Il ritratto ovale

06.04.2026

Edgar Allan Poe

 IL RITRATTO DELL'AMANTE (13)

Il racconto, in versione integrale, è tratto da questa raccolta, la traduzione è di Elio Vittorini

Il castello del quale il mio domestico, per non farmi passare la notte all'aperto nelle mie condizioni penose di ferito, s'era deciso a forzare l'ingresso, era uno di quegli edifizi frammisti di grandezza e di tetraggine che per secoli e secoli hanno torreggiato sugli Appennini, anche nella realtà oltre che nella fantasia di mistress Radcliffe. A giudicare dalle apparenze esso era stato abbandonato solo da poco e non certo per sempre. Noi ci alloggiammo in una delle camere più piccole e meno sontuosamente addobbate, la quale si trovava in una torre fuori mano dell'edifizio. La decorazione della camera era ricca, ma logora per vecchiaia. Le pareti erano tappezzate e adorne di numerosi trofei araldici d'ogni forma, nonché d'una straordinaria quantità di vivaci pitture moderne in sontuose cornici ad arabeschi d'oro. Per queste pitture, che si vedevano appese non solo alle pareti principali, ma anche a tutti i muri d'angolo che la bizzarra architettura del castello aveva reso inevitabili, per queste pitture, ripeto, forse a causa del mio delirio incipiente, provai subito un profondo interesse; tanto che ordinai a Pedro, siccome imbruniva, di chiudere le massicce imposte della camera, di accendere le candele d'un gran candelabro che si trovava al capezzale, e di spalancare i tendaggi di velluto nero che circondavano il letto. Tutto questo perché, ove non fossi riuscito ad addormentarmi, potessi almeno consolarmi nella contemplazione di quei quadri, alternata alla disamina di un piccolo volume trovato sopra il guanciale, che per l'appunto li valutava e descriveva.

A lungo lessi, e tutto attentamente osservai. Le ore volarono, e furono ore gloriose, e giunse, profonda, la mezzanotte. Il candelabro mi dava noia nella posizione in cui si trovava, e allungando la mano, per non disturbare il mio domestico addormentato, nonostante mi fosse molto difficile, lo spostai in modo che la luce ricadesse in pieno sul libro.
L'operazione condusse a una scoperta assolutamente inattesa. I raggi delle numerose candele illuminarono una specie di nicchia su cui fino allora una delle colonne del letto aveva gettato la sua ombra. Scorsi così in piena luce un dipinto che non avevo ancora notato. Era il ritratto di una giovinetta nel fiorire della sua femminilità. Data una rapida occhiata al dipinto, io chiusi gli occhi. Perché, non seppi spiegarmelo, a tutta prima. Ma nel mentre tenevo le palpebre chiuse, cercai dentro di me la ragione che me le aveva fatte chiudere. E trovai ch'era un movimento involontario per guadagnar tempo a pensare, per acquistar la certezza che la visione non mi aveva ingannato, e per calmarmi e prepararmi a una contemplazione più rigorosa e sicura. Trascorso qualche minuto tornai difatti ad osservare il dipinto.
Neanche a volerlo io avrei potuto adesso dubitare di veder giusto; poiché, al primo riverbero della luce su quella tela, lo stupore trasognato dei miei sensi si era dissipato, ed ero stato bruscamente richiamato alla realtà.

Il ritratto, ripeto, raffigurava una giovinetta. Si trattava semplicemente della testa col busto, ed era lavorato alla maniera vignettistica, nello stile prediletto da Sully. Le braccia, il seno, e persino la radiosa capigliatura sfumavano, fusi insieme, nell'ombra vaga ma intensa che serviva di fondo. La cornice era ovale, riccamente dorata a filigrane, secondo il gusto moresco . Come opera d'arte, era un dipinto davvero ammirevole. Ma ad impressionarmi così vivamente e d'improvviso non poteva essere stata l'esecuzione dell'opera, né l'immortale bellezza della persona raffigurata. E meno che mai era possibile che la mia immaginazione, nello scuotersi dal suo dormiveglia, avesse preso la testa per quella di una persona vivente. Poiché le caratteristiche del disegno, il genere di esso, nonché della cornice, subito notate, dovevano avermi fulmineamente distolto da una simile allucinazione.

