Il Piccolo Principe 1

E fu così che feci la conoscenza del piccolo principe
PRIMA PARTE
Questa, più che una recensione, è un'analisi critica, la posterò in più parti perché sarà lunga e dettagliata. È un rospo che da tempo volevo sputare. Sono pronta ad affrontare le indignate proteste, si preparino le pietre, ma anche cogenti argomentazioni, gli entusiasmi lirici sono soggettivi e come tali opinabili.
La storia è molto semplice: un pilota, come l'autore, è costretto ad un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara; mentre tenta di riparare il suo velivolo, si trova improvvisamente davanti un bambino, un principino, proveniente da un lontano asteroide. Ha inizio così una lunga conversazione nella quale il piccolo parlerà del luogo da cui proviene, racconterà i suoi viaggi interplanetari e riferirà degli strani personaggi da lui incontrati.
Mentre il pilota cerca di riparare il suo motore, io cercherò invece di smontare il suo racconto, in senso analitico, e di demolirlo in senso critico. Dico subito che sono una delle pochissime persone, fra i milioni di entusiasti, osannanti lettori, che lo considera brutto, non adatto ai bambini, anzi diseducativo. (Nel dire ciò mi avvalgo della mia competenza professionale di insegnante). Dirò di più, questa storia ha suscitato in me un profondo senso di tristezza e di irritazione. I miei nipoti, ancora alle elementari, quando lo abbiamo letto insieme, ci hanno sghignazzato sopra parecchio, fortunatamente erano vaccinati da ben altre letture.
Il primo capitolo è la chiave per interpretare tutto il racconto e comprendere i motivi dell'autore: quando aveva sei anni, i "grandi" lo hanno umiliato disprezzando, con superficiale supponenza, i suoi disegni; da qui l'inadeguatezza futura dell'autore al mondo adulto, nel quale reciterà la sua parte parlando [...] di bridge, di golf, di politica, di cravatte, ma non integrandosi mai: Così ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare. Da notare "nessuno cui" parlare non "con cui" parlare; parlare a qualcuno è ben diverso dal parlare con qualcuno. Saint-Exupéry infatti parlerà in questa storia da solo, a sé stesso, perché il piccolo principe alieno altri non è che l'alter ego del suo creatore.
Le pagine che raccontano dei due disegni poco apprezzati sono forse le uniche che salverei; a moltissimi bambini è capitata una cosa simile, me compresa. I disegni infantili, giudicati con i parametri estetici adulti, sono brutti, solo gli addetti ai lavori, insegnanti (non tutti), psicologi e artisti, ne comprendono i significati profondi e la bellezza. Tuttavia da qui ad averne un trauma per tutta la vita ce ne corre, forse i motivi del disagio esistenziale dello scrittore erano altri.


I due disegni del boa che digerisce un elefante dei quali parla il pilota.
Il piccolo principe comincia mostrando tutta la sua arrogante antipatia, vuole che il pilota gli disegni una pecora, ma di tanti tentativi non gliene va bene uno, solo alla fine è soddisfatto dal disegno di una cassetta nella quale sta la pecora giusta, che naturalmente non si vede, e questa è un'idea carina, che ben si adatta alla concezione che i bambini hanno della loro espressione grafica. Ma tutto finisce qui. Dalle conversazioni successive si viene a sapere che il pianeta di provenienza del bambino è molto piccolo, poco più grande di una casa.


Segue una bella tirata sulla mentalità degli adulti, materialisti, che badano solo ai numeri e al denaro, e quella sullo scopritore turco dell'asteroide, che viene preso sul serio solo dopo che nel suo paese è arrivato l'obbligo, da un dittatore, di vestire all'europea; come dire l'abito fa il monaco. Non vedo quanto un bambino possa capire di tutto questo che, per un adulto ha un senso, e non sbagliato, ma per un bambino? Come gliela spiegano la mamma, o la maestra la riforma di Ataturk?
Sicuramente un certo tipo di materialismo va condannato, ma qui si comincia a delineare un atteggiamento antiscientifico che il grande pubblico scambia per poesia pura. Vediamo il testo.
Così se voi gli dite: «La prova che il piccolo principe è esistito, sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora. Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste».
Be', loro alzeranno le spalle, e vi tratteranno come un bambino. Ma se voi invece gli dite: «Il pianeta da dove veniva è l'asteroide B 612» allora ne sono subito convinti e vi lasciano in pace con le domande. Sono fatti così. Non c'è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi.
Ma certo, noi che comprendiamo la vita, noi ce ne infischiamo dei numeri!

Il piccolo principe sull'asteroide B 612.
Ecco la fallacia del ragionamento: mettere in opposizione il linguaggio della logica con quello della fantasia, le ragioni del cuore contro quelle dell'intelletto. La grettezza di un certo materialismo va stigmatizzata, ripeto, ma logica e fantasia non sono antitetiche semmai complementari, noi che comprendiamo la vita "Noi" chi? A quale titolo "voi" vi ritenete depositari di una simile Verità, con la maiuscola?
Ce ne infischiamo dei numeri, quindi dei dati della realtà, del sapere condiviso, intersoggettivo.
La prova dell'esistenza del piccolo principe ricorda molto quella di Anselmo sull'esistenza di Dio: se Dio è perfezione deve per forza esistere, se no non sarebbe perfetto. Mio nipote aveva tredici anni non ancora compiuti quando ci fece sopra una bella risata, non riuscendo a capire come un adulto potesse dire una simile stupidaggine. Quando uno vuole una pecora deve per forza esistere: dire una cosa simile a un bambino è un crimine intellettuale. E lasciamo perdere tutto il dibattito filosofico sull'ontologia dei personaggi immaginari e letterari.
I bambini sono piccoli, ma non stupidi, sanno distinguere benissimo la realtà dalla fantasia, e si comportano diversamente quando si inseriscono in questi due ambiti. Si muovono nella realtà gradatamente e correttamente grazie al loro processo di crescita, e all'apporto delle diverse istanza educative con le quali vengono a contatto. Apprezzano tuttavia il mondo magico delle fiabe o dei supereroi - e qui ci sono tonnellate di libri che spiegano perché - ma non pretendono che la zucca sul banco del fruttivendolo si trasformi in carrozza. I due mondi coesistono, ma in una sana convivenza (e collaborazione talvolta).
E questo é solo l'inizio, il bello deve ancora venire.
(continua) Gralli
