In villa

William Somerset Maugham, scrittore e commediografo britannico, è stato l'autore della mia adolescenza, a 15 anni avevo letto Il filo del rasoio e a ruota, sulla scia dell'entusiasmo, Schiavo d'amore, La tentazione di Adamo, Vacanze di Natale, Il mago, Catalina. È stato l'imprinting che ha determinato in gran parte il mio gusto letterario: storie ben congegnate, linguaggio elegante, ironia nella descrizione di ambienti e personaggi; sano cinismo, antidoto e vaccinazione permanente contro la melassa fattami ingurgitare nell'infanzia, libro Cuore in testa. In seguito, in età più matura, ho raccolto tutto, o quasi, ciò che è stato pubblicato, onore al merito all'editore Adelphi.
Qui per la variegata e avvincente biografia dell'autore: https://it.wikipedia.org/wiki/William_Somerset_Maugham

Sir Gerald Kelly, The Jester (Il beffardo W. Somerset Maugham), 1911, Londra,Tate

Ritratto di Somerset Maugham, senza data. CPA Media Pte Ltd/Alamy Stock Photo.
Questi gli elementi che caratterizzano questo scrittore, che si autodefiniva (cito a memoria) "il migliore fra quelli di serie B": ricevimenti, conversazioni brillanti, belle donne inquiete, bellimbusti, funzionari dell'Impero, vecchie signore navigate e irriverenti. Sono spesso dei connazionali lontani dalla patria; vivono nelle colonie dell'Impero; a volte li troviamo a bordo di una nave o in eleganti località europee, famose per la cultura e l'arte come in questo racconto: Firenze e dintorni.
Un mondo di privilegiati, scintillante e frivolo, sul quale improvvisamente si addensano le nubi nere del dramma, come qui puntualmente avviene.
In questo ambiente dorato, e volutamente ignaro della fatalità storica incombente, (siamo alla fine degli anni '30) irrompe, come una ventata cupa di temporale, un uomo in fuga dall'inferno, dall'incendio imminente che dal centro Europa deflagrerà nel mondo. Appassionato e febbrile travolge la leggiadra, delicata, donna di mondo, ma a sua volta brucerà come una falena al suo bagliore ingannevole, con un gesto che, cambierà la vita anche di altri due uomini a lei legati: il brillante funzionario e lo scavezzacollo. I ruoli così ben recitati vengono sconvolti, gli attori sono costretti a togliere la maschera, il volto sorridente si indurisce, la patina di rispettabilità rivela delle crepe. E può capitare, come in questa storia, che non sia la virtù a fare la figura migliore. L'integerrimo funzionario, il pilastro dell'impero, perde molto del suo aplomb di fronte ad una situazione che scuote tutte le sue certezze. L'imprudente signora, nel bel mezzo della bufera, si riscatta con un sussulto di verità; tenta, con un azzardo, la fuga verso una vita, forse, più autentica, ma non necessariamente più felice. La pecora nera, il tombeur de femme, oggetto dei compiaciuti pettegolezzi dei salotti, rivela risorse insospettate, poiché non tiene tutta la mercanzia in vetrina.
Il finale forse è un po' affrettato, vagamente happy end. Cinismo e ironia diluiti rispetto ad altri racconti. Ma il congegno narrativo, che ruota sul perno dell'improvvisa comparsa dello sconosciuto fatale, è di alta precisione; al suo funzionamento contribuiscono anche alcuni indizi, ben calcolati, disseminati prima della scena madre, ai quali il lettore sarà ricondotto. Nell'insieme una lettura di gran classe.
Sfogliando il libro
La sontuosa dimora
La villa era in cima a un colle. Dalla terrazza sul davanti si godeva una splendida veduta di Firenze; dietro c'era un vecchio giardino, con pochi fiori ma con begli alberi, siepi di bosso tosato, vialetti erbosi e una grotta artificiale dove una cascatella d'acqua sgorgava fresca e argentina da una cornucopia. Costruita nel '500 da un nobile fiorentino, la villa era stata venduta dai suoi impoveriti discendenti a certi inglesi, e costoro l'avevano data temporaneamente in prestito a Mary Panton. Le stanze erano ampie e maestose; la casa tuttavia non era molto grande, e Mary la mandava avanti assai bene con i tre domestici lasciatile dai proprietari. Era arredata, parsimoniosamente, con bei mobili antichi, e aveva un tono; e sebbene non ci fosse riscaldamento centrale, sicché quando lei era arrivata alla fine di marzo ci faceva ancora un gran freddo, i Leonard, i proprietari, l'avevano munita di stanze da bagno, e l'abitazione era molto confortevole. Adesso, in giugno, quando stava a casa, Mary passava buona parte della giornata sulla terrazza, da cui vedeva le cupole e le torri di Firenze, oppure nel giardino sul retro.

