Il Minotauro

01.11.2026

Una rivisitazione del mito

Il Minotauro è ciò che, con superficialità e noncuranza, si definisce un mostro. Nato dal sacrilego amplesso fra una donna e un toro, partecipa delle due nature, quella umana e quella bestiale, ma quest'ultima prevale perché tale è la sua testa. Il seguito del mito è noto: il Minotauro, imprigionato nel labirinto costruito da Dedalo, ogni anno, orrendamente, divora sette fanciulli e sette fanciulle che Atene è costretta a fornirgli. Il mito naturalmente è molto più complesso e articolato; ai fini della recensione, tuttavia, quel che si è detto è sufficiente per addentrarsi nell'analisi del lavoro di Dürrenmatt. Si tratta di un racconto che rovescia completamente la prospettiva della narrazione mitica, quella che si pone, ovviamente, dalla parte civile e razionale, fino all'uccisione della bestia per mano dell'eroe Teseo, liberatore della sua città dall'obbligo dell'atroce tributo.
Dürrenmatt entra nel labirinto e pone il lettore di fronte al Minotauro, anzi ai Minotauri perché la vertiginosa struttura della prigione che gli impedisce di uscirne, non è dovuta tanto all'intrico dei corridoi, quanto alla presenza di innumerevoli specchi che rimandano all'infelice, all'infinito, la sua immagine. Qualunque mossa compia, qualunque espressione assuma, quella moltitudine di creature riflesse, le replica senza sosta. Ma egli non li riconosce come immagini di sé, li crede altri, se ne reputa il re perché quelle altre creature danzano con lui, egli non è più solo. All'arrivo della fanciulla danza con lei e con le sue immagini, ma nel possederla la uccide, innocentemente perché non sa di farlo. Teseo ingannevole, camuffato con una testa di toro, pugnala l'innocente Bestia che vuol danzare con lui, in amicizia, perché lo crede un suo simile, e non si sente più solo. Questo racconto di pochissime pagine arricchisce il mito originario di una ulteriore, prismatica, simbologia, (sta al lettore indagarla) un raggio della quale può essere quello della coscienza di sé, ciò che ci fa umani, e del desiderio di rispecchiarsi non in una gelida lastra riflettente, ma in un nostro simile. 
Il racconto è in forma di ballata con illustrazioni in bianco e nero dell'autore.

