La breve passeggiata

17.07.2026

Frugando in un vecchio baule

Si dice che la scrittura sia stata un dono degli dei, ma ormai, dopo cinquemila anni, e tanti tentativi di tracciarla su vari supporti e con diversi segni, tutti o quasi, godiamo di quel dono. L'uso che ne facciamo ora non merita, qui, menzione. La grazia divina è, semmai, l'arte di raccontare: la sublime abilità di far scaturire, da quei segni, mondi variopinti e incantati; di evocare il passato con le sue ombre e luci; di inventare il futuro con le sue speranze e i suoi terrori; di disegnare mappe per avventurarsi in territori sconosciuti o di tornare in quelli abbandonati; di popolare case e strade di esseri incorporei ma, come noi, capaci di soffrire e gioire.
Questo lo fanno i beniamini degli dei, i grandi scrittori; o forse gli dei non hanno nessun merito, e i grandi scrittori fanno tutto da soli, con fatica e dedizione. Fra i grandi, particolare ammirazione destano coloro che per fare tutto ciò si servono di un numero limitato di parole, puntuali e preziose. Alberto Vigevani è uno di questi: una sessantina di pagine dalle quali scaturisce - dal semplice gesto di aprire un vecchio baule polveroso - un mondo di ricordi, personali, ma sullo sfondo vivido e amaro di un'epoca che fu dolorosa per molti, gli anni che vanno dall'emanazione delle leggi razziali all'occupazione nazista. Due ragazzi giovanissimi, sposati precocemente per poter emigrare in lidi sicuri. Un viaggio di nozze, in compagnia dell'ingombrante baule che apre il racconto; un lungo indugiare, per la riluttanza alla partenza. E il centro del racconto, la storia degli zii che hanno donato agli sposi l'imponente baule; una storia d'amore tragica, ricostruita, perché priva di testimoni, nella sua fatale parte estrema, con commossa partecipazione, ma sommessamente, perché il dolore, come l'amore ha un suo pudore.
Non dirò nulla sul titolo, che è fondamentale, per lasciare al possibile lettore la scoperta.

Alberto Vigevani

Sfogliando il libro

Il baule fu un dono di zia Jole, sorella del padre di Anna, quando, assai precocemente, ci sposammo. Era (è ancora, nonostante sia passato mezzo secolo) un meraviglioso baule, sebbene per un certo aspetto piuttosto un armadio che poteva con facilità mettersi in viaggio, anche se, alla fine ed imprevedibilmente, per ragioni che dirò, il suo destino si rivelò sedentario. Alto pressappoco come me, adorno di numerose borchie d'ottone, armato di ghiere di ferro e costolature di legno, aveva l'aspetto di un peso massimo e, insieme, di quei massicci forzieri di orefici o cambiavalute che, ancora recentemente, ho ammirato a Firenze, in botteghe sul Ponte Vecchio. Verniciato d'un fiammante verde - vagone, possedeva robuste serrature d'ottone con staffe simili a spallacci d'armature medievali. Al sommo si arrotondava in una sorta di cupoletta ospitante la cappelliera: da uomo o da donna, i cappelli avevano allora importanza, nei guardaroba. Aperte le serrature, il baule si spalancava in due esatte metà, come le arance che sulle bancarelle esibiscono succose interiora: nell'una stavano appese grucce per abiti e soprabiti, l'altra mostrava una serie di cassetti. L'interno era foderato di raso moiré d'un colore tra beige e oro, come le scaglie luminose di quei pesci giapponesi che volteggiano eternamente in vasche di cristallo.
Bauli simili ne avevo visti troneggiare soltanto negli angusti camerini dietro il palcoscenico di attori come Zacconi o Moissi, quando bambino andavo a visitarli al seguito di mio padre, amico e avvocato di gente di teatro. 

Da quando l'ho rivisto, il baule, seppure confinato in un oscuro angolo nel solaio della casa di campagna, sta allargando intorno a sé un alone di memorie. Non soltanto le irripetibilmente felici del primo e ultimo autentico viaggio compiuto al nostro seguito (benché a volte mi sembra fossimo noi al suo), ma anche quelle dei pochissimi anni in cui con paternalistico sussiego dominò l'anticamera – nelle altre stanze non entrava – del nostro piccolo appartamento di giovani sposi in viale Romagna. E, insieme alle lontane memorie, altre ne affiorano non certamente felici, che ritenevo fino all'altrieri affievolite o in parte rimosse, almeno nel loro aspetto più crudele, e si riferiscono in particolare agli zii e, dietro le loro persone, a quanti incontrarono la stessa fine. Poiché era stata Jole a farcene dono, il baule sembrava rievocarne la figura massiccia, a paragone della minuta, eternamente defilata di Giorgetto, il marito. Jole lo dominava non soltanto con la mole, ma anche con l'incontrastabile volontà e la sentimentale invadenza, mossa da un ansioso fervore d'affetti e sottolineata dal dialetto triestino, che in famiglia parlavano ad alto registro tutti i maggiori d'età. A trovarsi nelle immediate vicinanze di lei, si aveva perennemente la irreale sensazione d'un possibile scontro.
Giorgetto era invece magro, basso, curvo di spalle e, all'opposto della moglie, discreto nelle parole e nei gesti, se non si trattava di barzellette o witz, oppure di episodi comici vissuti in prima persona: allora la sua sussultante e comunicativa risata e la sua marcata mimica scoppiettavano come fuochi d'artificio. Altrimenti serbava pensieri e sentimenti per sé, non ritenendo necessario esprimerli se non in occasioni assai rare, delle quali non ho tuttavia chiaro ricordo, mentre lei era indotta ad esternarli appena nascevano, senza sottoporli a critica, costringendo il marito ad arrossire o alzare gli occhi al cielo per mostrare la propria estraneità o disapprovazione. A questo punto, ritengo opportuno aggiungere che, per il riguardo dovuto a entrambi, come a tutti coloro che hanno ingiustamente e al di là di ogni immaginazione sofferto, sia mio compito tentare di restituire intatta la loro verità, anche se qualche parola potrebbe essere ritenuta poco consona al destino a cui andarono incontro.

Gralli

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