Prima edizione statunitense
Nelle prime settimane del suo soggiorno aveva dedicato molto tempo ai monumenti, aveva trascorso mattinate piacevoli agli Uffizi e al Bargello, visitato le chiese e vagabondato a caso per le vecchie vie; ma adesso scendeva di rado a Firenze, salvo per andare a pranzo o a cena con amici. Si contentava di starsene in giardino, a leggere un libro, e se aveva voglia di uscire preferiva salire sulla sua Fiat e girare per la campagna. Niente superava l'incanto di quel paesaggio toscano, con la sua raffinata semplicità; e quando gli alberi da frutto furono in fiore, e i pioppi si ammantarono di foglie, di un color tenero esultante tra il perenne grigioverde degli ulivi, lei si era sentita nell'animo una leggerezza che aveva creduto le fosse per sempre preclusa.
Mary: bella, inquieta e... non proprio ricca
Dopo la tragica morte del marito, l'anno prima, dopo l'ansia di mesi in cui aveva dovuto tenersi in contatto continuo con gli avvocati che andavano raccapezzando ciò che restava del suo dilapidato patrimonio, Mary era stata lieta di accettare dai Leonard l'offerta di quella bella casa antica, dove poter riposare i nervi e riflettere su cosa fare della propria vita. Dopo otto anni di lussi e un matrimonio infelice, si ritrovava a trent'anni con qualche filo di perle e un reddito appena bastevole, in stretta economia, per il suo mantenimento. Meglio, comunque, di come le cose erano apparse in un primo momento, quando gli avvocati, scuri in volto, le avevano detto che una volta pagati i debiti temevano non rimanesse niente del tutto. Adesso, passati due mesi e mezzo a Firenze, le pareva che avrebbe potuto affrontare serenamente anche quella prospettiva.
Quando era partita dall'Inghilterra il vecchio avvocato, che era anche un vecchio amico, le aveva carezzato la mano.
«Ora, mia cara, non hai di che preoccuparti,» le aveva detto «bada solo a rimetterti in forze e in salute. Della tua bellezza non parlo, perché niente la scalfisce. Sei una donna giovane e molto graziosa, e non dubito che ti risposerai. Ma la prossima volta non sposarti per amore, è uno sbaglio; sposati pensando alla posizione e alla compagnia».

Tamara de Lempicka
Edgar, il funzionario, pilastro dell'Impero
Mary sarebbe stata sciocca a non capire che Edgar aspettava il momento favorevole per chiederle di sposarlo.
Da quanto tempo la amava? Le pareva, ricordando, che fosse dal tempo di lei quindicenne, quando venuto in licenza l'aveva trovata non più bambina ma fanciulla in fiore. Era commovente, questa lunga fedeltà.
E il rapporto, certo, era diverso, tra una ragazza di diciannove anni e un uomo di quarantatré, e una donna di trenta e un uomo di cinquantaquattro. La disparità sembrava molto minore. E Edgar non era più un oscuro funzionario ma un personaggio di rilievo. Era assurdo supporre che il governo rinunciasse ai suoi servigi; egli era destinato sicuramente a incarichi sempre più importanti. Mary, morta ormai anche sua madre, non aveva altri parenti al mondo; non c'era nessuno a cui volesse bene come a Edgar.
«Vorrei sapermi decidere» disse.
Sarebbe arrivato tra poco. Si domandò se dovesse riceverlo nel salotto della villa, con i suoi imponenti mobili rinascimentali e i magnifici lampadari, menzionato dalle guide per gli affreschi di Ghirlandaio il Giovane; ma era una stanza sontuosa, di gala, e le parve che avrebbe dato all'occasione una solennità imbarazzante.
Meglio aspettarlo sulla terrazza, dove lei amava starsene verso sera a godere la veduta, che non la stancava mai. Sembrava un po' meno formale. Avrebbe facilitato le cose a tutti e due, se davvero le chiedeva di sposarlo; fuori, all'aperto, tra un biscotto e una tazza di tè. La cornice era adeguata, romantica ma non troppo. C'erano tini con piante d'arancio e sarcofaghi marmorei traboccanti di fiori in gaia profusione. L'antica balaustra di pietra che proteggeva la terrazza era sormontata a intervalli da grandi vasi di pietra, e alle due estremità da statue barocche, alquanto malconce, di santi.
Mary si allungò su una sdraio di bambù e disse a Nina, la cameriera, di portare il tè. Un'altra sdraio aspettava Edgar. In cielo non c'era una nuvola, e sotto, in lontananza, la città era immersa nella dolce chiarità del pomeriggio di giugno. Udì giungere un'automobile. Poco dopo Ciro, il domestico dei Leonard e marito di Nina, accompagnò Edgar in terrazza. Alto e snello, abito blu di sargia di buon taglio e lobbia nera, aveva un aspetto insieme atletico e distinto. Anche a non saperlo, Mary avrebbe indovinato che era un bravo tennista, un ottimo cavallerizzo e un eccellente tiratore. Scoprendosi mise in mostra una folta capigliatura nera e ricciuta, con un'ombra appena di grigio. La faccia era abbronzata dal sole indiano, una faccia magra, dal mento forte e dal naso aquilino; gli occhi scuri sotto le spesse sopracciglia erano fondi e vigili.
Cinquantaquattro anni? Ne dimostrava quarantacinque, non un giorno di più. Un bell'uomo nel pieno vigore. Aveva una dignità priva di alterigia; ispirava sicurezza. Si intuiva che nessun frangente, nessuna evenienza poteva fargli perdere la bussola.

