La pecora nera

Diciamolo, non è lesa maestà, le favole di Fedrosopo sono insopportabili: didascaliche, moraliste, luogocomuniste, semplicistiche, superficiali, conformiste. Ci hanno afflitto dai libri di testo della scuola elementare; con le traduzioni della scuola media (quella col latino); al liceo: non se ne può più!
Ci voleva qualcuno che le rivisitasse dissacrandole come meritano, con caustica ironia, con pirotecnici giochi di pensiero, con funambolici paradossi filosofici, sferzando la stupidità, l'arroganza, tutti gli umani vizi, mettendoli in scena in fulminanti siparietti dalla comicità irresistibile, senza salire in cattedra, senza la pretesa di insegnare niente a nessuno. Castigat ridendo mores, mai detto fu più calzante, soprattutto per la parte ridens.
La Pecora nera
In un lontano paese visse molti anni fa una Pecora nera. Fu fucilata.
Un secolo dopo, il gregge pentito le innalzò una statua equestre che stava molto bene nel parco.
Così, in seguito, ogni volta che apparivano pecore nere, esse venivano rapidamente passate per le armi, perché le future generazioni di pecore comuni potessero esercitarsi anche nella scultura.

La tela di Penelope, o chi inganna chi
Molti anni fa viveva in Grecia un uomo chiamato Ulisse (il quale, nonostante fosse abbastanza saggio, era molto astuto), sposato con Penelope, donna bella e ricca di doti, il cui unico difetto era una smisurata passione per la tessitura, abitudine grazie alla quale aveva potuto trascorrere da sola lunghi periodi.
Dice la leggenda che ogni volta che Ulisse con la sua astuzia scopriva che, nonostante le proibizioni, lei si accingeva a iniziare un'ennesima volta una delle sue interminabili tele, lo si poteva vedere di notte preparare alla chetichella gli stivali e una buona barca, e poi, senza dirle niente, se ne andava a girare il mondo e a cercare se stesso.
In questo modo lei riusciva a tenerlo lontano mentre civettava con i suoi pretendenti, facendo credere loro che tesseva poiché Ulisse viaggiava e non che Ulisse viaggiava perché lei tesseva, come avrebbe potuto immaginare Omero, che però, come si sa, a volte dormiva e non si accorgeva di nulla.

Lo Scarafaggio* sognatore
C'era una volta uno Scarafaggio chiamato Gregorio Samsa che sognava di essere uno Scarafaggio chiamato Franz Kafka che sognava di essere uno scrittore il quale scriveva di un impiegato chiamato Gregorio Samsa che sognava di essere uno Scarafaggio.
* "Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto."
Uno degli incipit più straordinari della storia della letteratura, sul quale si potrebbe discutere a lungo; ma qui vorrei porre l'attenzione sulla parola insetto: nel libro non si parla mai di scarafaggio. Non solo, Kafka vietò che sulla copertina l'insetto venisse rappresentato. « Non lo si può far vedere neppure da lontano…»

Illustrazione dal fumetto di Sergio Vanello La metamorfosi di Kafka
La fionda di David
C'era una volta un bambino chiamato David N., che aveva una cosi buona mira e tanta abilità nell'uso della fionda da suscitare l'invidia e l'ammirazione degli amici del vicinato e della scuola, che vedevano in lui - come commentavano fra di loro quando i genitori non potevano sentirli - un nuovo David.
Stanco del noioso tiro al bersaglio che praticava lanciando i ciottoli contro latte vuote o pezzi di bottiglia, David scopri un giorno che era molto più divertente esercitare l'abilità di cui Dio l'aveva dotato contro gli uccelli; di modo che da allora in poi se la prese con tutti quelli che si ponevano alla portata sua, e specialmente con i Fanelli, le Allodole, gli Usignoli e i Cardellini, i cui corpicini sanguinanti cadevano soavemente sull' erba, con il cuore ancora agitato dalla paura e dalla violenza della pietrata.
David correva allora esultante verso di loro e li seppelliva cristianamente.
Quando i genitori di David si accorsero di questa abitudine del loro buon figliolo si allarmarono molto, gli chiesero che cosa fosse ciò, e riprovarono la sua condotta con parole così aspre e convincenti che, con le lacrime agli occhi, egli riconobbe la propria colpa, si pentì sinceramente e per molto tempo si dedicò a colpire esclusivamente gli altri bambini.
Arruolatosi anni dopo nella milizia, durante la seconda Guerra Mondiale David fu promosso generale e decorato con le onorificenze più alte per avere ucciso da solo trentasei uomini, e più tardi degradato e fucilato per aver lasciato scappare viva una Colomba messaggera del nemico.

Gian Lorenzo Bernini Davide con la fionda
Gallus aureorum ovorum
In uno degli immensi pollai che circondavano l'antica Roma viveva una volta un Gallo estremamente forte e nobilmente dotato per l'esercizio amoroso, al quale le Galline che lo andavano conoscendo si affezionavano tanto che dopo non facevano altro che tenerlo occupato giorno e notte.
Lo stesso Tacito, forse con malizia, lo paragona all'Araba Fenice per la sua capacità di rimettersi in sesto, e aggiunge che questo Gallo arrivò ad essere estremamente famoso e che divenne oggetto di curiosità fra i suoi concittadini, cioè gli altri Galli, i quali accorrevano da tutte le direzioni della Repubblica per vederlo in azione, sia per l'interesse dello spettacolo in sé che per il desiderio di appropriarsi di alcune delle sue tecniche.
Ma siccome tutto ha un limite, si sa che alla fine l'ininterrotto esercizio della sua abilità portò il Gallo alla tomba, cosa che deve avergli causato una certa amarezza, dato che il poeta Stazio, da parte sua, riferisce che poco prima di morire riunì intorno al suo letto non meno di duemila Galline fra le più esigenti, alle quali rivolse le sue ultime parole, che furono le seguenti: «Contemplate la vostra opera. Avete ucciso il Gallo dalle Uova d'Oro», suscitando cosi una serie di tergiversazioni e calunnie, principalmente quella che attribuisce questa facoltà al re Mida, secondo alcuni, o, secondo altri, ad una Gallina inventata piuttosto dalla leggenda.
Gralli
