La casa del mistero

Era una casa molto... in rovina
Molti lettori non amano i racconti, preferiscono l'ampio spazio del romanzo che, secondo loro, consente di sviluppare meglio ambienti, storia, personaggi. (Detto per inciso, oggi la narrativa sembra essere venduta al chilo data la mole di certi libri). Io ero fra quelli, dopo aver letto una raccolta di racconti li dimenticavo rapidamente anche se mi erano piaciuti molto, cosa che non succedeva col romanzo.
Credo che ciò dipendesse, almeno per me, dalla modalità di lettura. Non bisogna leggere un libro di racconti tutto di seguito, così come non si divora una scatola di cioccolatini tutta in una volta (almeno non si dovrebbe). Ciascun racconto-cioccolatino va assaporato da solo, deve passare un po' di tempo prima di degustare il prossimo, occorre che il precedente sia stato ben assimilato. Insomma la consumazione va centellinata.
Un'altra similitudine che mi piace fare è quella del solitario, l'anello con una sola gemma incastonata, di solito un brillante. Questo gioiello deve regnare incontrastato sulla mano, nessun altro anello, alle altre dita deve far distogliere lo sguardo dai bagliori iridescenti che diffonde.
Ecco, questo racconto, un diamante piccolo, ma purissimo, deve restare solitario per un po' nella mente dei lettori, i bagliori che diffonde sono: il linguaggio limpido, elegante, evocativo, di grande suggestione; il tratteggio vivido dei personaggi, che balzano vitali dalla pagina, ciascuno con la propria impronta caratteriale; la costruzione narrativa che attraverso informazioni successive, fornite dai vari personaggi, ricama un arazzo in cui l'incupirsi dei colori fa presagire il mistero, tenendo il lettore col fiato sospeso.
Il mistero è quello di una casa in rovina, il cui abbandono è stato decretato per testamento dalla proprietaria: il motivo è un terribile segreto in essa contenuto. Un'esperienza sublime di lettura.
P.S. Molti deplorano la pubblicazione di singoli racconti in volumi smilzi, il cui costo, sia pure ridotto, è comunque sproporzionato. Condivido solo in parte, un solitario come questo vale il prezzo.
Sfogliando il libro
- Ah, madame, – replicò il dottore - ho delle storie tremende nel mio repertorio; ma ogni racconto nel contesto adeguato, [...]
Raccontate, monsieur Bianchon! -gli chiedevano da ogni parte.
A un gesto di compiacenza del dottore, scese il silenzio.
A circa dieci chilometri da Vendôme, lungo le rive della Loira, – disse - si trova una vecchia casa scura, sormontata da tetti molto elevati, e talmente isolata che attorno non esistono né una conceria puzzolente né un brutto albergo, come se ne vedono nei dintorni di quasi tutte le piccole città. Davanti alla casa c'è un giardino che si affaccia sul fiume, e in cui i bossi, un tempo ben potati a disegnare i viali, ora si sviluppano incontrollati. Alcuni salici, nati nella Loira, sono cresciuti rapidamente come la siepe di recinzione, e nascondono la casa per metà. Le piante infestanti decorano con la loro bella vegetazione la scarpata della riva. Gli alberi da frutto, dimenticati da dieci anni, non producono più raccolto, e i loro rami formano dei boschi cedui. Le spalliere sembrano siepi di carpini. I sentieri, una volta coperti di ghiaia, sono invasi dalla portulaca; ma, a dire la verità, non c'è più traccia di sentiero.

