Il male nero

Ciò che affascina e colpisce della Berberova, è il contrasto fra l'economia dei mezzi narrativi e la quantità delle situazioni rappresentate, la sua capacità evocativa, o per meglio dire, allusiva. In questo racconto non ci sono eventi di rilievo, tali da catturare il lettore fin dalle prime righe. Né si tratta di uno di quei piccoli congegni ad orologeria che, da un fatto banale, in un crescendo ansimante, esplodono in un epilogo inatteso. Niente di tutto questo, ma una narrazione piatta, priva di pathos, oggettivamente descrittiva; la carrellata di una cinepresa che riprende quel che vede, senza artifici di regia. In apparenza, perché in realtà stimola il lettore a collaborare alla storia, a mettere insieme pezzi sparsi disseminati qua e là, dissimulati nella banalità del racconto, un po' come si fa in certi giochi, in cui si devono cercare oggetti nascosti in un'immagine.

Il personaggio principale è un esule russo, a Parigi, povero, come in altri racconti. Ci viene detto che gli è morta la moglie da dieci anni, e che sta raccattando il denaro per partire, per andare in America. Fa affidamento sulla vendita di un paio di preziosi orecchini di diamanti, riscattandoli dal banco dei pegni. Racimola anche un po' di denaro subaffittando la sua camera ad una danzatrice. Ma una delle pietre degli orecchini è difettosa, affetta dal cosiddetto male nero, una macchia che si è formata nella lontana era geologica in cui la pietra ha avuto origine. Pur con grande fatica l'uomo riesce ad acquistare il biglietto della nave e a partire. A New York, lavora come segretario per un ricco signore la cui figlia è attratta da lui, come già a Parigi la sua coinquilina; ma lui guarda queste giovani donne con malinconico distacco, con mesta indifferenza. Pensa ad una nuova meta, quella originaria, Boston, dove lo attenderebbe un fantomatico amico: condizionale e aggettivo, non sono casuali, come si saprà alla fine; forse l'unico elemento "sensazionale" della vicenda.

Ogni tema della narrazione, pur nella sua apparente banalità, ha una valenza fortemente simbolica. La macchia nera del diamante corrisponde al lutto incancellabile del protagonista, alla sua incapacità di tornare a vivere e ad amare, è una sorta di tara ereditaria, un peccato originale senza possibilità di riscatto. Con amara analogia, richiama quella bianca nell'occhio del meschino e ottuso impiegato del banco dei pegni. La pietra fallata e l'occhio offeso non valgono nulla, come il protagonista.
Un altro elemento fortemente metaforico è la successiva meta che l'uomo si prefigge, Boston. La descrizione della città, che ne fa alla figlia del suo datore di lavoro è, al tempo stesso, realistica e trasognata, fiabesca quasi; è una città che egli non ha mai visto, ma la dipinge meticolosamente davanti agli occhi della ragazza. Lei, reduce da un divorzio, alimenta una speranza di rinascita di sé, si sente rifiorire, spera di essere condotta con lui in quella sorta di terra promessa. Inutilmente.
L'unico momento di pathos è un rapido flashback dal quale veniamo a conoscenza della causa di morte della moglie. Un racconto secco e doloroso, pudico, quasi; senza sbavature melodrammatiche.
Non concede nulla alla commozione del lettore, e forse per questo risulta così penetrante, realistico, non letterario, ma paradossalmente si manifesta come epitome universale del distacco per causa di morte, alta letteratura dunque.

Edvard Munch
Lo straniamento emotivo del protagonista, nei confronti della vita quotidiana e delle persone con cui viene in contatto, viene rappresentato da una sorta di predestinazione decisa in tempi geologici, come quella impressa nella pietra, in un tempo nel quale gli uomini non c'erano ancora. A questa lontananza temporale, ne corrisponde una spaziale, cosmica. I luoghi attraverso i quali va errando, senza meta, gli sono estranei: solo lei era in grado di dare un senso a tutto quanto [gli] era caro nel sistema solare, e il resto non era altro che Urano e Nettuno.
Gralli
