Il naso

Non mi dilungo sulla trama, per altro esile. Un tronfio e supponente funzionario un mattino si ritrova vittima di un'orrenda quanto singolare mutilazione: il suo naso è scomparso lasciandogli un vuoto incolmabile sul viso. Scoprirà che il malandrino scorrazza per la città e i salotti ottenendo molto successo. Questa esilarante bizzarria darà la stura ad una serie di caustiche descrizioni della società e della burocrazia russe, come accaduto in altre opere dell'autore.
Si sa, il surreale o piace e fa impazzire di godimento intellettuale, o lo si detesta, tertium non datur.
Personalmente credo che il surreale sia una chiave importante per aprire la porta segreta della realtà, perché la scardina, ne fa saltare gli ingranaggi; straniandola ne mostra il funzionamento - nel bene e nel male - i lati ridicoli, assurdi, perversi. In presenza del surreale il mio cervello si accende come un flipper: luci, suoni, una pallina che impazza in tortuosi sentieri di associazioni, similitudini, contrasti, reminiscenze, rivelazioni, un'autentica orgia per i neuroni; un'apertura delle porte della percezione, che nessuna sostanza psicotropa può dare; è legale, costa poco e per di più è priva di effetti collaterali.
Coloro che sono in grado di apprezzare al massimo grado il surreale sono i bambini: scevri da pregiudizi e rigidità, nel loro processo ancora fluido di costruzione delle leggi del mondo e della logica, sono aperti a tutte le sperimentazioni. Sanno bene che certe cose sono impossibili, e nel momento in cui se ne rendono conto cominciano a capire il possibile e il reale. Ben lo sapeva Gianni Rodari che, con la formula cosa-succederebbe-se, elaborò una delle tante regole della Grammatica della fantasia.
E non è casuale che egli riscrivesse il racconto di Gogol col titolo Il naso che scappa ambientandolo sul Lago Maggiore. Camilleri ne fece una bellissima riduzione che è stata lo spasso dei miei nipoti con i quali lo leggevo prima di dormire.
Ho avuto la grande fortuna di lavorare con i bambini: mi hanno impedito di invecchiare mettendo sempre in dubbio i miei pregiudizi, la mia supponenza di adulta. Quanto ci siamo divertiti a leggere e a creare racconti surreali, quanto abbiamo imparato, soprattutto io!
110 e lode a Gogol, e bacio accademico, con la seguente motivazione: Un racconto immortale perché gli esseri umani sono sempre gli stessi, sempre suscettibili di essere sbeffeggiati per gli stessi vizi.

N. Gogol di F. Moller 1840
Sfogliando il libro
[...] il barbiere Ivan Jakovlevic si svegliò abbastanza per tempo e sentì un odore di pane caldo. Sollevatosi un poco sul letto, vide che la consorte, dama assai rispettabile e amante del caffè, tirava fuori del forno dei pani appena cotti.
«Oggi, Praskovja Osipovna, non voglio il caffè,» disse Ivan Jakovlevic «mangerò invece un pane caldo con cipolline.» (Ossia Ivan Jakovlevic avrebbe voluto e l'una cosa e l'altra, ma sapeva che era del tutto impossibile chiedere due cose insieme, giacché a Praskovja Osipovna non piacevano affatto simili capricci). "Mangi pure il pane, lo sciocco: per me è tanto di guadagnato", pensò fra sé la consorte: "mi rimarrà una porzione in più di caffè", e buttò un pane sulla tavola.
Ivan Jakovlevic per decenza infilò il frac sulla camicia e, sedutosi a tavola, si versò del sale, mondò due teste di cipolla, diede di piglio al coltello, e, facendo un viso compreso, cominciò a tagliare il pane. Divisolo in due parti, vi guardò dentro e, con sua meraviglia, vide qualcosa di biancheggiante. Toccò col coltello cautamente l'oggetto, lo palpò col dito: "È consistente!", disse fra sé: "Che sarà mai?".
Introdusse le dita e tirò fuori… un naso!… Ivan Jakovlevic restò di princisbecco; si fregava gli occhi e di nuovo palpava l'oggetto: un naso, un autentico naso! E per soprammercato si sarebbe detto un naso familiare. Il terrore si dipinse sul volto di Ivan Jakovlevic. Ma questo terrore era un nulla appetto al malumore che invase la consorte:
«Dove diamine sei andato a staccare un naso, animale?» gridò essa con ira. «Radica di furfante! Ubriacone! Io stessa voglio denunziarti alla polizia! Guardate un po' che razza di masnadiero! Già io avevo sentito da tre persone che quando fai la barba strapazzi tanto i nasi della gente che a mala pena si reggono.»
Ma Ivan Jakovlevic era più morto che vivo: aveva riconosciuto come quel naso d'altri non fosse che dell'assessore di collegio Kovalev, al quale faceva la barba ogni mercoledì e domenica.
«Un momento, Praskovja Osipovna! L'avvoltolerò in un cencio e lo metterò in un angolo; lasciamolo lì un pochettino; e poi lo porterò via.»
«Neanche parlarne! Io permettere a un naso tagliato di restare nella mia camera!… Vecchia brenna arrembata! Non sa far altro che strofinare il rasoio sul corame, e presto non gli riuscirà più di fare il dover suo, il cialtrone, il mascalzone! Io rispondere per te alla polizia… Ah, tu, porcaccione, stupido come un ciocco! Fuori di qua, il naso, fuori! Pòrtatelo dove ti pare! Che non ne senta neanche il puzzo!»

