La tomba del tessitore

Storia semplice (in apparenza): il tessitore di un villaggio irlandese muore. Bisogna cercare la sua tomba a Cloon na Morav, il Campo dei Morti, un cimitero pressoché abbandonato, che assomiglia a un campo di battaglia. Due vegliardi, seguiti dalla vedova e da due aitanti seppellitori, muniti di vanga, cercano il luogo, non contrassegnato, dove giace il padre del defunto, posto che gli spetta di diritto, per lunga tradizione.
Tutto qui? Sì tutto qui, ma è da qui che si materializza, davanti agli occhi del lettore - ammaliato da un linguaggio minuzioso, ironico, affabulatore - un piccolo mondo antico, perduto: popolato di ombre, eppure straordinariamente vivide e vitali.
Impercettibilmente, la ricerca di una tomba, un fatto realistico e banale, diventa un'allegoria della vita e della morte, raccontata con un registro simbolicomico.
Intanto il luogo, un cimitero, dimora di morti, ma morto anch'esso, perché in totale abbandono.
Il terreno era ondulato, sconnesso. A caratterizzarlo in tal modo erano state diverse insurrezioni solo in parte represse, dovute a tutto lo spasimare, strisciare, spingere e spintonare che aveva avuto luogo sotto le zolle.
[...] Qui non c'erano sentieri, non esisteva un progetto, una pianta, un registro; e se mai ne era esistito uno, era andato perduto.
In questo caotico e surreale Ade a cielo aperto, si aggirano i due decrepiti testimoni: i soli che dovrebbero ricordare il luogo giusto per l'interramento del tessitore; una tomba di famiglia totalmente anonima, senza indicazione funeraria di sorta, assegnata per diritto di antica tradizione. Ma i due vecchi, malfermi, confusi, brontoloni e irascibili, cominciano a litigare, accusandosi a vicenda di non sapere dove cercare. Dalle battute, stizzite e stizzose, del loro dialogo rimbalzano ricordi, personaggi, avvenimenti; si delinea anche la figura del morto in cerca di sepoltura; la realtà del villaggio, così rievocata, rivive, intensamente, sotto gli occhi di chi legge.
La vedova, un po' irritata dai due vecchi, decide di consultarne un terzo, andandolo a visitare a casa, poiché immobilizzato a letto. Questa è forse la scena più emblematica di tutto il racconto: quest'altro testimone, in bilico fra ricordi di vita passata (e quindi morta, in qualche modo) e prossimità della morte vera, emette sentenze criptiche, apparentemente senza senso, o forse oracolari, ma sbaglia anche lui la collocazione della tomba.
Questa alla fine viene trovata, però, con gran soddisfazione di tutti. Il lungo peregrinare - un po' surreale, un po' onirico e un po' iniziatico - fra morti sepolti e morti che rivivono in confusi ricordi, ha termine per lasciare il posto alla vita. La vedova, molto più giovane del defunto tessitore, ha compiuto il suo dovere. Ora il tempo davanti a sé le appartiene e per lei si intravede una speranza, sbocciata proprio in quel luogo, dove tutto sembra aver fine, nella figura di uno degli aitanti seppellitori.
Questo è un racconto perfetto: per lo stile, per la capacità di rievocare, affettuosamente, un mondo lontano; per la valenza metaforica del contenuto; per la levità e la profondità, e il garbato umorismo, sparsi in giuste dosi.
Le associazioni immediate sono con Parole nella polvere* e in qualche modo, mutatis mutandis, anche con Spoon River.
* Del quale parleremo a breve.