Kylix (coppa da vino), ca. 515 a.C., Museo archeologico nazionale di Spagna 

Sfogliando il libro

L'essere che Pasifae, la figlia del dio del sole,
aveva partorito dopo che, rinchiusa per suo
desiderio in una finta vacca, fu ingravidata
da un toro bianco sacro a Poseidone,
trascorse lunghi anni addormentato in una stalla
fra le vacche, e quando si svegliò da quel sonno confuso
si ritrovò al centro del labirinto, trascinato lì
dai servi di Minosse, legati l'un l'altro in lunghe file
per non perdersi dentro all'impianto che Dedalo
aveva costruito con l'intento di proteggere
l'essere mostruoso dagli uomini e gli uomini
dall'essere, un labirinto dal quale nessuno,
una volta entrato, avrebbe mai più trovato
la via d'uscita, fatto di mille e poi mille
pareti di specchi rispecchiati in altri specchi,
così che l'essere stava accovacciato non solo
di fronte alla sua immagine, ma anche
alle immagini dell'immagine sua: vedeva
davanti a sé un'infinità di esseri identici
a lui stesso, e quando si girò per non vederli
gli apparve un'altra infinità di esseri uguali a lui.
Si ritrovò in un mondo di esseri accovacciati
senza accorgersi che quell'essere era lui.
Rimase come paralizzato. Non sapeva dov'era,
non sapeva che cosa volessero da lui quegli esseri,
forse era soltanto un sogno, anche se non sapeva
cosa fosse sogno e cosa realtà. D'istinto
fece un balzo per scacciare gli esseri accovacciati,
e nello stesso istante fecero un balzo
tutte le sue immagini riflesse negli specchi.
Si chinò, e si chinarono con lui anche le immagini.
Non c'era modo di scacciarle. Fissò l'immagine
che gli sembrava più vicina, poi lentamente
si ritrasse, e anche l'immagine si ritrasse da lui,
urtò col piede destro una parete, di scatto si girò,
si trovò a faccia a faccia con l'immagine, arretrò
con cautela, anche la sua immagine arretrò. Si toccò
la testa e appena la toccò anche le immagini
si toccarono la testa. Si drizzò e con lui si drizzarono
tutte le immagini. Si guardò il corpo,
lo confrontò con il corpo delle immagini,
le immagini si guardarono il corpo, lo
confrontarono con il suo, e guardando
se stesso e le sue immagini si accorse
d'essere fatto come quelle: credette allora
di stare fra molti esseri uguali e uguali
a lui. Assunse un'espressione meno astiosa
e meno astiose apparvero le immagini.
[...] 
Prese ardire, spiccò balzi, fece capriole, come lui
spiccò balzi e fece capriole un'infinità di immagini.
Le corse, i salti, le capriole, il camminare sulle
mani e tutte quelle immagini che si muovevano
esattamente come lui lo resero così baldanzoso
che gli parve di essere un capo, anzi di più, si sentì
il loro dio, se mai gli fosse chiaro cos'è
un dio, e la sua gioia infantile a poco a poco
si trasformò in una ritmica danza dell'essere
con le sue immagini riflesse negli specchi,
in parte all'inverso, in parte come immagini
di immagini identiche all'essere, poi ancora
quali immagini di immagini di immagini
riflesse all'inverso, fino a perdersi all'infinito.
L'essere danzò attraverso il labirinto,
attraverso il mondo delle sue immagini,
danzò come un bambino mostruoso, danzò
come un mostruoso padre di se stesso, danzò
come un dio mostruoso nell'universo delle
sue immagini. Ma d'improvviso interruppe
la danza, rimase immobile, si accovacciò,
guardò con occhi attenti e insieme a lui
si accovacciarono e guardarono attente
anche le immagini: danzando aveva scorto,
fra le immagini danzanti, esseri che non
danzavano e non erano immagini pronte
a ubbidirgli. La ragazza, riflessa negli specchi
come l'essere accovacciato, stava immobile, nuda,
sciolti i lunghi capelli neri, fra gli esseri
accovacciati ovunque, davanti a lei,
accanto a lei, dietro di lei, come anche lei
era ovunque, davanti a lui, accanto a lui,
dietro di lui. La ragazza non osava muoversi,
e fissava con sguardo impaurito l'essere
più vicino davanti a lei. Sapeva che c'era
un unico essere accovacciato, mentre
gli altri erano sue immagini, ma
non sapeva quale fosse l'essere e non invece
la sua immagine. Forse quello accovacciato
davanti a lei era l'essere, forse la sua
immagine, o forse un'immagine dell'immagine
sua, la ragazza non lo sapeva. Sapeva
soltanto che la sua fuga da lui l'aveva
condotta da lui, e accanto all'essere
accovacciato vedeva se stessa rispecchiata,
e guardando più avanti scorgeva se stessa
di spalle, e accanto a sé un essere accovacciato
voltato di spalle, e così via attraverso
interminati spazi. Le braccia incrociate sul seno,
guardava come ammaliata quell'essere che
stava ancora accovacciato davanti a lei.
Credeva di poterlo toccare, credeva
di sentire il suo fiato. Credeva di udirlo ansimare.

La testa possente, ricoperta da uno scialbo pelame
marrone chiaro, era quella di un uro, alta
la fronte, larga e invasa da un'ispida lanugine,
corte le corna e così ritorte che le punte
toccavano quasi le radici, e gli occhi rossastri
sembravano piccoli in confronto alla testa,
infossati in orbite sporgenti che li rendevano
imperscrutabili. Sotto il dorso massiccio del naso
leggermente arcuato si aprivano due froge sghimbesce,
dalla bocca pendeva una lunga lingua
violacea e sotto il mento una barba stopposa
impiastricciata di bava. E tutto questo sarebbe
ancora sopportabile, ma l'insopportabile era
il passaggio dal toro all'uomo. Oltre il capo dell'uro
s'inarcava una grande massa di vello arruffato
e sfilacciato, dalle cui ciocche e dai ciuffi
irsuti sbucavano due braccia d'uomo che
si appoggiavano sul pavimento a specchio.