L'assessore di collegio Kovalev si svegliò abbastanza per tempo e fece colle labbra brr…! , il che faceva sempre al suo risveglio, sebbene egli stesso non avrebbe saputo spiegare perché. Si stiracchiò, chiese un piccolo specchio che era sulla tavola. Voleva dare un'occhiata a un foruncolo che gli era spuntato sul naso la sera innanzi; ma con sua somma meraviglia vide che, invece del naso, ci aveva una superficie perfettamente liscia! Spaventato, Kovalev chiese dell'acqua e si strofinò gli occhi con un asciugamano bagnato: non c'era che dire, di naso neppur l'ombra! Si palpò ben bene per esser sicuro di non dormire, non dormiva, no! L'assessore di collegio Kovalev saltò dal letto, si riscosse, e sempre niente naso!…
[...] Epperò il lettore può giudicare da sé quale fosse lo stato d'animo di questo maggiore allorquando allorquando si scoprì, in luogo d'un naso, abbastanza piacevole e ammodo, uno stupido, piatto e liscio spazio.

A un tratto restò come inchiodato davanti alla porta d'una casa; sotto i suoi occhi avveniva un fatto incomprensibile; presso l'ingresso s'era fermata una vettura; lo sportello s'aprì; ne saltò giù, piegandosi, un signore in uniforme che corse per la scala. Ora, quale non fu il terrore e insieme la meraviglia di Kovalev quando riconobbe in colui… il suo proprio naso! A tale inaudita vista gli parve che tutto prendesse a girare ai suoi occhi; sentiva che a malapena poteva reggersi in piedi; ma decise d'attendere a qualunque costo il ritorno del tipo alla vettura, tremando tutto come per febbre. In capo a due minuti infatti il naso risortì. Era in uniforme trapunta d'oro, col grande collo ritto; portava pantaloni di camoscio, e al fianco la spada. Dal cappello piumato si poteva concludere che apparteneva al rango dei consiglieri di Stato. 3 Da tutto il suo contegno appariva che era in giro di visite. Esso guardò a dritta e a manca, gridò al cocchiere: «Avanti!» sedette e partì.
Il povero Kovalev era sul punto di perder la ragione. Non sapeva che pensare di questo strano fatto. E in verità, com'era possibile che un naso, il quale ancora ieri stava in mezzo alla sua faccia e non poteva, lasciamo andare scarrozzarsela, ma neppure girare a piedi, fosse ora là in uniforme! Il maggiore si dette a correre dietro alla carrozza, che per fortuna non andò lontano e si fermò davanti al Mercato Centrale. Anch'egli vi si precipitò, facendosi strada fra le file di vecchie mendicanti dai volti imbacuccati, con solo due fessure per gli occhi, le quali prima lo facevano tanto ridere. C'era poca gente. Kovalev era così smarrito, che non sapeva intraprender nulla, e cercava cogli occhi quel signore da tutte le parti, finché lo vide fermo davanti a una bottega. Il naso teneva il volto completamente nascosto dal gran colletto ritto ed esaminava non so che merce con grande attenzione.
"Come avvicinarlo?" pensava Kovalev. "Da tutto – dall'uniforme, dal copricapo – si vede bene che è un consigliere di Stato. Lo sa il diavolo come si fa!"Prese a tossicchiare vicino a lui; ma il naso non si smosse per nulla.
«Illustre signore,» disse allora Kovalev cercando di farsi «illustre signore…»
«Desiderate?» rispose il naso voltandosi.
«È strano, illustre signore… mi pare… Voi dovreste sapere qual è il vostro posto. Ed ecco invece che a un tratto vi trovo, e dove poi?… Convenitene…»
«Scusatemi, non capisco neppure di che andiate parlando… Spiegatevi.»
"E come spiegargli!" pensò Kovalev e, fattosi coraggio, cominciò: «Certamente io… Comunque io sono maggiore. Andare in giro senza naso, ne converrete, è contrario ad ogni buona regola. A una venditrice d'arance mondate del ponte dell'Ascensione potrà magari starle bene; ma a me che voglio ottenere… per di più, conoscendo in parecchie case delle dame, come la Cehtyreva, consiglieressa di Stato, e altre… Giudicate voi stesso… io non so, illustre signore, se…» (qui il maggiore Kovalev si strinse nelle spalle) «… scusate… a considerare la faccenda giusta del dovere e dell'onore… Comprenderete voi stesso…»
«Non comprendo invece un bel nulla» rispose il naso.
«Spiegatevi un po' meglio.»
«Illustre signore,» disse Kovalev col senso della dignità offesa «non so come debba prendere le vostre parole… Qui tutto l'affare è, mi pare, abbastanza evidente… ovvero vorreste… È chiaro che voi siete il mio naso!»
Il naso guardò il maggiore aggrottando le ciglia.«V'ingannate, egregio signore: io non appartengo che a me stesso. Inoltre, fra noi non potrebbe correre alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni della vostra uniforme, dovete prestar servizio in un'altra amministrazione.»
Ciò detto il naso si voltò dall'altra parte.

Le illustazioni sono di Altan
Gralli