Fonte immagine
https://lavalledellefavole.com/antico-cimitero-di-san-cristoforo
Non è un cimitero irlandese, ma rende l'idea
Sfogliando il libro
Mortimer Hehir, il tessitore, era morto, ed erano venuti a cercare la sua tomba a Cloon na Morav, il Campo dei Morti. Meehaul Lynskey, il chiodaio, fu il primo a varcare i gradini d'accesso. Eccitato in volto, muoveva il suo lungo corpo incurvato strascicando i piedi per terra. Lo seguiva Cahir Bowes, lo spaccapietre, così piegato dalla cinta in su, che la schiena gli stava orizzontale come il dorso di una bestia. Nella mano destra teneva un bastone col quale si puntellava in avanti, mentre con la sinistra stringeva un punto della giacca appena sopra le reni. Evitava, con tali accorgimenti, di finire a gambe all'aria, camminando. Madre terra attirava la fronte di Cahir Bowes con la sua forza magnetica, e fino all'ultimo Cahir Bowes resisteva al suo bacio fatale. E proprio ora c'era del fervore nel viso che aveva alzato dalla sua abituale contemplazione del terreno. Entrambi i vecchi avevano l'aria di chi fosse stato inaspettatamente rimesso in libertà. A lungo erano rimasti in agguato da qualche parte fra le ombre della vita, giacché il mondo non sapeva più che farsene di loro; mentre ora, all'improvviso, ci si era ricordati di loro, ed erano stati chiamati per svolgere un compito che nessun altro, sulla faccia della terra, avrebbe potuto svolgere. L'eccitazione che mostravano in viso, varcando i gradini di Cloon na Morav, esprimeva una gioia incontenibile per il riconoscimento, seppur tardivo, della loro utilità. Erano seguiti, a breve distanza, da due uomini bruni, di bell'aspetto e corporatura robusta, simili l'uno all'altro persino nella corda che teneva stretti i loro pantaloni di velluto sotto le ginocchia; e poiché entrambi erano scavatori di fosse, portavano vanghe luccicanti. Per ultima, un po' indietro rispetto agli altri, con mano ferma e bianca posata sui gradini, appariva la sagoma scura di una donna il cui viso, pallido e triste, era pittorescamente, quasi drammaticamente, incorniciato in uno scialle nero che pendeva dalla sommità del suo capo. Era la vedova di Mortimer Hehir, il tessitore, e stava entrando al seguito degli altri a Cloon na Morav, il Campo dei Morti.

Seamus O'Kelly (1881-1918)
Chi avesse gettato un'occhiata a Cloon na Morav, passando per la strada collinare, ne avrebbe tratto l'impressione di un luogo di sepoltura molto antico, e, fermato che si fosse sulla strada per guardarlo con attenzione, si sarebbe accorto della sua posizione tranquilla e dei venti che, scendendo dalle colline, parevano intonare un cantico per i morti. [...]
Quante generazioni, quante sette, quanti clan, quante famiglie, quanta gente era finita a Cloon na Morav? La mente poteva al massimo spiccare il volo su fantasticherie fatte di numeri. Il terreno era ondulato, sconnesso. [...] Qui non c'erano sentieri; non esisteva un progetto, una pianta, un registro; e se mai ne era esistito uno, era andato perduto. Invasioni, guerre, carestie e faide si erano abbattute sul terreno lasciandolo in quello stato. Il titolo alla sepoltura derivava da indiscutibili diritti acquisiti per tradizione, ma tali diritti avevano cessato di valere anni prima, fatto salvo per alcuni casi eccezionali: ossia per quei pochi che avrebbero chiuso il cerchio di una generazione estinta. Lo straripamento di Cloon na Morav aveva già dato vita a un nuovo cimitero che si trovava a un miglio di distanza: un cimitero in cui lapidi di calcare e croci celtiche spuntavano come funghi, a testimoniare la futilità di una genia di uomini e donne che, stando ai loro epitaffi, avevano fatto esattamente le due cose che ben difficilmente avrebbero potuto evitare di fare: essi infatti, così dicevano i loro necrologi, erano tutti nati e tutti morti. In alcuni casi, a mo' di apologia, erano state aggiunte oscure citazioni tratte dalle Sacre Scritture e c'era una quasi unanime richiesta di perdono rivolta al Signore per ciò che era successo al defunto. Una tale mancanza d'umorismo era sconosciuta a Cloon na Morav. In confronto, i suoi monumenti erano pochi, e quelli non ancora inghiottiti dal terreno si confacevano all'atmosfera generale. Nessun necrologio risultava intatto: erano tutti stati più o meno rosicchiati dalle fauci del tempo.

Gralli