Tamara de Lempicka Ritratto di uomo
Il tombeur des femmes
D'aspetto, effettivamente, Rowley non era gran che. Aveva una faccia passabile, ma una statura non superiore alla media, e nel vestito appariva tarchiato. Non c'era in lui un solo tratto che si potesse dir bello: aveva denti bianchi, ma piuttosto irregolari; un colorito vivo, ma la pelle non molto chiara; capelli folti, ma di un incerto castano tra il bruno e il biondo; gli occhi grandi, ma di quel celeste che si confonde col grigio. Un'aria dissipata; ambigua, diceva chi non l'aveva in simpatia. Anche i suoi migliori amici ammettevano francamente che di lui non c'era da fidarsi. Un passato non esemplare. Poco più che ventenne era fuggito con la fidanzata di un altro, l'aveva sposata, e tre anni dopo era stato coimputato in una causa di divorzio; al che sua moglie l'aveva lasciato, ed egli era convolato a nozze non con la donna che aveva divorziato per lui ma con un'altra, salvo a piantarla due o tre anni più tardi. Rowley, insomma, che adesso aveva appena passato i trent'anni, era un giovanotto con una pessima reputazione, pienamente meritata; un tipo, si sarebbe detto, per nulla raccomandabile. [... ] quanto a famiglia, niente da eccepire, e aveva un buon patrimonio. Non aveva mai dovuto guadagnarsi da vivere, ecco il guaio. Be', ogni famiglia ha la sua pecora nera. Ma il colonnello non riusciva a capire cosa le donne trovassero in lui. Non poteva sapere, l'onesto e semplice inglese, che Rowley Flint aveva qualcosa, un sex appeal, che spiegava tutto; e il fatto che nei suoi rapporti con le donne fosse infido e privo di scrupoli non faceva che renderlo più irresistibile. Gli bastava stare mezz'ora con una donna; e costei, per quanto prevenuta contro di lui, si sentiva sciogliere il cuore e ben presto concludeva fra sé che le cose dette sul suo conto erano tutte fandonie. Ma se le avessero chiesto cosa ci trovava, in lui, le sarebbe stato difficile rispondere. Molto bello non era di certo; non aveva un aspetto distinto, sembrava un meccanico di garage; portava i suoi abiti eleganti come fossero tute, ma come se di quel che sembrava non gli importasse un fico. La sua aria di non prendere nulla sul serio, neanche i rapporti amorosi, era esasperante; non nascondeva di voler dalle donne una cosa soltanto, e la sua totale mancanza di sentimentalità era insopportabilmente oltraggiosa. Ma c'era qualcosa che ti faceva perdere la testa, una sorta di dolcezza dietro i suoi modi ruvidi, un calore eccitante sotto il suo fare beffardo, una percezione istintiva, stranamente lusinghiera, della donna come creatura diversa dall'uomo; e la sensualità della sua bocca, la carezza degli occhi grigi. Con la consueta crudezza, la vecchia principessa aveva confessato: «E' un mariolo, si sa, un vero sciagurato. Ma se avessi trent'anni di meno e mi chiedesse di fuggire con lui non esiterei un attimo, anche sapendo che mi pianterebbe dopo una settimana e che sarei infelice per il resto dei miei giorni».

