Il violino di faenza

Pel piacer di porle in catalogo
Questa è la storia di un contagio e di un'ossessione, capaci di trasformare un uomo allegro, piacevole, sereno, in un uomo cupo, preda di una ricerca maniacale e inquieta.
Chi, a Nevers, non ha sentito parlare di Dalègre, uno dei tipi più rappresentativi del temperamento nivernese: un uomo piccolo, allegro, sorridente, affabile, dal viso fortemente colorito, che portava le tracce del vino locale come un cavaliere porta i colori della sua dama.
Dalègre era uno dei più giocondi buontemponí di quella città piena di gente gioviale, [...]
Tra i venti e i trentacinque anni Dalègre riempì la regione della sua nomea. Senza Dalègre non ci si divertiva; [...] fu il re della città per quindici anni. [...] finché un giorno, stanco di quella vita fatta solo di cacce, pranzi, balli e feste, andò a fare un giro a Parigi.

E qui si compie il suo destino, la sua vita muta radicalmente.
Là, sfortunatamente per lui, Dalègre incontrò un vecchio compagno di collegio, Gardilanne, che era l'individuo più diametralmente opposto a lui che si potesse immaginare.
Gardilanne, capoufficio al Ministero degli Affari Esteri, era magro malaticcio, con un'aria il più delle volte crucciata.
[...] diceva di poter conservare la sua fragile salute solo a furia di precauzioni, come mangiare a orari regolari, nutrirsi poco alla volta e spesso, non aver moglie né figli, né passioni, né preoccupazioni di alcun genere. [...]
Dalègre, meravigliato di quel genere di vita, [...] credette davvero che Gardilanne non avesse passioni. In questo era un mediocre osservatore [...]
Il suo vecchio compagno in verità
Era la persona più passionale si potesse immaginare, più ardente del cacciatore, più inquieto di un innamorato al suo primo appuntamento, più schiavo di un ambizioso, più febbrile di un giocatore, con gli occhi accesi come un Corso che spii il nemico, brillanti quanto quelli di un ghiottone davanti alle vetrine di Chevet, le mani più convulse di un uomo la cui ultima carta rappresenti la fortuna o la rovina.
Nessuna passione! Gardilanne le possedeva tutte, fuse in una sola, la più forte, la passione per le collezioni!

La passione di Gardillane, esclusiva e devastante finisce con il contagiare, in maniera strisciante, ma ineluttabile, il buon Dalègre.
Costui, nella sua generosità, comincia procurandosi alcuni pezzi rari di ceramica e ne fa dono all'amico. Ben presto, tuttavia, come fosse sotto l'influsso di un virus pernicioso, si ammala gravemente della stessa malattia. L'ossessione per queste ceramiche lo spinge ad una affannosa ricerca di pezzi rari, ad un accumulo spasmodico all'insaputa dell'amico che ormai non è più tale, ma un temibile e pericoloso rivale.
L'acme della vicenda si realizza con il ritrovamento fortuito di un prezioso violino di faenza, pezzo pressoché unico, da parte di Gardillane.
Un violento desiderio morboso si impadronisce di Dalègre.

Violino di faenza del Museo di Rouen, acquaforte.
[...] Dalègre non si riconosceva più. L'allegro nivernese dalle guance rosee e pienotte aveva ceduto il posto a un individuo ansioso, il cui viso assumeva di giorno in giorno la biliosa impronta dell'invidia.
Dalègre era invidioso, e questa passione lo minava. Mangiava appena; sempre lo perseguitavano dei sogni riguardanti il violino di faenza. Si sarebbe detto che un demone vendicatore mandasse ogni notte degli incubi tanto più sgradevoli perché cominciavano con dolci illusioni.
Appena Dalègre chiudeva gli occhi, sentiva una musica serafica: degli angeli cantavano e accompagnavano santa Cecilia, che traeva dal violino di faenza vibrazioni più dolci di quelle del cristallo.
Col cuore commosso, Dalègre si lasciava andare a una dolce distensione, quando d'un tratto le nuvole azzurre svanivano per dar posto a fiamme ammorbate, e uno gnomo orribile accovacciato sul suo petto, strappava all'anima di quello stesso violino melodie epilettiche, e feriva i nervi dell'infelice mentre lo soffocava.
Dalègre si svegliava sgomento. Per non subire di nuovo quel doloroso incubo, si alzava, apriva la finestra, e non osava tornare a letto se non quando gli pareva che le visioni diaboliche fossero fuggite via.
Di giorno non c'erano gli incubi, ma si ripresentava l'idea fissa del violino.

Seggetta con arme della fabbrica di Rouen.
Naturalmente non svelerò l'epilogo della storia.
Ho riportato alcuni stralci del racconto per mostrare sia la finezza stilistica dello scrittore, che la sua grande perspicacia nel descrivere i tormenti ansiosi e compulsivi del collezionista, la cui ossessione è assimilabile ad una autentica passione amorosa. Di grande interesse anche l'evocazione del mondo variegato del collezionismo. E non poteva essere diversamente perché lo stesso Champfleury era conoscitore profondo e appassionato collezionista di ceramiche.
Chi volesse saperne di più sull'autore, appartenente alla corrente del realismo, e sull'affascinante mondo delle ceramiche, ha a disposizione l'esaustiva introduzione di Vittorio Fagone.
Infine, il volume è qua e là impreziosito dalle riproduzioni a colori di decorazioni di celebri maioliche.
Dall'introduzione di Vittorio Fagone.
Il violino di faenza - faenza dal nome della città italiana è l'indicazione che in molte lingue designa i manufatti di maiolica - è un racconto singolare che Champfleury scrive legando insieme la tecnica, efficace e diretta, di una scrittura «realista» affinata in anni di paziente e fruttuoso lavoro letterario, e la sicura competenza del grande specialista in un'analisi acuta delle motivazioni e dei comportamenti dell'«essere collezionista». Considerando quale è stata la vita dell'autore, si può dare in larga misura al libro il valore di una vera e propria, liberatoria, «autoanalisi».

Dorso del violino di Faenza
Gralli