Era come se la testa mostruosa e la gobba che la
sormontava emergessero dal corpo di un uomo
chinato davanti alla ragazza, ma anche accanto
e dietro di lei, pronto a balzare. Il minotauro
si rizzò. Era enorme. Di colpo capì
che esisteva qualcos'altro oltre ai minotauri.
Il suo mondo si era raddoppiato. Vide riflessi
ovunque gli occhi, la bocca, i lunghi capelli
neri che scendevano sulle spalle, vide la pelle
bianca, il collo, i seni, il ventre, il pube,
le cosce e vide come tutto si componeva,
come ogni parte confluiva nell'insieme.
Avanzò verso di lei. Lei si allontanò
da lui, mentre rispecchiata altrove sembrava
che gli venisse incontro. Lui la inseguì
attraverso il labirinto, lei fuggiva.
Era come se un vento di tempesta facesse
turbinare in un vortice minotauri e ragazze,
a tal punto mulinavano l'uno verso l'altra, l'uno
lontano dall'altra, confusi l'uno nell'altra,
e quando la ragazza gli corse fra le braccia,
quando lui d'improvviso sentì il suo corpo, la carne
calda e madida di sudore, e non lo specchio
duro che sinora aveva toccato, capì
– se di capire si possa parlare nel caso
del minotauro – che fino a quel momento
era vissuto in un mondo in cui c'erano
soltanto minotauri, ciascuno rinchiuso in una
prigione di vetro, ma ora sentiva un altro
corpo, ora sentiva un'altra carne.
La ragazza si sciolse dalla stretta, lui
la lasciò fare. Lei indietreggiò, i grandi occhi
fissi su di lui, e quando il minotauro cominciò
a danzare la ragazza cominciò a danzare,
e le immagini d'entrambi danzarono con loro.
Lui danzò la sua mostruosità, lei danzò
la sua bellezza, lui danzò la sua gioia
di averla trovata, lei danzò la sua paura
d'essere stata trovata, lui danzò la sua redenzione,
lei danzò il suo destino, lui danzò
la sua cupidità, lei danzò la sua curiosità,
lui danzò la sua attrazione, lei danzò
la sua repulsione, lui danzò il suo penetrare,
lei danzò il suo abbrancare. Danzarono,
e danzarono le loro immagini, e lui non
seppe di prendere la ragazza, e nemmeno
poteva capire che l'uccideva, perché
non sapeva che cosa è vita e cosa
è morte. Non c'era nient'altro in lui se non
felicità dirompente, mista a dirompente
piacere. Proruppe in un alto muggito quando
prese la ragazza, e negli specchi minotauri
presero ragazze, e il muggito era un mostruoso
grido, un irreale grido cosmico, come
null'altro esistesse se non quel grido
che si fuse con il grido della ragazza, poi lui
giacque a terra, negli specchi giacquero
terra minotauri, e il bianco corpo nudo
della ragazza dai grandi occhi neri
giacque a terra, si riflesse negli specchi.
Lui sollevò il braccio sinistro della
ragazza e quello ricadde, poi il destro
e ricadde, ovunque ricadevano braccia.
Si mise a leccarla con la gigantesca lingua
violacea, il viso, i seni, la ragazza rimase
immobile, tutte le ragazze rimasero immobili.
La rivoltò con le corna, la ragazza
non si mosse, nessuna ragazza si mosse.
Si drizzò guardandosi attorno, ovunque minotauri
ritti si guardavano attorno, e ovunque giacevano
ai loro piedi corpi bianchi di ragazze.
Si chinò, sollevò la ragazza, muggì, gemette,
innalzò la ragazza verso il cielo buio,
e ovunque minotauri si chinarono e sollevarono
ragazze, muggirono, gemettero e innalzarono
ragazze verso il cielo buio, poi lui depose
la ragazza fra le pareti di vetro, si distese
accanto a lei e si addormentò, e tutti i minotauri
si addormentarono sul pavimento ricoperto
di bianchi corpi nudi di ragazze.

Gralli

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