Karl, il tenebroso fuggiasco
Mary passò per le silenziose vie cittadine, tornò sulla strada dell'andata, e poi prese a salire la collina in cima alla quale si trovava la villa. La salita era ripida, con brusche curve a gomito.
Più o meno a metà c'era una terrazzetta semicircolare, con un alto e vecchissimo cipresso, e un parapetto da cui si aveva la vista del duomo e delle torri di Firenze. Tentata dalla bella notte, Mary si fermò. Scese dall'auto e andò ad affacciarsi. La veduta che si offrì ai suoi occhi, la valle inondata dalla luna piena sotto l'immensità del cielo senza nubi, era così incantevole che le diede una fitta al cuore.
A un tratto si accorse che nell'ombra del cipresso c'era un uomo; vide il bagliore della sua sigaretta. Venne verso di lei. Era un po' impaurita, ma non voleva darlo a vedere. L'uomo si tolse il cappello.
«Mi scusi, lei non è la signora che è stata così generosa al ristorante?» disse. «Vorrei ringraziarla».
Lo riconobbe-
«Lei è il violinista».
Non aveva più quell'assurdo costume napoletano, ma un vestito qualunque, piuttosto misero e liso. Parlava inglese abbastanza bene, ma con accento straniero. [...]
Il giovane si era esibito in un ristorante dove Mary poco prima aveva cenato con i suoi amici. La sua modesta abitazione è poco distante.
«L'ho vista passare in macchina. So che ha un bel giardino e che nella villa ci sono degli affreschi».
«C'è stato?».
«No, come potevo. Me l'hanno detto i contadini».
A Mary era passato il leggero nervosismo del primo momento. Era un giovane dal tratto garbato, piuttosto timido; ricordò come era sembrato a disagio al ristorante.
«Vorrebbe venire a vedere il giardino e gli affreschi?» disse.
«Sarebbe un grande piacere. Quando potrei, senza disturbare?». [...] «Perché non adesso?» propose d'impulso. [...]
«Sarei molto lieto» disse lui compitamente.
«Salti in macchina. La porto su». [...]
«Mi vergogno di essere così malvestito» disse lui sorridendo. «In questa sala splendida dovrei avere un abito di seta e di velluto fino, come i cavalieri nei quadri antichi».
Il vestito era misero, le scarpe rappezzate, la camicia, aperta sul collo, senza cravatta, era sfrangiata. Al lume delle alte candele sul tavolo gli occhi apparivano scuri e cavernosi. Aveva una strana testa di capelli neri tagliati cortissimi, gli zigomi alti, le guance scavate, il colorito pallido, e un'aria affaticata che inteneriva.
Mary pensò che in costume, vestito per esempio come uno di quei giovani principi del Bronzino agli Uffizi, sarebbe stato quasi bello.
Non è difficile immaginare quel che accadrà.

Qualche approfondimento
Questo è un racconto che non si può liquidare tanto rapidamente. Bisogna guardare un po' al di là della semplice trama, richiede un po' di attenzione da parte del lettore.
Intanto la critica sociale. Cittadini britannici privilegiati, fatui e salottieri, ai quali si mescolano le figure più "serie" dei funzionari statali, ma non meno criticabili. Il "pilastro dell'Impero" è detto con palese ironia il solerte funzionario.
Il momento storico. Il libro è stato scritto nel 1941 ed è ambientato nel 1938, dice niente questa data? Anschluss, leggi razziali in Italia. Il mondo sta per prendere fuoco. Il giovane, come mai è lì? La sua storia è raccontata, è una tragedia: la fuga dal nazismo.
Karl è un profugo fuggito da un inferno che insanguinerà il mondo, e questo mondo resterà per un po' indifferente, finché le prime bombe non cadranno nei propri cortili.
L'amore. Un momento di smarrimento sensuale, un'eccitazione mista a una sorta di languore; [...] come se il cuore le si sciogliesse in petto, mentre il sangue le martellava nelle vene insieme ad una vaga pietà spinge Mary a donarsi a Karl, un'elemosina sessuale che no deve avere conseguenze. Una astratta indignazione fa esprimere al mondo una tiepida solidarietà per la tragedia austriaca. E la Polonia spartita? Qualcuno la ricorda? Il mondo reagisce solo se gli si pestano i piedi direttamente. Karl è disperato nel vedere che le ingiustizie e i soprusi non scalfiscono le coscienze.
Infine, a nessuno, fra le recensioni che ho letto, è venuta in mente la similitudine con gli emigrati di oggi, costretti a vivere in condizioni precarie e di sfruttamento, per fuggire da guerre, dittature, miserie. Niente di nuovo sotto il sole.
La vicenda della bella vedova: riflettiamo sulla condizione di questa donna. E di altre come lei. Del matrimonio che ha avuto, della sua vita precedente. Del suo futuro, della preoccupazione di sistemarsi, visto che non ha un lavoro, solo una modesta rendita sì, ma quale dignità? Col matrimonio acquisterebbe una bella posizione. La società che ti costringe a venderti al miglior offerente, sia pure nella forma rispettabile del matrimonio.
Mary è un prodotto del suo ambiente e del suo tempo, ed anche vittima. In qualche recensione ho letto che è antipatica, è il mondo cui appartiene a non piacermi piuttosto. I condizionamenti dell'ambiente in cui viviamo sono pesanti per tutti, chissà quanti ne abbiamo tutti e non ne siamo consapevoli. Mary non è un personaggio piatto, anzi è molto sfaccettato e ambivalente, come gli altri del resto, nessuno è totalmente buono né malvagio. Tutti sono contradditori, come ogni essere umano.
Alcune copertine
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