Dall'alto della montagna a cui sono aggrappate le rovine del vecchio castello dei duchi di Vendôme, l'unico luogo da dove lo sguardo possa penetrare all'in-terno del recinto, si ha l'impressione che, in un tempo difficile da definire, questo angolo di terra sia stato la gioia di qualche gentiluomo che si occupava di rose, tulipani, floricoltura insomma, ma soprattutto goloso di buoni frutti. Si scorge un capanno, o piuttosto i resti di un ca-panno sotto cui c'è ancora un tavolo che il tempo non ha divorato del tutto. Alla vista di questo giardino che non esiste più, s'intuiscono le gioie negative della vita tranquilla di cui si gode in provincia, come s'intuisce l'esistenza di un buon commerciante leggendo l'epitaffio sulla sua tomba.
Per alimentare i pensieri tristi e dolci che rapiscono l'anima, uno dei muri pre-senta una meridiana ornata da questa iscrizione borghesemente cristiana: ultimam cogita!
I tetti della casa sono terribilmente deteriorati, le persiane sempre accosta-te, i balconi coperti di nidi di rondini, le porte restano costantemente chiuse. Al-te erbacce hanno disegnato con linee verdi le fenditure delle scale, le inferria-te sono arrugginite. La luna, il sole, l'inverno, l'estate, la neve hanno scavato il legno, deformato le assi, corroso la ver-nice. Il cupo silenzio che regna in quel luogo è turbato solo dagli uccelli, dai gatti, dalle faine, dai ratti e dai topi liberi di scorrazzare, azzuffarsi, scannarsi. Una mano invisibile ha scritto ovunque la parola: mistero.
Se, spinti dalla curiosità, andaste a vedere questa casa dal lato della strada, scorgereste una grande porta a volta a cui i bambini del paese hanno fatto numerosi buchi. Ho saputo in seguito che questa porta era destinata alla distruzione da dieci anni. Attraverso quelle brecce irregolari, potreste osservare la perfetta armonia che esiste tra la facciata del giardino e quella del cortile. Vi regna lo stesso disordine. Ciuffi d'erba incorniciano il selciato. Enormi lucertole solcano i muri, le cui superfici annerite sono avvolte dai mille festoni della parietaria. I gradini delle scale sono sconnessi, la corda del campanello è marcia, le grondaie sono rotte. Quale fuoco dal cielo si è abbattuto su quel luogo? Quale tribunale ha ordinato di spargere sale su quella casa? Lì è stato insultato Dio? Lì si è tradita la Francia? Ecco cosa ci si chiede. I rettili vi si arrampicano incuranti. Questa casa, vuota e deserta, è un immenso enigma di cui nessuno conosce la soluzione. Un tempo era un piccolo feudo, si chiamava «la Grande Bretèche».
Durante il mio soggiorno a Vendôme, dove Desplein mi aveva lasciato per andare a visitare una ricca paziente, la vista di questa casa singolare divenne uno dei miei piaceri più vivi. Non era forse meglio di una rovina? A una rovina si ricollegano alcuni ricordi di un'autenticità inconfutabile; ma questa abitazione ancora in piedi, sebbene lentamente corrosa da una mano vendicatrice, racchiudevaun segreto, un disegno sconosciuto; per lo meno tradiva un capriccio.
Più di una volta, la sera, mi avvicinai alla siepe ormai incolta che circondava il recinto. Affrontavo i graffi, entravo in quel giardino senza padrone, in quella proprietà che non era più né pubblica né privata; rimanevo per delle ore intere a contemplare il suo disordine. Non avrei voluto ascoltare nessun pettegolezzo degli abitanti sulle vicende cui senza dubbio si doveva quello spettacolo bizzarro. Là inventavo storie deliziose; là mi abbandonavo a piccole orge di malinconia che mi riempivano di gioia. Se avessi saputo il motivo, magari volgare, di quell'abbandono, avrei perso le poesie inedite di cui m'inebria quel rifugio rappresentava le immagini più varie della vita umana, offuscata dalle sue disgrazie: ora era l'atmosfera del chiostro, senza i monaci; ora la pace del cimitero, senza i morti che vi parlano il loro linguaggio epitaffico; oggi la casa del lebbroso, domani quella degli Atridi; ma era soprattutto la provincia assorta nei suoi pensieri, con il suo lento scorrere del tempo.
Lì ho pianto spesso, non ho mai riso. Più di una volta ho provato un terrore involontario sentendo, al di sopra della mia testa, il sibilo sordo prodotto dalle ali di qualche colombo frettoloso. Il terreno è umido; ci si deve difendere dalle lucertole, dalle vipere, dalle rane che si aggirano con la libertà selvaggia della natura; soprattutto non bisogna temere il freddo, poiché in certi momenti si sente un mantello di ghiaccio posarsi sulle spalle, come la mano del commendatore sul collo di don Giovanni. Una sera sono rabbrividito: il vento aveva fatto girare una vecchia banderuola arrugginita, i cui cigolii sembravano un gemito che attraversava la casa, proprio mentre portavo a termine le mie cupe fantasie drammatiche con cui cercavo di spiegarmi quella specie di dolore monumentalizzato.
Tornai al mio albergo, in preda a pensieri tetri.

Balzac in un dagherrotipo del 1842
Gralli