Thomas Francis Dicksee 1819-1895

Un'ora forse trascorsi sempre attentamente riflettendo intorno a tutte queste cose, seduto in mezzo al letto e reclinato sul gomito senza mai distogliere gli occhi dal dipinto. Scoperto alla fine il vero segreto dell'effetto ch'esso faceva, mi lasciai cadere sul guanciale. Era la perfetta espressione di vita fermata su quel volto che mi aveva dapprima fatto trasalire, e poi confuso, soggiogato, atterrito. Compreso d'un profondo, rispettoso timore, tornai a mettere il candelabro nella sua posizione di prima. Venendo meno in tal modo dinanzi ai miei occhi la causa della mia profonda agitazione, mi buttai avidamente sul volume che trattava dei quadri e delle loro singole storie. Al numero che designava il ritratto ovale, lessi le bizzarre e oscure parole di cui appresso:
«Era una fanciulla di rara bellezza, e quanto amabile tanto giuliva. Maledetta fu l'ora in cui conobbe il pittore, e s'innamorò di lui e lo sposò. Lui, un uomo appassionato, studioso, austero, aveva già una sposa nella sua arte. Lei era una fanciulla di rara bellezza, e quanto amabile tanto giuliva; era fatta di luce e di sorriso, ed era festosa come un piccolo cerbiatto; tutto amava, tutto aveva caro; non odiava che l'arte, sua rivale; non temeva che la tavolozza e i pennelli e gli altri arnesi del dipingere che la privavano della presenza del suo amato. Fu terribile quando sentì il pittore esprimere il desiderio di fare il ritratto anche a lei. Ma era umile e obbediente e per settimane e settimane docilmente sedette nell'alta camera tetra della torre, dove la luce cadeva sulla pallida tela, penetrando dal soffitto. Lui, il pittore, trovava gloria nel suo lavoro, che di ora in ora progrediva sempre più. Ed era un uomo appassionato e strano, d'animo trasognato, che si perdeva in fantasticherie; tanto che non sapeva vedere come la luce che cadeva così lugubre dentro quella torre solitaria consumava la salute e le forze spirituali della sua sposa, che tutti vedevano languire, tranne lui. Eppure essa sorrideva e continuava a sorridere, senza mai lamentarsi, siccome vedeva che il pittore, il quale aveva già grande fama, s'infervorava con entusiasmo alla sua opera, e lavorava giorno e notte per dipinger colei che lo amava tanto ma che ogni giorno più deperiva ed intristiva. E in verità, chi contemplava quel ritratto parlava a bassa voce della sua rassomiglianza come d'una possente meraviglia che provava, oltre la forza, l'amore profondo del pittore per colei ch'egli raffigurava in modo così prodigioso. Ma a lungo andare, come l'opera si avvicinava al suo adempimento, nessuno fu più ammesso nella torre; perché il pittore era tutto preso dalla foga del lavoro, e non distoglieva che di rado gli occhi dalla tela, anche per osservare il viso della sua donna. E non vedeva come i colori che riversava sulla tela venivano tolti dalle gote di colei che gli sedeva dinanzi. E quando settimane e settimane furono passate, e più non restava quasi nulla da fare, null'altro che dare un tocco di pennello alle labbra ed uno agli occhi, lo spirito della giovine donna palpitò ancora come una fiamma al bocciolo della lampada. Allora il tocco fu dato, alle labbra e agli occhi; e il pittore rimase per un attimo in estasi dinanzi all'opera ch'egli aveva compiuto; ma continuando a contemplarla, subito tremò e si fece pallido e, atterrito, scoppiando in un urlo: "Ma questa è la vita, che ho creato!" si volse a guardare la sua beneamata, la quale era morta!".»

L'audio racconto

La prima trasposizione filmica

L'anti-Pigmalione ovvero quando l'amante è un artista

La triade originaria Amante-Amato/a-Ritratto, strada facendo, ha subito delle significative modificazioni. Il Ritratto, che avrebbe dovuto sostituire l'Amato/a assente, in qualche caso, è divenuto una sola cosa con questo. L'Amata di Gogol' è una bambola gonfiabile, con una sua identità, non un simulacro; una suadente pubblicità offre a dei potenziali Amanti delle Amate artificiali, ideali, perfette; Pigmalione, che disprezza le donne vere, ama quella che si è costruito e che prenderà vita per intervento divino. Nel racconto di Poe la triade, tragicamente, perde un elemento, l'amata morendo trasferisce il suo soffio vitale al quadro dipinto dall'Amante. Il pittore compie il percorso inverso rispetto a Pigmalione: egli ha una donna viva da amare, ma la uccide trasferendola sulla tela, questo sembra essere stato il suo fine ultimo.
L'Amata viva non c'è: tutt'al più lo diventa dopo essere stata creata manualmente, perfetta, o ne è una perfetta imitazione, con tutti i pregi soprattutto quello dell'obbedienza, o muore per lasciare il posto all'opera d'arte;  vien da dire che l'unica donna che val la pena di amare è la donna morta. 

Auguste Rodin, Pigmalione e Galatea, modellato nel 1889, scolpito nel 1908-1909

Quando l'Amante è un artista, l'Amata è la sua Arte non una donna; già si era accennato a ciò con Petrarca, ma anche per altri poeti le donne amate sono soprattutto soggetti di creazione; Kokoschka ritrae ossessivamente Alma, ma ci viene un dubbio: è lei in quanto donna che ama o è un'idea da trasporre sulla tela? Indubbiamente egli concepì per lei un forte trasporto carnale, ma ciò non fa che rafforzare la pulsione artistica, contrariamente a Dante che divinizzò Beatrice, anche se... ma ne riparleremo.
https://www.bibliosalotto.it/il-ritratto-dellamante/

(continua)                                                                                                                                                       Gralli

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