione del quotidiano è più evidente nel lavoro. Paradossalmente, quasi nessuna utopia libera l'uomo dal lavoro.  [...] "Tutti i puffi sono fatti per lavorare!" grida Grande Puffo in
Storie di puffi. I puffi sgobbano come forzati, senza accorgersene: costruiscono e riparano la diga o il ponte; fanno provviste per l'inverno; ricostruiscono il villaggio dopo una catastrofe; pitturano; organizzano feste: paiono instancabili. Tutte le loro mansioni sono strettamente collettive.

La questione della proprietà privata è più delicata. In effetti, non abbiamo indizi che permettano di sapere se ogni puffo sia il proprietario della casa in cui abita, se il puffo inventore sia il possessore degli utensili o se il puffo forzuto possa disporre come gli pare e piace degli attrezzi ginnici. In realtà, la questione è irrilevante perché, proprietari o no, i puffi non sembrano avere alcun senso della proprietà. Infatti, tutti accettano di cambiare casa quando Puffetta arriva al villaggio e bisogna trovarle un alloggio. Grande Puffo sembra avere il beneficio di ridistribuire i beni a suo piacimento, senza che nessuno rivendichi un qualsivoglia diritto sulle cose in questione. I puffi prestano volentieri gli oggetti. Normalmente, non sono legati ai beni materiali. Al contrario, l'emergere di un senso della proprietà nei Puffi è la spia di un'anomalia nel funzionamento sociale.

Una società dirigista

Il dirigismo è un'altra caratteristica comune delle utopie. Le società utopiche sono società controllate. Come nel caso dei Puffi.
Grande Puffo è onnipotente e onniscente. Tiene le redini della comunità, determina l'alternanza di lavoro e riposo e prende le decisioni principali. Senza Grande Puffo, i suoi piccoli puffi sono incapaci di gestirsi e commettono parecchie stupidaggini.  [...] Quando Grande Puffo non c'è, i Puffi ballano. Una massima che gli autori della serie sfruttano fin troppo spesso.  [...]
Peyo ha fatto dei suoi omini blu dei bambini irresponsabili. Spesso, le utopie diffidano degli uomini che hanno raggiunto la maturità. Si capisce: la vita di un popolo di individui minori e plasmabili è di certo più semplice da organizzare, che non quella di adulti agguerriti. Quindi, come ripete di continuo Quattrocchi, bisogna sempre fare quel che dice Grande Puffo.  [...] Morale: disobbedire agli ordini di Grande Puffo è molto pericoloso.
 Inutile cercare di soppiantarlo. [...] Grande Puffo è molto semplicemente... insostituibile.

 Una società stabile

L'ultima caratteristica comune alle utopie sta nel descrivere società fisse, irrigidite in uno status quo che i loro creatori sperano essere definitivo. Perché dovrebbero evolvere, se sono perfette?  [...] Oltre a essere "utopiche", le città ideali sono anche "ucroniche". È il caso del villaggio dei Puffi, dove niente cambia mai. Abbiamo visto che le loro avventure sono quelle di un eterno ritorno allo status quo iniziale, dopo uno sconvolgimento indesiderato e ricorrente. Nessuno di questi stravolgimenti lascia tracce sull'architettura sociale.
La fissità del mondo di Peyo è spinta all'assurdo: infatti, per un meccanismo del tutto misterioso, nonostante l'arrivo di nuovi personaggi (il Puffo Bambino, Bontina) e senza che nessuno abbandoni mai il villaggio, i puffi sono sempre in cento. Cento: una cifra tonda, simmetrica, geometrica, cifra aurea di Vitruvio, inalterabile.

Al villaggio nessuna innovazione tecnologica è per sempre. 

Innovazioni tecnololgiche, quali l'aereo, l'elicottero, il tosaerba, le auto e i robot fanno solo brevi comparse in qualche episodio; vengono rapidamente accantonati perché pericolosi. L'autore mostra come la società dei Puffi sia totalmente incapace di accettare  mutamenti o progressi di tipo tecnico o sociale, perpetuando se stessa in forme sempre identiche, e lo fa richiamandosi ad illustri teorici, (che vi risparmio) quali Saint Simon, Prudhon, Fourier, Owen e, naturalmente Marx.
Per ovvie ragioni qui si è può dar conto molto sommariamente degli temi trattati quali: 

il razzismo e l'autarchia della comunità puffesca che respinge il diverso ed è perfettamente autosufficiente, priva  com'è di contatti e scambi con altre "civiltà"; 

l'antisemitismo rappresentato, secondo collaudati stereotipi, dall'avido Gargamella, alla ricerca costante e ossessiva dell'oro e minaccia incombente sulla serena società degli gnomi blu;

la misoginia, nella rappresentazione della fatua puffetta, nella quale convergono tutti i pregiudizi caratterizzanti l'inferiorità femminile.  


 Questa fenomenologia dei Puffi, articolata e puntuale, oscillante fra ironia e riferimenti colti, può essere dunque letta in vari modi. 
Come l'arguto divertissement di uno studioso che evoca i fumetti della sua infanzia (i riferimenti sono sempre alle storie su carta) in maniera colta, originale, irriverente e, se vogliamo, un po' snobistica.
Come un pretesto per affrontare argomenti sociologici di fondamentale importanza servendosi di esempi solo apparentemente frivoli.
Come la provocatoria analisi di libri per l'infanzia che, subdolamente attraverso storie solo apparentemente tenere, vuole inoculare i principi del più retrivo e bieco totalitarismo.
Il libro, come si può immaginare ha scatenato accese reazioni, soprattutto fra gli eredi dell'autore che hanno respinto ogni accusa in questo senso. Al lettore il giudizio, ma un dubbio resta: non è che pure inconsapevolmente, gli scrittori si lasciano sfuggire, idee e visioni del mondo che, come un fiume carsico, scorrono dentro di loro senza avere il coraggio di emergere?

Gralli

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